VERSO IL 2023… E OLTRE

Quando si arriva al termine di qualsiasi avvenimento è un’opportuna consuetudine fare il bilancio della situazione presente in proiezione del futuro nel tentativo di affrontarlo meglio. Il Messaggio per la Giornata Mondiale del 2022 di Papa Francesco e il Rapporto Censis sulla società italiana di quest’anno aiutano, credo, meglio di qualsiasi altro intervento a fornirci la cornice per un’analisi della situazione attuale in proiezione futura. Entrambi focalizzano l’attenzione sugli ultimi dieci anni, periodo nel quale si sono succedute quattro crisi: quella economica, quella pandemica, quella bellica e quella energetica, corredata da inflazione, alto debito pubblico e disoccupazione. Il pontefice si sofferma in particolare sulla crisi del Covid-19 per indicarci l’insegnamento che ci ha consegnato: la consapevolezza che abbiamo tutti bisogno degli altri. Vanno abbandonati i paradigmi individualistici perché non ci si salva da soli, ma insieme. Occorre ritrovare, perciò, ciò che è essenziale per la nostra vita: il senso della fratellanza umana. Solo in questo modo, ha detto nel discorso alla Curia per gli auguri natalizi, si vince la povertà: essa non è solo mancanza di beni, ma soprattutto mancanza di ciò che è essenziale. Poi, però, è arrivata la guerra che ci ha riportato in crisi. Mentre per la pandemia si è trovato un vaccino, ha detto, per la guerra ancora non si sono trovate soluzioni adeguate: d’altra parte il virus della guerra è più difficile da sconfiggere rispetto a quelli che colpiscono l’uomo, perché esso non proviene da ciò che è esterno a lui, ma dall’interno del suo cuore. La linea da seguire, però, non cambia: non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensare alla luce del bene comune con quel senso di fratellanza di cui si diceva prima. Da qui i compiti che il Papa ha delineato: l’impegno per una salute pubblica per tutti, un’azione di pace che metta fine alle guerre, aver cura del pianeta che è la nostra casa comune, combattere le disuguaglianze, garantire cibo e lavoro dignitoso per tutti, accoglienza e integrazioni per migranti e “scartati” dalla società. La via indicata dal pontefice per gli italiani (ma non solo) è ancora da perseguire. Il Rapporto Censis, infatti, è impietoso nel descriverci una situazione opposta a quella auspicata dal pontefice: la stragrande maggioranza degli italiani è sfiduciata, timorosa, rassegnata e ostinata a voler proseguire uno stile di vita fallimentare. Due italiani su tre sono pervasi dall’insicurezza che fa sentire impotenti. La realtà, per loro, è priva di senso: manca, perciò, non solo un “vaccino” contro la paura, ma anche una prospettiva per la quale lottare. Gli italiani non scioperano più, non scendono più in piazza e non votano neanche più: alle ultime elezioni politiche il primo partito, tra astenuti, schede bianche e nulle, è stato quello dei non votanti, con una percentuale record nella storia della Repubblica. Se il pontefice aveva richiamato alla necessità di ritrovare l’essenziale, cioè il senso per il quale vale la pena vivere e lottare, che è quello della condivisione e della fraternità, gli italiani reagiscono all’opposto, insistendo con un paradigma individualistico ancora più umiliante per un popolo che ha saputo reagire a eventi ben peggiori (seconda guerra mondiale e terrorismo), riassumibile in queste parole: lasciatemi vivere in pace sul mio divano a guardarmi la mia serie Netflix preferita. Non c’è più voglia di fare sacrifici: l’89,7% degli italiani prova una tristezza di fondo, e il 54,1% avverte la forte tentazione di restare passivo, inchiodandosi, appunto, sul proprio divano delegando ogni soluzione attraverso assegni in bianco di volta in volta destinati a virologi (quando c’era la pandemia), militari (con lo scoppio della guerra russo-ucraina) ed economisti (con lo scoppio della crisi energetica e inflattiva). Nel 2020 gli italiani erano pronti ad accettare una dittatura sanitaria purché si trovasse la via d’uscita dal Covid-19; nel 2021, di fronte all’incapacità della scienza di mettere fine all’emergenza pandemica, era già crollata la fiducia nel mondo scientifico, e si erano rifugiati nell’irrazionalismo e perfino nell’esoterismo. Col “nulla cosmico” di oggi la situazione è anche peggiore: d’altra parte, sono questi i risultati quando è la malinconia, oltre che la sfiducia, a definire il carattere di un popolo. Ampio spazio, perciò, a una politica assertiva, di facili promesse, senza prospettive se non quella fare i propri interessi  esercitando il proprio potere impositivo sulla pelle di un popolo che non vuole più lottare. Papa Francesco, nel suo messaggio, aveva ribadito che dalle crisi non si esce mai come prima: si esce o migliori o peggiori. La situazione consegnataci dall’indagine del Censis è quella di un popolo peggiorato. L’auspicio è che quanto suggerito dal pontefice possa essere colto e fatto proprio dagli italiani a partire dal 2023… e oltre. Credo non che ci sia migliore augurio di buon anno di questo.

 R.M.

 LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO?

Da tutti invocato giustamente come necessario primo passo verso una politica energetica comune, il price cap (tetto massimo al prezzo del gas) europeo è stato finalmente approvato grazie all’astensione di Germania e Olanda che hanno visto inserite nel meccanismo le condizionalità che avevano preteso. Proprio queste condizionalità, però, fanno sorgere il dubbio sulla fondatezza delle soddisfazioni che sono state espresse per il traguardo raggiunto. Vediamole. La prima prevede che il price cap entrerà in funzione a partire da metà febbraio per 20 giorni se il prezzo del gas supererà la cifra di 180 euro per MW/h per tre giorni consecutivi. Sorge subito una perplessità: perché aspettare tre giorni? I Paesi fornitori potrebbero, infatti, decidere di venderci il gas facendo alzare artificiosamente il prezzo a cifre stellari e farci sputare sangue, per poi farlo scendere altrettanto artificiosamente sotto i 180 euro al terzo giorno. E poi, magari, ricominciare alcuni giorni dopo con lo stesso perverso meccanismo al quale l’Ue sembra aver fornito involontariamente un assist. La seconda condizione prevede che, in ogni caso, il prezzo del gas debba essere superiore di 35 euro rispetto al gas naturale liquefatto. Quindi, se, per esempio, il prezzo del Gnl sarà di 175 euro, il price cap scatterà non a 180 euro, ma a 210 euro. Terza condizione: il price cap sarà applicato solamente a un terzo delle transazioni, quelle regolamentate; sono escluse le transazioni che avvengono al di fuori dei circuiti borsistici ufficiali (che sono la maggioranza).  Una condizione, questa, che preserva gli interessi dell’Olanda legati al mercato del gas di Amsterdam, ma che riduce di parecchio l’estensione del price cap. Oltretutto, il price cap potrebbe essere facilmente aggirato in sede di accordi fra fornitore e acquirente. Altra condizione che viene incontro agli interessi olandesi è quella che prevede la disattivazione del meccanismo qualora i volumi del mercato olandese calassero significativamente rispetto a quello dell’anno precedente (non sono previsti parametri ben definiti). Verrà, inoltre, disattivato se il prezzo del gas scenderà sotto la soglia del price cap per tre giorni consecutivi, se la domanda di gas aumenterà del 15% in un mese o del 10% in due mesi, se la domanda di gas supererà l’offerta (e questo sembra ragionevole) e se la Commissione europea riscontrerà rischi di approvvigionamento. Quest’ultima condizionalità va presa seriamente, perché non possiamo escludere che i Paesi fornitori decidano di non venderci più il gas se non accettassero il tetto di 180 euro: c’è da augurarsi che non accada, altrimenti, se si mettessero d’accordo tutte le volte per alzare il muro contro il prezzo calmierato e non venderci più gas, il price cap non entrerebbe mai in funzione perché la Commissione europea non permetterebbe questo taglio di fornitura. Ma questo non è il solo caso che impedirebbe al price cap di entrare in funzione. Ve n’è un altro: entro il 15 febbraio l’Agenzia dei regolatori europei e l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati dovranno elaborare un’analisi costi-benefici preventiva all’entrata in vigore del price cap; qualora i costi superassero i benefici, il price cap verrà bloccato prima ancora che entri in vigore. Proprio questa sembra la domanda che sorge dopo aver osservato la farraginosità di vincoli e condizionalità inseriti nel provvedimento per strappare il “nulla osta” di Germania e Olanda: ma il price cap partirà oppure no? E quand’anche dovesse partire, funzionerà davvero? Sembra proprio che, più che un primo passo verso una politica energetica comune, questo price cap, ben diverso da quello per il quale si batteva Mario Draghi, non sia un’ulteriore dimostrazione della dis(U)nione Europea, e un’altra vittoria degli egoismi nazionali, tedeschi e olandesi in primis. Se così fosse, di questo price cap forse, ne avremmo fatto volentieri a meno.

 R.M.

 VORREI, MA NON POSSO

«Vorrei, ma non posso»: forse questa è la frase che sintetizza meglio l’azione del neonato governo Meloni alla luce degli ultimi accadimenti e, specialmente, dell’approvazione della Legge di Bilancio. La maggioranza che gli italiani hanno votato si è sempre caratterizzata per una forte e problematica impronta antieuropeista (Fratelli d’Italia e Lega) e filoamericana (Fratelli d’Italia). Questa impronta è emersa, in particolare, in due atti del nostro governo: il primo fu, il mese scorso, la decisione unilaterale di respingere la nave Ong Ocean Vikings col suo carico di migranti, del quale abbiamo già parlato (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/11/chidi-sovranismo-ferisce-di-sovranismo.html); il secondo, più recente (8 dicembre), è stato l’accordo raggiunto con Inghilterra e Giappone per la produzione di un nuovo aereo da caccia supersonico tecnologicamente molto avanzato, il “Tempest”. Entrambe le scelte sono antieuropeiste e, più strettamente parlando, antifrancesi. La prima perché il governo ha impostato la questione dei migranti nell’ottica, se non di uno scontro, quantomeno di una prova di forza. La seconda perché colloca il nostro impegno in politica estera e di difesa fuori dall’Unione Europea, a fianco di due Paesi, Inghilterra e Giappone, che operano unicamente nel quadro della Nato, cioè a servizio degli interessi americani. Anziché collaborare in sede di Unione Europea per renderla (e renderci) più indipendenti da qualsiasi superpotenza investendo lì il nostro patrimonio finanziario e tecnologico, il governo, coerentemente con la propria ideologia filoatlantista, accentua la sua sudditanza agli Stati Uniti, che tutto stanno facendo, meno che i nostri interessi e quelli europei. Ma ancora una volta con la sua decisione il nostro governo ha irritato la Francia, non solo perché l’accordo sostituisce un progetto a tutti gli effetti europeista (l’intercettore Eurofighter Typhoon, al quale lavoravamo con Germania, Inghilterra e, appunto, la Francia), ma almeno per altri due motivi: manda in crisi il progetto di difesa comune europeo di Emmanuel Macron (già reso precario a ottobre dalla Germania col suo accordo per uno scudo missilistico europeo con i Paesi dell’Europa centrale ed orientale, ma escludendo la Francia), e isola la Francia, al punto che Macron è corso a Washington per cercare una partnership bilaterale in materia di politiche militari spaziali con gli Stati Uniti, ma da una posizione di imbarazzante debolezza. Quali risultati ha raccolto il nostro governo? La doppia ostilità di Bruxelles e di Parigi. Quella di Parigi è più grave, perché, piaccia o no, i nostri interessi sono inscindibilmente legati all’Unione Europea. Ma per sensibilizzarla ai nostri più gravi problemi (crisi economica ed energetica, inflazione, debito pubblico) abbiamo bisogno dell’aiuto di alleati autorevoli che abbiano interessi simili ai nostri. Il più autorevole e influente fra questi è proprio la Francia, con la quale possiamo giocare di sponda per negoziare, ad esempio, un patto di stabilità e una gestione dei fondi del Pnrr più flessibili. Ma ce la siamo resa nemica. A Bruxelles siamo rimasti da soli, e il conto di questi primi atti di politica estera che hanno compromesso la nostra credibilità di Paese membro che vuole rimanere nell'Unione Europea ma fa accordi coi suoi nemici ce l’hanno presentato proprio la Bce e la Commissione europea, dominati dai falchi rigoristi (Germania e Paesi del nord) con la compiacenza, purtroppo (ma per colpa nostra) di Parigi. La prima alzando ulteriormente di 0,50 punti i tassi d’interesse e annunciando la vendita dei bond acquistati durante la pandemia 48 ore dopo la decisione del nostro governo di non ratificare il Mes. La seconda imponendo una retromarcia su pos e pensioni per ottenere la sua approvazione a una Legge di Bilancio che, per ammissione della Commissione stessa, era già sostanzialmente prudente e in linea col precedente governo (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/11/unabuona-finanziaria-e-un-curioso-gioco.html).  In pratica, è bastata la minaccia di un no e di un’esplosione dello spread per richiamarci a una linea politica coerente e credibile, e il governo, debole per la crisi che sta attraversando e che si è completamente isolato coi suoi atti di politica estera, ha ceduto su tutta la linea. Non solo. E’ prevedibile che, più avanti, cederà anche sulla ratifica del Mes, indispensabile per ottenere un nuovo scudo antispread nel caso più che probabile che la crisi perduri o si aggravi: probabilmente accadrà dopo le elezioni in Lombardia, che Fdi e Lega non vogliono perdere per non correre il rischio di subire le “vendette” di Forza Italia, unico partito europeista al governo, che potrebbero causare rotture nella maggioranza. L’imbarazzante passività con la quale il governo ha accettato le imposizioni della Commissione europea ha mostrato quanto velleitarie e autolesionistiche siano state le ideologiche promesse di smarcamento da Bruxelles («la pacchia a Burxelles è finita» aveva dichiarato Giorgia Meloni appena dopo la vittoria alle elezioni) inimicandoci tutti, e quanto la realtà sia più forte di qualsiasi posizioni ideologica. E la realtà ci dice che i nostri interessi e il nostro destino ce li dobbiamo giocare là, a Bruxelles, in un’Unione Europea che è anche nostra, e assieme a Parigi, e non a Washington, a Tokyo o a Londra, che sono troppo lontani e diversi da noi. Anche se volessimo, non possiamo. Il nostro governo l’avrà capito?

R.M.

 UOMINI DI PACE E UOMINI DI GUERRA

 Nei giorni scorsi abbiamo assistito a due rilevanti pronunciamenti sulla guerra russo-ucraina: quello di Papa Francesco, a sostegno del popolo ucraino e dei negoziati di pace, e quello del Parlamento Europeo di Strasburgo, che ha definito la Russia Stato terrorista. I due pronunciamenti si inscrivono in un contesto particolare della guerra, giunta al nono mese dal giorno in cui l’esercito russo ha invaso il territorio ucraino: quello dei primi tentativi di indurre le parti a negoziare. In riferimento a questo, emerge la totale contrapposizione dei due pronunciamenti. Papa Francesco, nelle sue parole a sostegno del popolo ucraino, ha indirizzato anche un accorato appello «alle Autorità» sulle quali «incombe il dovere di governare il Paese in tempi tragici e di prendere decisioni lungimiranti per la pace». Il messaggio del pontefice si inscrive perfettamente in questi tentativi di avviare un negoziato incoraggiandoli, dimostrandosi un autentico uomo di pace al quale preme anzitutto fermare lo scorrere del sangue. Del tutto diversa, anzi contrapposta, è la mozione approvata a schiacciante maggioranza dal Parlamento Europeo: gli europarlamentari, al contrario del pontefice, alzano i toni delle ostilità attaccando la Russia e ostacolando quei tentativi di negoziato, i primi dall’inizio del conflitto che possono avere concrete possibilità di successo perché animati dalla due superpotenze, Stati Uniti (attraverso autorevoli membri del Pentagono) e Cina (che nel G20 di Bali ha preso per la prima volta le distanze da Mosca), indispensabili “protettrici” delle due parti belligeranti, Ucraina e Russia. Non a caso, Volodomir Zelensky è stato redarguito più volte dagli americani, e sembra pronto ad accantonare la pregiudiziale sul negoziato con Vladimir Putin, mentre la Cina si è lamentata nei confronti di quest’ultimo accusandolo indirettamente averla tenuta all’oscuro delle sue reali intenzioni bellicose. Se Papa Francesco ha gettato acqua sul fuoco del conflitto, gli europarlamentari hanno gettato benzina sul fuoco. Stupisce la superficialità e il dilettantismo di uomini politici che non si rendono conto che la diplomazia va sostenuta, non ostacolata, specie quando ci va di mezzo la vita di un popolo. Ostacolando un possibile avvio dei negoziati di pace, anziché sostenerlo, rende questi europarlamentari anch’essi complici del sangue che potrebbe essere versato se la loro mozione dovesse irrigidire le parti. La mozione approvata dall’Europarlamento rischia di costituire (speriamo di no) una seconda svolta intransigente della guerra, dopo quella contraddistinta dalla decisione presa dai Paesi Nato riuniti nella base di Ramstein il 26 aprile di sostenere l’Ucraina non più per limitarsi a difenderla, ma per infliggere se non la sconfitta, almeno l’umiliazione della Russia (la stessa linea decisa nel 1999 in occasione del conflitto fra Serbia e Kosovo: un intervento mirato non a impedire i massacri perpetrati dalle due parti, ma a umiliare la Serbia e a far nascere un ulteriore elemento di instabilità nei Balcani, lo Stato kosovaro). Non più legittima difesa, ma dichiarazione di guerra. Gli europarlamentari, etichettando in quel modo la Russia in questo preciso contesto nel quale si parla di negoziati, si sono comportati in modo altrettanto intransigente. Anzi, più intransigente ancora degli Stati Uniti che di quella svolta intransigente di Ramstein furono i promotori: il presidente Joe Biden non era mai arrivato a definire la Russia uno Stato terroristico. Per la prima volta dall’inizio della guerra, viene quasi da sentirci rassicurati dal fatto che siano gli Stati Uniti a determinare la linea di politica estera degli Stati occidentali, e non i dissennati europarlamentari. Di fronte a loro, non diciamo il pontefice (peraltro di un’imparzialità inattaccabile: mai nessuna parola di condanna alla Russia, pur operando esplicitamente un’oggettiva distinzione fra Paese aggressore, del quale aveva immediatamente smascherato le reali intenzioni di scatenare una guerra, e non una semplice operazione militare come l’aveva definita Vladimir Putin, e Paese aggredito, al quale sono sistematicamente andate le sue parole di conforto praticamente a ogni Angelus settimanale), ma perfino Biden può con più credibilità presentare sé stesso come uomo di pace. Diversamente, gli europarlamentari dovrebbero sentirsi in dovere di spiegarci cosa intendevano ottenere attaccando la Russia in un contesto di tentativo di avvio di negoziati (perché è questo che rende grave, intempestiva e inopportuna quella mozione). In ogni caso, ora più che mai abbiamo bisogno di uomini di pace come il Pontefice (che parla di pace «lungimirante», beninteso, non di resa all’aggressore), e non di uomini di guerra come gli europarlamentari di Strasburgo.

R.M.

 UNA BUONA FINANZIARIA E UN CURIOSO “GIOCO DELLE PARTI”

Molto difficilmente si poteva far meglio in tema di legge di bilancio (ex finanziaria). Dopo la débâcle sugli immigrati, il governo Meloni segna un punto a suo favore (il secondo, dopo la tempestiva gestione dell’emergenza rave party). I paletti, si sapeva, erano stretti, tuttavia il governo si è mosso con grande pragmaticità, non rinunciando a dare una propria impronta politica che certamente imprimerà più sensibilmente nel prossimo futuro. Sono stati lasciati da parte temi spinosi e complessi (che, tra l’altro, rischiavano di provocare subito nuove divisioni nella maggioranza), come la flat tax (innalzamento limitato agli autonomi a partire dagli 85.000 euro), l’abolizione dell’Iva su pane e latte (sarebbe un salasso per le casse dello Stato) e l’autonomia regionale. Si è preferito saggiamente, invece, un approccio moderato, in particolare sul reddito di cittadinanza (in campagna elettorale se ne prometteva l’abolizione, mentre si parla solo di modifiche). La saggezza, dicevamo, contraddistingue questa legge di bilancio: priorità assoluta il caro bollette, ed ecco che 21 dei 35 miliardi di euro sono a esso destinati, tendendo, così, una mano ad aziende e famiglie. Proprio questi due ambiti sembrano contraddistinguere i pilastri della legge. Sulle aziende, spicca la decisione di stanziare oltre mezzo miliardo in due anni per rifinanziare il sostegno delle piccole e medie imprese per gli acquisti o le acquisizioni in leasing di beni strumentali; sono previsti per loro facilitazioni per i pagamenti per venire incontro alle loro esigenze di liquidità; c’è, poi, la diminuzione del cuneo fiscale di due miliardi a vantaggio dei lavoratori, poiché si aumenta il netto e si riduce il lordo, e si riduce anche di più per i redditi più bassi. Riguardo alle famiglie, sono predisposti aumenti mirati dell’assegno unico e l’estensione dei congedi parentali. Sono, poi, previsti delle social card per i più poveri e interventi sulle pensioni minime (secondo gli ultimi dati Inps, quasi 3 milioni e mezzo di pensionati prendono meno di mille euro al mese). Sempre in merito alle pensioni, ancora improntata a saggezza è la decisione di non tornare bruscamente alla Legge Fornero, ma di attenuarlo con il sistema “quota 103” (sarà possibile andare in pensione a 62 anni con tre anni in più di contributi). In sensibile riduzione la politica dei sussidi: così, ad esempio, il “super bonus”, che ha causato non pochi abusi, scende dal 110% al 90%. Più in generale, ci sarà molto meno spazio per aumentare dipendenti e strutture pubbliche. Quanto al reddito di cittadinanza, come si diceva, nessuna abolizione, ma riduzione della copertura da 12 a 8 mesi per gli occupabili fino al 2024, quando, per questo settore di disoccupati, scatterà l’abolizione. L’augurio, però, è che la prudenza e la saggezza mostrata dal governo a questo riguardo lascino aperta la porta a rivalutare, in questi due anni, la necessità di questa abolizione. La distinzione fra “occupabili” e “non occupabili”, infatti, lascia perplessi in presenza di lavori con stipendi da fame. In conclusione, sostegno prioritario al lavoro e alle famiglie per provare a difendere il Paese dall’inflazione e dalla recessione per quanto possibile coi pochi fondi a disposizione, e riduzione dei sussidi che farebbero esplodere in modo incontrollato il debito pubblico. Un percorso già avviato dal precedente governo di Mario Draghi (e che gli costò la frantumazione dell’alleanza politica che lo sosteneva), nell’ambito del quale il governo Meloni si è saggiamente inserito non rinunciando ad anticipare la sua visione politica. Interessante, a questo proposito, il “gioco delle parti” che si è creato: Fdi, all’opposizione di Draghi, ne segue la scia; Pd e Azione di Carlo Calenda (il rapporto fra quest’ultimo e Matteo Renzi è già in crisi), che hanno sostenuto Draghi, opponendosi alla manovra di fatto lo tradiscono (il Pd lo tradisce una seconda volta, dopo che in campagna elettorale, per una pura rivalità personale tra Enrico Letta e Renzi, aveva deciso di correre con Sinistra Italiana che aveva sempre avversato il governo di unità nazionale). L’unica forza politica coerente resta il M5S, che ha tolto il suo appoggio a Draghi e contesta una legge di bilancio più draghiana che meloniana. Per ciò che concerne la maggioranza, l’asse tra Meloni e Giancarlo Giorgetti (ministro draghiano confermato dalla Presidente del Consiglio) risulta vincente e molto più convincente di quello fra Meloni, Piantedosi e Crosetto (ministri dell’Interno e della Difesa), rivelatosi disastroso nella gestione del caso Ocean Vikings (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/11/chidi-sovranismo-ferisce-di-sovranismo.html). L’auspicio è che Meloni continui a riequilibrarsi più verso posizioni moderate che estremistiche.

R.M.

 CHI DI SOVRANISMO FERISCE, DI SOVRANISMO PERISCE

Se in politica estera Giorgia Meloni era partita piuttosto bene riuscendo ad accreditare il nostro governo nei più alti consessi internazionali, la gestione superficiale e improvvisata della questione migranti in generale, e della nave Ocean Vikings in particolare, ha rovinato un po’ tutto. Intanto, lascia perplessi l’accanimento del governo sulla sola Ocean Vikings. Al di là di qualsiasi giudizio di merito, se la linea scelta dal governo sulla questione degli sbarchi fosse improntata a una svolta rigoristica, non si capisce perché il rifiuto allo sbarco si sia limitato alla sola Ocean Vikings, e non anche ad altre navi che avevano raccolto profughi giunte in questi giorni (un cargo delle Isole Marshall, una petroliera liberiana, e la Ile d’Ouessaint sono state autorizzate a sbarcare migranti a Trapani e Pozzallo). Il respingimento della sola Ocean Vikings, nave gestita dalla Ong Sos Mediteranée, sommato agli sbarchi selettivi dei giorni scorsi fatti subire ad altre navi gestite da Ong (Medici Senza Frontiere e Sos Humanity), potrebbe far sorgere il sospetto che il governo stia intraprendendo uno scontro ideologico e pregiudiziale contro le Ong (peraltro, “responsabili” del salvataggio di appena il 10% dei migranti che arrivano da noi). Intanto, si è arrivato a uno scontro diplomatico con la Francia per poco più di 200 migranti pochi giorni dopo una visita di Emmanuel Macron a Giorgia Meloni nell’ambito della quale, al netto della distanza politica, pareva emergere fra i due leaders un’entente cordiale favorita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Macron, avendo perso le elezioni legislative, è fortemente in difficoltà, e ha tutto l’interesse a cogliere qualche accordo internazionale da sbandierare con successo in patria. La questione poteva essere affrontata in un negoziato che, certo, poteva anche fallire, ma che, date le circostanze, aveva buone probabilità di essere concluso (Macron, alla Cop27 di Sharm el-Sheikh, aveva dato una disponibilità di massima per venire incontro a Meloni). Invece, Meloni ha preferito mostrare i muscoli anziché dar corda alla diplomazia: senza nemmeno interpellare il Ministro degli Esteri (curiosamente, un moderato europeista), di concerto con quello degli Interni e della Difesa (entrambi, altrettanto curiosamente, appannaggio di due personalità afferenti a partiti non moderati, sovranisti e antieuropeisti: Lega e Fratelli d’Italia), si è mossa unilateralmente forzando la mano alla Francia e mettendo in difficoltà lo stesso Macron. Meloni, infatti, non ha saputo valutare né il contesto politico difficoltoso nel quale si trova Macron, né il clima ai limiti della xenofobia presente nella società francese: l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la violenza subìta dalla dodicenne Lola Daviet perpetrata da una donna algerina irregolare. Oltre alle banlieues, agli occhi dei francesi sono diventate insicure anche le città: tutta acqua al mulino delle destre. Già, proprio quelle destre che condividono il sovranismo di Meloni hanno montato la protesta contro di lei accusandola di voler “scaricare” in Francia altri irregolari. Risultato: il governo francese, per non essere scavalcato “a destra”, ha stracciato l’accordo che prevedeva la presa in carico di 3.500 migranti sbarcati in Italia, incoraggiando altri Paesi che avevano sottoscritto un accordo simile a non rispettarlo come ritorsione verso il comportamento ritenuto “irresponsabile” del nostro governo. Di fronte alle dichiarazioni dei suoi ministri, Macron, pur preferendo un accordo, si è trovato a sua volta con le spalle al muro, e ha dovuto anche lui “schiacciarsi” a destra sul terreno dell’irrigidimento delle politiche migratorie. E’ il tradimento di un patto, certo. Il comportamento della Francia non è esente da critiche. Tutt’altro. Perfino una parte dell'opposizione a Meloni l'ha stigmatizzata (Carlo Calenda in primis). Ma la miccia l’ha accesa il nostro governo. Con un solo atto, Meloni ha provocato tre disastri: pur di respingere duecento migranti, si trova ora costretta a tenere quei 3.500 che la Francia si era impegnata ad accogliere entro la prossima estate (e forse anche quelli di altri Paesi che rifiuteranno di rispettare gli accordi presi); si è alienata un importante alleato per alleggerire il Patto di stabilità in prossimità di un periodo di preoccupante crisi energetica ed economica (mettendo in difficoltà, oltretutto, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, impegnato in un difficile confronto a Bruxelles); rischia di isolare il nostro Paese appiattendolo alle posizioni dei Paesi del blocco di Visegrad, i più rigidi al varo di una politica di solidarietà europea verso i migranti. A ben poco serve sbandierare l’appoggio formale ottenuto da Marta, Cipro e Grecia: fin dove si può andare assieme a questi tre Paesi? L’Italia, per come è drammaticamente messa, ha bisogno di ben altri appoggi, decisamente più “pesanti”. Poiché un’asse con la Germania (che guarda decisamente a Pechino e… a sé stessa in tema di politica energetica e di rigore economico europeo) pare quantomeno problematico, resta, anzi, restava plausibile un’asse con Parigi (e non dimentichiamoci che al vertice della Bce, Christine Lagarde, un’altra francese, continua a vendere Bund comprando Btp: se si fermasse, sarebbe, per noi il precipizio). Meloni, nelle ultime ore, pare preoccupata per un concreto isolamento dell’Italia. Avrà capito che non può esistere un’alleanza tra sovranisti che, per definizione, pensano solo ai propri interessi, e non anche a quelli degli altri? Avrà capito che solo in ottica multilaterale (chiedendo, magari, una conferenza tra tutti gli Stati coinvolti nella questione profughi) potrà fermare i trafficanti e aprire la via a migrazioni regolari? Avrà capito che non può appellarsi all’Unione Europea solo per difendere gli interessi nazionali, apparendo europeista a intermittenza? Nel programma di Fdi era prevista la difesa del voto all’unanimità all’interno del Consiglio Europeo, cioè il blocco di qualsiasi integrazione comunitaria (e di politica solidale). C’è ancora tempo per cambiare idea perché, come ha dimostrato la superficiale gestione del “caso” Ocean Vikings, chi di sovranismo ferisce, di sovranismo perisce.

 R.M.

 TRIONFO E PROSPETTIVE DI XI JIMPING

E’ stata una specie di “notte dei lunghi coltelli” quella che ha preceduto il 22 ottobre la nomina nel nuovo Politburo che avrebbe circondato Xi Jimping per la durata quinquennale del suo terzo mandato. La rimozione forzata di Hu Jintao, il cui video è diventato virale, sembra mostrare quanto sia stata dura la battaglia per avere un posto nel Politburo. Xi rischiava molto, come avevamo anticipato alla vigilia del Congresso (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/10/tempestain-arrivo-per-il-navigatore-il.html). Hu Jintao ha fatto di tutto per posizionare uomini a lui fedeli per metterlo “sotto tutela”. Almeno quattro erano le figure di spicco sulle quali poteva contare per orientare il voto dei delegati: Hu Chunhua, Wang Yang, Yi Gang e Guo Shuqing. I primi due hanno fatto carriera all’ombra di Hu Jintao e nelle file della Lega della Gioventù Comunista, la fazione che Xi controlla meno. Il terzo è il governatore della Banca Centrale. Il quarto è il capo dell’authority di regolamentazione bancaria. Attraverso il carisma di questi uomini di punta del partito non allineati (o non del tutto) alla linea di Xi, Hu Jintao avrebbe potuto influire sui delegati per far promuovere una maggioranza di 4 su 7 componenti del Politburo a lui favorevoli: gli argomenti per criticare l’ultimo mandato di Xi, dai risultati per lo più negativi, non mancavano. La battaglia notturna, però, è stata vinta, anzi stravinta da Xi per 7 a 0. I componenti del Politburo eletti o confermati sono tutti suoi fedelissimi: Li Qiang, futuro premier (capo del partito a Shanghai e là odiato per la sua ferocissima politica di lockdown, ma premiato per la sua fedeltà al “navigatore”), Zhao Leji (ha guidato la campagna anticorruzione, cioè le purghe interne al partito), Wang Huning (ideologo del pensiero di Xi) sono stati confermati; a loro si sono aggiunti Cai Qi (capo del partito a Pechino e organizzatore delle ultime olimpiadi invernali), Ding Xuexiang (supervisore delle attività e delle visite di Xi) e Li Xu (segretario del partito nella provincia del Guangdong, tra le più ricche del Paese, amico di famiglia di Xi). E ora cosa succederà? Xi, nonostante le criticità dell’ultimo mandato, è più forte di prima. I mercati hanno bocciato le decisioni del congresso. Ma qualcuno pensa già di corteggiarlo: il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato per il prossimo mese un viaggio in Cina (sarà il primo leader straniero a recarsi a Pechino dopo la pandemia) con una delegazione di industriali tedeschi della quale fa parte l’amministratore delegato di Volkswagen, mentre sta accingendosi a vendere alla cinese Cosco Shipping il terminal portuale di Amburgo. Qualcun altro, invece, sembra più orientato al muro contro muro: il nostro nuovo governo. Adolfo Urso, neo Ministro dello Sviluppo Economico, pare determinato a bloccare qualsiasi collaborazione con la Cina decisa dal governo rosso-verde di Giuseppe Conte. Comunque, il nazionalismo sembra un’altra volta l’elemento che annulla le divisioni e ricompatta come non mai: l’annuncio da parte di Xi Jimping di ostacolare in qualsiasi modo l’indipendenza di Taiwan è stato accolto con un’ovazione da tutti i membri del congresso. Un annuncio che genera paura all’estero. C’è da chiedersi, però, se questa paura sia fondata: Taiwan non ha mai inteso, né intende oggi più che mai diventare indipendente. Si è sempre considerata e si considera ancora tutt’oggi parte della Cina (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/alcuneprecisazioni-non-scontate-su.html). Sono altri, Stati Uniti in testa (come l’imprudente visita di Nancy Pelosi ha dimostrato quest’estate), che intendono “giocare col fuoco”. Piuttosto, sarà interessante vedere quale sarà l’atteggiamento Xi nei confronti di Vladimir Putin e della sua guerra contro l’Ucraina: se prima, infatti, doveva stare attento a non fare mosse avventate avendo di fronte una difficile battaglia per la conquista del Politburo, ora che l’ha vinta, anzi, stravinta, ha le mani decisamente più libere.

R.M.

 TEMPESTA IN ARRIVO PER IL “NAVIGATORE”?

Il 16 ottobre si aprirà il XX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese: 2.296 delegati eleggeranno a Pechino i membri del Comitato Centrale del partito che, a loro volta, eleggeranno quelli dell’Ufficio Politico (Politburo), del suo Comitato permanente e il Segretario Generale del partito. Xi Jimping si avvia a ottenere un terzo mandato quinquennale per rimanere al vertice del Partito e dello Stato: non accadeva dai tempi di Mao Zedong, avendo Deng Xiao Ping introdotto il limite del doppio mandato per impedire il ritorno degli uomini del “Grande Timoniere” (come si faceva chiamare Mao) che lo stesso Xi, che si è fatto a sua volta chiamare “il navigatore”, ha abolito. Se non vi sono dubbi su chi rimarrà al vertice della Repubblica Popolare Cinese, ve ne sono di fondati sull’effettivo potere che Xi avrà: dipenderà, infatti, da quanti uomini a lui vicini verranno eletti al Politburo. E qui conta la credibilità che Xi è o non è riuscito a offrire sulla base dei risultati ottenuti in questi ultimi cinque anni. Da questo punto di vista, se è vero che Xi ha “rottamato” le riforme di Deng Xiao Ping reintroducendo un’economia fortemente centralizzata, una campagna ideologica e una ferrea repressione politica tipicamente maoiste, è anche vero che il resoconto dei risultati da lui ottenuti è tutt’altro che promettente. Sono almeno tre i suoi punti deboli, tra loro strettamente collegati: la crescente rivalità con gli Stati Uniti compromessa da una crescita di appena il 2,8% del Pil, la metà rispetto all’obiettivo fissato dal governo (e, peggio ancora, al di sotto della media asiatica per la prima volta da più di trent’anni), a sua volta causata dal rallentamento della Nuova Via della Seta (la Belt and Road Initiative), messa in crisi dal prolungarsi della guerra russo-ucraina nei confronti della quale Xi è stato messo in grave imbarazzo dal suo alleato Vladimir Putin, che non ha ascoltato i suoi moniti di abbreviarla. Anzi, dopo l’ultimo avvertimento di Xi al vertice di Samarcanda della Shanghai Cooperation Organisation (Sco), Putin lo ha quasi preso in giro: ha dato, certo, una svolta decisa alla guerra, ma attraverso l’atto di forza delle annessioni dei territori occupati che, lungi dal mettere fine al conflitto, lo hanno ulteriormente esacerbato. Xi potrebbe costringere Putin ad aprire negoziati smettendo di comprargli energia in rubli, ma finora non l’ha fatto. Forse temeva che un atto così risolutivo preso prima del Congresso, un atto quasi di rottura, che avrebbe provocato una grave incrinatura dell’alleanza fra i due imperialismi, quello cinese e quello russo, avrebbe potuto creargli più difficoltà che vantaggi, visti i risultati già poco brillanti che deve esibire e dei quali abbiamo già detto. La vera partita, perciò, si gioca in questo Congresso, nell’elezione dei membri del Politburo. Vedremo se Xi conserverà la maggioranza al suo interno, oppure se verrà messo “sotto tutela”. Tempesta in arrivo per “il navigatore”?

R.M.

 UNO SCONTRO FRA IMPERIALISMI

Il voto dell’Assemblea Generale dell’Onu del 12 ottobre contro le annessioni russe dei territori ucraini occupati è stato, sostanzialmente, una replica di quello che il 4 marzo condannò l’invasione russa del territorio ucraino. A difesa di Kiev, si aggiungono solamente due Paesi (143 contro i 141 del 4 marzo), ma rimangono immutati i voti di chi sostiene la Russia (sempre 40, con ancora 5 astenuti). I contrari alle mozioni in difesa dell’Ucraina il 4 marzo erano stati Bielorussia, Corea del Nord, Eritrea, Siria, oltre alla Russia. Il 12 ottobre sono stati gli stessi tranne l’Eritrea, che si è astenuta, mentre il Nicaragua, che si era astenuto il 4 marzo, stavolta ha votato contro la mozione dell’Onu. Ricordiamo che, nell’ultimo periodo, il regime nicaraguense è diventato decisamente più repressivo. Tra gli astenuti, hanno mutato la loro posizione rispetto al 4 marzo Angola, Bangladesh, Iraq, Madagascar, Senegal (che si sono schierati a favore dell’Ucraina), Nicaragua (schieratasi, come detto, contro Kiev) mentre si sono aggiunti Honduras, Thailandia (il 4 marzo favorevoli all’Ucraina) ed Eritrea (contraria a Kiev il 4 marzo). Le altre variazioni, praticamente insignificanti, riguardano Paesi che non hanno partecipato al voto. Riconfermiamo, pertanto, la nostra analisi sul voto del 4 marzo (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/07/guerrarusso-ucraina-il-punto_27.html): se è vero che contro la Russia hanno votato la stragrande maggioranza dei Paesi, dalla parte di Mosca, in sostanza, ne restano ancora 40 che rappresentano il 55,5% della popolazione mondiale e che fanno riferimento al gruppo dei BRICS (solo il Brasile, tra i Paesi fondatori del “cartello”, ha ribadito la sua vicinanza a Kiev) e, più ancora, a quello che sta diventando il suo braccio politico-militare, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco). Si consolida, pertanto, l’analisi di Papa Francesco (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/10/ese-la-guerra-di-putin-fosse-unaltra.html): più che a una guerra tra due Paesi, siamo di fronte a uno scontro fra imperialismi, quello occidentale, liberale e democratico, a guida statunitense tramite la Nato, e quello orientale, autoritario e repressivo, a guida cinese (nel quale, ormai, la Russia, col suo imperialismo, è inglobata, dato che sopravvive solo grazie al sostegno di questi Paesi), del quale la guerra russo-ucraina è solo una tappa e che quasi certamente proseguirà con altri conflitti anche qualora, come sarebbe auspicabile, questa guerra si dovesse chiudere.

R.M.

 DUE PAESI CHE EMERGONO DALLA GUERRA

Se ci sono due Paesi che molto spregiudicatamente si stanno servendo molto bene della tragica guerra russo-ucraina, quelli sono senza dubbio Turchia ed Egitto. Avevamo già analizzato la situazione della Turchia all’inizio del conflitto (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/07/guerrarusso-ucraina-il-punto_28.html): il presidente Recep Tayyip Erdogan, che l’anno prossimo dovrà affrontare le elezioni, non se la passava bene: inflazione sopra al 70%, svalutazione della lira, disoccupazione.  La guerra russo-ucraina si è rivelata, per lui, un “colpo di fortuna” che finora ha saputo ben sfruttare. Proviamo a elencarne i successi: grazie alla sua mediazione, il grano ha ricominciato a circolare dopo il blocco dei porti ucraini decisi dalla Russia; ha “ricattato” Mario Draghi promettendogli di appoggiare le sue richieste energetiche in cambio di una stretta sui migranti per impedire loro di raggiungere l’Italia; ha concluso un accordo con il governo libico di Tripoli per lo sfruttamento energetico  di acque del Mediterraneo che fanno parte della Zona Economica Esclusiva di Grecia ed Egitto. Non basta. Nella sua posizione può agire relativamente indisturbato nei territori di confine fra Siria e Turchia da lui occupati estendendone il controllo per eliminare la minaccia curda dell’YPG (le forze curde in guerra contro il dittatore siriano Bashar el Assad), considerato un “prolungamento” dell’odiato PKK; mercanteggiare il suo veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato con la consegna di presunti terroristi curdi; mercanteggiare il suo schieramento nella Nato con gli Stati Uniti con la collaborazione americana alla lotta contro il citato YPG e l’estradizione in Turchia di Fetullah Gülen minacciando Washington di aderire all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) dopo aver partecipato al vertice di Samarcanda dell’organizzazione che è espressione politico-militare di Russia e Cina (sarebbe il primo Paese Nato che vi entrerebbe). Infine, può ancora essere il regista di futuri negoziati di pace. Insomma, grazie alla guerra russo-ucraina, Erdogan ha praticamente restituito alla Turchia il ruolo di grande potenza. L’altro Paese che ha saputo sfruttare il tragico conflitto è l’Egitto. Uscito malconcio dalla crisi pandemica e dall’isolamento internazionale in ambito mediorientale, il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha anche lui messo a segno dei successi non indifferenti: ha riallacciato i rapporti col Qatar, protettore della Fratellanza Musulmana e del presidente spodestato Mohammed Morsi, coronato in primavera da un investimento in Egitto di 4 miliardi di euro; ha rilanciato i rapporti con Emirati ed Arabia Saudita facendosi protagonista della nascita di una “cabina di regia” diplomatica con loro e con altri Stati della Lega Araba per mediare fra Mosca e Kiev controbilanciando abilmente la sua continua collaborazione con Mosca (l’interscambio nel primo semestre del 2022 è aumentato del 40%, e ai russi è stata affidata la realizzazione della centrale nucleare di al-Dabaa); al tempo stesso ha saputo riconquistare l’attenzione degli Stati Uniti rilasciando 500 prigionieri politici (ma ne rimangono in carcere ancora 65.000 circa) e ottenendo aiuti militari pari a 170 milioni di dollari nonostante l’impegno bellico di Washington a sostegno di Kiev; ha sfruttato le sue riserve mondiali di gas per stringere rapporti con Germania e Serbia. Questi successi hanno rilanciato le quotazioni internazionali del Cairo, che ha contribuito a far accettare alle milizie della Jihad islamica di Gaza il “cessate il fuoco” con Israele in occasione dell’operazione militare israeliana di agosto, e prepara, ora, il terreno per provare a riaprire il negoziato israelo-palestinese sensibilizzando in tal senso Abu Mazen, che al-Sisi ha incontrato il 7 settembre. La stessa cosa sta tentando in Libia: proprio il rapporto riguadagnato col Qatar, protettore del governo di Tripoli, può offrire un “ponte” ideale per tentare una conciliazione fra i due governi rivali in Libia (l’Egitto ha sempre appoggiato quello di Tobruk). Turchia ed Egitto: due potenze emergenti in gran parte “grazie” alla guerra russo-ucraina. Fra i due, però, è ancora la guerra russo-ucraina a marcarne una differenza: la maggiore fragilità della Turchia. Se la guerra dovesse proseguire, Erdogan non potrà presentarsi alle elezioni come un politico da “Nobel per la pace”, si troverebbe anche lui investito dalla crisi energetica, il turismo non riprenderebbe, la crisi economica perdurerebbe. Al-Sisi, invece, non deve temere nessuna elezione: è un dittatore sic et simpliciter.

R.M.

 GUERRA E PACE ENERGETICA

Nell’ultima settimana si sono raggiunti due accordi energetici di estrema importanza nel Mediterraneo: uno fra Turchia e Libia (3 ottobre), e l’altro fra Israele e Libano (11 ottobre). Il primo alza la tensione internazionale. Il secondo contribuisce a una pur timida pacificazione nell’area mediorientale. Iniziamo dal primo. Turchia e Libia (governo di Tripoli) avevano già sottoscritto nel novembre 2019 un memorandum coi quali i due Paesi rivendicavano il diritto allo sfruttamento energetico di una fascia di Mediterraneo che va dalle coste sud-orientali della Turchia a quelle nord-orientali della Libia. Il memorandum è stato considerato illegale dal governo libico di Tobruk (la Libia, ricordiamocelo, è ancora oggi in preda a una guerra civile fra questi due governi che non si riconoscono), da Grecia, Cipro ed Egitto. Nel 2020 Grecia ed Egitto risposero a quella che ritenevano, non a torto, un’illegittima ingerenza in parte delle loro acque territoriali, con la proclamazione di una loro Zona Economica Esclusiva (Zee) che non teneva conto di quella turco-libica, sovrapponendosi in alcune parti. Ebbene, il 3 ottobre scorso la Turchia e il governo libico di Tripoli hanno firmato un nuovo memorandum d’intesa in quelle stesse acque che Grecia ed Egitto rivendicano dal 2020 come loro Zee. Il recente accordo energetico alza notevolmente la tensione nel Mediterraneo, che potrebbe sfociare in pericolosi incidenti con l’annunciato avvio da parte di turchi e libici delle prime trivellazioni. Va ricordato che l’Unione Europea appoggia la Grecia, e che l’Italia non ha finora avanzato alcuna pretesa nella Zee turco-libica (ma sarebbe opportuno che un autorevole Ministro degli Esteri impegnasse il nostro Paese, a oggi in grave ritardo, ad accordarsi per la delimitazione di Zee con altri Paesi del Mediterraneo per non rimanere tagliati fuori dalla “corsa energetica” più che mai vitale a causa del conflitto russo-ucraino). Ieri, invece, si è arrivati a un altro accordo energetico: quello fra Israele e Libano per lo sfruttamento di due giacimenti di gas naturale sempre nel Mediterraneo, Karish e Qana, che si trova nella Zee rivendicata da Beirut, ma non riconosciuta da Israele. Hezbollah aveva minacciato un’operazione militare contro il giacimento di Karish se Israele avesse iniziato l’estrazione di gas prima che il Libano potesse fare lo stesso col giacimento di Qana, mentre gli israeliani chiedevano un risarcimento per la concessione dell’esclusiva sul giacimento di Qana. La mediazione francese è stata decisiva: la TotalEnergies, che si incaricherà delle operazioni su Qana per conto dei libanesi, verserà al posto di Beirut l’indennità richiesta dal governo israeliano. L’intesa sarà ufficialmente siglata il 20 ottobre e rappresenterà un netto successo politico per l’attuale governo israeliano uscente, guidato da Yair Lapid, e l’attuale presidente libanese, anch’egli uscente, Michel Aoun. Per Lapid, la sigla dell’intesa a pochi giorni dalle elezioni rappresenterà un punto a suo favore (non a caso, il suo avversario Benjamin Netanyahu si è opposto all’accordo giudicandolo un cedimento a Hezbollah), che si somma alle sue dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’Onu di ripresa dei negoziati con i palestinesi per la creazione di uno Stato palestinese (con le criticità che, comunque, avevamo delineato: cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/siriapre-il-negoziato-israelo.html). Per il Libano, in pieno default di fatto, praticamente ridotto alla fame, rappresenta una vitale boccata di ossigeno.  A un accordo energetico che puzza di conflitto, quello turco-libico, se ne aggiunge un altro, quello israelo-libanese, che profuma di pace, e apre uno spiraglio concreto di negoziati nel Medio Oriente, un profumo che era da tempo che non si sentiva.

R.M.

 TORNA IL CAOS NEI BALCANI?

Per la seconda volta, domenica 9 ottobre, a Banja Luka duemila persone si sono riversate nel centro città per protestare contro i presunti brogli elettorali nella Repubblica Serba in Bosnia-Erzegovina. Già giovedì 6 ottobre si era avuta una prima manifestazione, sempre a Banja Luka, che è sfilata davanti alla sede del governo della Repubblica Serba. Non basta. Tornano a sentirsi voci di secessione tra croati e bosgnacchi, mentre la comunità internazionale, con incredibile ingenuità, getta benzina sul fuoco della distruzione dello Stato creato con gli accordi di pace di Dayton del 1995 che misero fine alle guerre civili nella ex Jugoslavia. Ma andiamo con ordine. Domenica 2 ottobre in Bosnia-Erzegovina si sono svolte le elezioni per la presidenza tripartita dello Stato (un seggio bosgnacco, uno croato e uno serbo), per i parlamenti centrali e delle due entità che compongono il Paese (Federazione di Bosnia-Erzegovina e Repubblica Serbia) e, rispettivamente, dei deputati che compongono i 10 cantoni della Federazione di Bosnia-Erzegovina e del futuro presidente della Repubblica Serba. Le elezioni sono state un disastro. Intanto, quelle della presidenza tripartita hanno riconfermato i problemi e le rivalità presenti nella vecchia presidenza: sono stati eletti Denis Becirovic (bosgnacco), Zeliko Komšić (croato) e Zeljka Cvijanovic (serbo). Benché solo l’ultima sia estremista (appartiene al partito nazionalista serbo, lo stesso di Milorad Dodik, suo predecessore), la rielezione di Komšić riproporrà la discriminazione dei croati a vantaggio dei bosgnacchi, essendo Komšić non croato e simpatizzante dei bosgnacchi, della quale avevamo parlato (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unapolveriera-pronta-esplodere-la.html). Si torna a parlare di secessione tra croati e bosgnacchi. Non basta. Ci si è messa pure la comunità internazionale a incendiare ulteriormente le polveri. Con un intervento a gamba tesa, l’Alto Rappresentante (figura istituita dagli accordi di Dayton a garanzia del corretto funzionamento della democrazia balcanica) Christian Schmidt, proprio mentre era in corso il conto dei voti, ha cambiato la legge elettorale imponendo modifiche costituzionali all’entità della Federazione di Bosnia-Erzegovina. In particolare, ha aumentato i deputati delle tre entità nazionali alla Camera dei Popoli da 17 a 23 ciascuno. Poiché l’elezione avviene su base cantonale, essendo i bosgnacchi concentrati prevalentemente in cinque cantoni su dieci, aumenterebbe ulteriormente la loro rappresentanza a scapito dei croati, la cui rilevanza rischia realmente di essere totalmente cancellata. L’Unione Europea, tramite la sua delegazione, ha preso le distanze dall’incredibile iniziativa di Schmidt: un gesto dovuto, ma inutile. I croati sono con le spalle al muro, e se scoppieranno nuovamente le violenze tra le due etnie, anche le mani di Schmidt saranno sporche di sangue. La situazione è, però, drammatica anche a causa delle controverse elezioni nella Repubblica Serba: per la presidenza si fronteggiavano Dodik e Jelena Trivic, entrambi nazionalisti, ma il primo più estremista, la seconda più moderata. Dodik è decisamente filorusso, e non nasconde nemmeno lui il proposito di smantellare la Bosnia-Erzegovina come avevamo scritto nel nostro citato intervento del 1° agosto, è decisamente filorusso, ha appoggiato l’invasione russa dell’Ucraina e riconosciuto i referendum nelle province ucraine occupate da Mosca, e si aspetta da Vladimir Putin un appoggio per staccare la Repubblica Serba dalla Bosnia-Erzegovina e annetterla alla Serbia, realizzando il sono della Grande Serbia dei nazionalisti serbi più estremisti, con conseguenze probabilmente tragiche per il Kosovo. Entrambi i candidati, nella notte del 2-3 ottobre, si sono dichiarati vincitori, ma nei giorni successivi le opposizioni hanno portato testimonianze e prove di brogli elettorali. Da qui le proteste del 6 e del 9 ottobre, e la decisione della Commissione elettorale di procedere al riconteggio dei voti in circa mille seggi elettorali in tutta la Bosnia-Erzegovina: ben 420.000 schede elettorali non sarebbero valide. Dodik, intanto, ha presentato denuncia penale contro la Commissione per la decisione del riconteggio. Vedremo come finirà quest’ennesimo pasticcio balcanico, ma tutto sembra avviato a riconfermare la situazione preelettorale: i Balcani rimangono una polveriera pronta a esplodere.

 R.M.

 “ARROCCO” IN UCRAINA

La guerra russo-ucraina si trova in una situazione di “arrocco”, cioè di non mutamento sostanziale della situazione con la controffensiva ucraina che prosegue, nonostante due fatti che costituiscono ulteriore svolte: il discorso del 21 settembre di Vladimir Putin, nel quale annunciava le annessioni di Donbass, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, indicava come vero nemico della Russia l’imperialismo occidentale e si dichiarava disposto a negoziati di pace on Kiev, e la decisione di Volodomyr Zelensky di far approvare una legge che vieta qualsiasi trattativa con Putin. Né l’uno, né l’altro, a oggi, aprono prospettive quantomeno di negoziati. Putin perché si rifiuta di accompagnare il suo annuncio con qualche proposta concreta, a partire da ciò a cui sarebbe disposto a rinunciare. Zelensky perché, con la sua legge, chiude pregiudizialmente ogni possibilità di trattativa col premier russo. I belligeranti sono, perciò, chiusi su posizioni oltranziste. Questo sembra confermare ulteriormente quanto sostenevamo a partire dalla riunione Nato di Ramstein, e cioè che le vere prospettive di negoziato e di pace sono in mano ad altri: Stati Uniti, determinanti a fornire armi agli ucraini, e Cina, altrettanto determinante a garantire un mercato all’energia russa. Ma nemmeno queste due superpotenze sembrano pronte o ritengono giunto il momento per fare questo passo. La Cina continua a offrire il suo mercato al gas russo, e gli Stati Uniti a fornire missili a Kiev. Quanto al grave pericolo di escalation nucleare, parzialmente rassicuranti sono le risposte negative date dal Cremlino al leader ceceno Ramzan Kadirov che invocava l’uso delle armi nucleari da parte di Mosca, e le parole del direttore della Cia, Bill Burns, che ha intimato a Joe Biden di non mettere all’angolo Putin per non indurlo a decisioni “pericolose”. Anche il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg ha rassicurato che non è nell’interesse dell’alleanza alzare il livello della tensione. Tutto lascia prevedere che il conflitto continuerà nella forma e nella sostanza che lo hanno caratterizzato fino a questo momento. Probabilmente, ci potrebbero essere novità a seguito di due eventi che impegnano i leader delle due superpotenze che possono obbligare i loro “protetti” a sedersi a un negoziato: la riconferma di Xi Jimping alla Presidenza della Repubblica Cinese e, per quanto riguarda Joe Biden, il risultato delle elezioni di mid-term a novembre negli Stati Uniti. Sembra proprio che entrambi guardino soprattutto ai loro problemi interni. Una volta risolti, potrebbero essere più “liberi” di imprimere una svolta decisa e, speriamo, positiva al conflitto. Fino a quel momento, purtroppo, a meno di miracoli, non ci resterà che continuare a contare i morti.

 R.M.

 E SE LA GUERRA DI PUTIN FOSSE UN’ALTRA?

A ventiquattr’ore dal discorso col quale Vladimir Putin ha dichiarato annessi i territori di Donbass, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, potendolo analizzare più attentamente, è possibile chiedersi se quella che sta combattendo è una guerra contro l’Ucraina o contro qualcun altro. In effetti, i toni più violenti sono stati indirizzati non all’Ucraina, che è stata, al contrario, invitata a negoziare (ma ancora Putin non ha detto a cosa anzitutto lui sarebbe disposto a rinunciare…), ma contro l’Occidente. O, per meglio dire, contro l’imperialismo occidentale, a guida chiaramente americana. Vengono a mente le lucide parole con le quali Papa Francesco aveva delineato, dal suo punto di vista, il conflitto in un’intervista da lui rilasciata a “Il Corriere della Sera” il 3 maggio scorso. Il pontefice aveva detto di non ritenere che la guerra russo-ucraina fosse causata dalle rivendicazioni russe dei territori poi annessi contro i tentativi di Kiev di “ucrainizzarli”: questa, disse il papa, è una questione «di dieci anni fa», un «argomento vecchio». Perché, se questo fosse stato il vero motivo, non è scoppiata prima? No. Per il Papa «in Ucraina sono stati gli altri a creare il conflitto». I motivi, cioè, sono altri. Ed ecco che Putin nel suo discorso sull’annessione dei territori occupati sembra proprio dargli ragione quando ha detto esplicitamente che la sua guerra non è contro l’Ucraina, ma contro l’Occidente, cioè contro l’imperialismo occidentale. Se diamo un occhio al panorama internazionale, vediamo che le superpotenze, e le relative politiche imperialiste, sono tre: Cina, Stati Uniti, Russia. Queste tre superpotenze, in un modo o nell’altro, sono implicate in quasi tutte le guerre, anche civili, che dilaniano il pianeta: Siria, Libia, Ucraina, Yemen, Israele e Palestina, Afghanistan, Iraq, Myanmar ecc.. Non a caso, il Papa più volte ha parlato di una “terza guerra mondiale a pezzetti”. I tre imperialismi afferenti alle tre superpotenze non si equivalgono: la Cina, al momento, sembra prevalere, grazie soprattutto alla sua politica economica, una sorta di “testa di ponte” del suo imperialismo politico. Gli Stati Uniti, grazie soprattutto al loro apparato militare e di intelligence e alla Nato, cercano di tenerle testa contenendole spazi e alleati. La Russia è, fra le tre, nettamente la più debole, e rischia seriamente di fare la fine del “vaso di coccio” fra “vasi di ferro”: ha un apparato militare decisamente inferiore, e un’economia troppo dipendente dalle risorse energetiche. Il tipo di regime la accomuna alla Cina, ma Putin sa bene che deve diffidarne. Pechino, infatti, non aspetta altro che inglobare la Russia nel suo imperialismo (e non è affatto lontana: la Russia si tiene tuttora a galla grazie alla disponibilità cinese di comprarle energia a metà prezzo e in rubli). Molti meno aspetti, probabilmente nessuno, accomuna la Russia agli Stati Uniti, la cui minaccia è percepita maggiormente. Ora, è risaputo che, nella storia, quando una superpotenza sa di essere inferiore alle altre e sente di essere fagocitata, diventa molto aggressiva. E’ un po’ come un orso ferito, la cui pericolosità e aggressività aumenta, appunto, in virtù del fatto che, essendo ferito, si sente più debole. Ebbene, la Russia è dal 1994 che vede la Nato allargarsi sempre più a est, verso i suoi confini. E la Nato è il braccio militare e imperialista degli americani. La prospettiva di vedersela arrivare in Ucraina (è dallo scorso anno che si parla sempre più esplicitamente di ingresso ucraino nella Nato) ne ha scatenato una reazione spropositata e sproporzionata, tipica dell’orso ferito: l’invasione dell’Ucraina, cogliendo il pretesto dell’effettiva violenza e discriminazione che stava subendo la minoranza filorussa. Se così stessero le cose, però, la guerra russo-ucraina, anche qualora auspicabilmente dovesse concludersi, rappresenterebbe con ogni probabilità una “tappa” propedeutica di un’altra guerra, quella che si combatte fra gli opposti imperialismi, tra i quali il più aggressivo sarà tendenzialmente sempre il più debole, quello russo. Non a torto, forse, Svezia e Finlandia (oltre all’Ucraina) chiedono l’adesione alla Nato. A meno che le superpotenze decidano di inaugurare una distensione all’insegna di un vero multilateralismo (si è giustamente accusato Donald Trump di averlo apertamente contrastato col suo motto «America First!», ma c’è da chiedersi se non fosse già in crisi prima, e se l’attuale multilateralismo di cui si parla non sia solo, appunto, un multilateralismo solo di facciata), se Papa Francesco, come Putin stesso dimostrerebbe, avesse ragione, il pericolo di altre guerre e di ulteriori escalation anche nucleari resterebbe immutato. Ricordiamoci sempre della pericolosità dell’orso ferito.

R.M.

 I REFERENDUM, LE ANNESSIONI E LE PROSPETTIVE DI PACE

I referendum per l’annessione alla Russia di Donbass, Donetsk, Kherson e della provincia di Zaporizhzhia mi ricordano l’analogo precedente dei referendum “farsa” pilotati dal governo e dall’esercito piemontese nei territori da loro conquistati nel processo risorgimentale di unificazione nazionale (gente obbligata a votare per l’annessione al Piemonte e risultati truccati). In quei territori si instaurò un regime altrettanto e forse anche più repressivo e poliziesco dei regimi appena abbattuti. Del resto, i piemontesi (come i russi) sapevano bene che la stragrande maggioranza degli italiani (come gli ucraini) non era per nulla contenta di “piemontesizzarsi”. Questa palpabile insofferenza provocava negli animi dei conquistatori la cosiddetta “sindrome dell’accerchiamento”: temevano, cioè, che i vecchi regimi potessero da un momento all’altro prendersi la rivincita e sobillare la popolazione alla rivolta. I referendum “farsa” piemontesi furono all’origine della complessa frattura fra “Paese legale” e “Paese reale” che non portò affatto quella libertà che ci si aspettava dalla monarchia sabauda. Per anni si parlò di Risorgimento “incompiuto”. Che cosa porteranno i referendum “farsa” organizzati dal governo e dall’esercito russo nei territori ucraini da loro occupati? La pace o l’escalation bellica? Vladimir Putin, nel suo discorso del 21 settembre, pur non avendo tutti i torti nell’addebitare alla Nato un graduale accerchiamento militare della Russia, ha aggravato la sua politica sproporzionata iniziata con quella che, di fatto, è una guerra (e non un’operazione militare) aggressiva verso un Paese libero e sovrano, alzando i toni bellicisti con l’annuncio della mobilitazione parziale dei riservisti (preceduta da un aggravamento della pena per i renitenti decisa il giorno prima dalla Duma) e dichiarando che un’aggressione ai territori annessi sarebbe stata considerata come un’aggressione alla Russia, non nascondendo la possibilità di usare l’arma atomica. Una posizione esageratamente dura, che non è piaciuta alla Cina: al vertice di Samarcanda della Shanghai Cooperation Organization, la Cina aveva chiesto a Putin di dare una svolta decisa per chiudere la questione ucraina. Pechino, infatti, ha tutto da perdere da un prolungamento del conflitto: la crisi economica che potrebbe innescarsi in Europa con l’aumento dei prezzi energetici metterebbe a rischio gli affari dei cinesi. Putin ha obbedito… a modo suo: la svolta decisa l’ha data, ma attraverso altri atti di forza che rischiano di esacerbare il conflitto, e che Pechino non ha accettato. Abbiamo più volte detto che dalla riunione Nato di Ramstein (26 aprile scorso) a decidere le sorti della guerra sono, ormai, americani (che tengono in pugno Volodomyr Zelensky fornendogli le armi) e cinesi (che tengono in pugno Putin comprando a metà prezzo ingenti quantità di energia). Gli americani si sono già esposti: non intendono farsi intimidire dalle minacce russe. I cinesi, invece, potrebbero avere interesse a spingere Putin verso la cessazione delle ostilità e i negoziati di pace. Il suo discorso di oggi, nel quale ha annunciato le annessioni, sembra far intendere il raggiungimento di quel risultato concreto da esibire in patria per dichiarare il raggiungimento dei suoi obiettivi e chiudere le ostilità. Ma per aprire i negoziati, tutte le parti belligeranti devono essere disposte a rinunciare a qualcosa. Premesso che la situazione ideale, la neutralità internazionalmente garantita all’Ucraina in cambio della rinuncia di Kiev ad aderire alla Nato, sembra, ormai, superata per colpa dell’invasione decisa da Putin, si potrebbe ipotizzare che quest’ultimo possa rinunciare a Kherson e Zaporizhzhia, che non aveva mai rivendicato, mantenendo gli altri territori annessi, che rappresenterebbero l’obiettivo minimo della sua guerra. Ma sarà disposto a farlo dopo gli sforzi messi in atto per ottenerne l’annessione? E gli ucraini (e gli americani), ora che sentono di avere l’inerzia della guerra dalla loro parte in virtù dei continui successi sul campo, saranno disposti ad accettare una mutilazione del loro territorio? O non proveranno piuttosto a riconquistarli tutti, Crimea compresa (come le ultime dichiarazioni di Zelensky lascerebbero ad intendere)? Una cosa è certa: davanti al rischio di una escalation nucleare, se gli occidentali rifiuteranno pregiudizialmente di sedersi a un negoziato proposto da Putin, il torto, stavolta, passerebbe dalla loro parte.

 R.M.

 LUTERO “ANTICIPATORE” DI PAPA FRANCESCO?

500 anni fa venne pubblicata la prima edizione del Nuovo Testamento tradotto in tedesco da Martin Lutero. Il successo fu strepitoso. L’occasione mi ha portato alla memoria le motivazioni che spinsero Lutero alla sua opera di traduzione: «Non si deve chiedere alle lettere della lingua latina come si ha da parlare in tedesco […], ma si deve domandarlo alla madre in casa, ai ragazzi nella strada, al popolano al mercato, e si deve guardare la loro bocca per sapere come parlano e quindi tradurre in modo conforme. Allora comprendono», scrisse nella sua Epistola sull’arte del tradurre (1530). Parole non molto diverse da quelle di Francesco quando dice che la fede si deve trasmettere “in dialetto”, nella lingua dei nonni, per essere più facilmente compresa e testimoniata. Proprio perché è anzitutto testimoniata, il pontefice ha più volte evidenziato come il “dialetto” della fede sia anzitutto una forma di affetto, di cura, di amore non solo verso ciò che si trasmette, ma anche verso il destinatario della “buona novella”. Ecco cosa scrisse Lutero nella sua Epistola: «Tradurre non è un’arte fatta per tutti, […] bisogna avere un cuore veramente pio, zelante, timoroso, cristiano». Anche queste sono parole non diverse da Papa Francesco. Non basta. Uno dei punti programmatici del suo pontificato, ben delineato nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), è l’evangelizzazione, cioè andare incontro alla gente attraverso una «conversione pastorale e missionaria» che «coinvolga», «accompagni», «fruttifichi» in modo da «riscaldare il cuore dei fedeli», mostrando «vicinanza» e «prossimità». Qual era lo scopo di Lutero nella sua traduzione in tedesco del Nuovo Testamento? Lo stesso. Il successo strepitoso dell’opera ebbe una grande efficacia pastorale perché ognuno poteva accedere direttamente alla Parola di Dio, trovando conforto e aiuto. Il Nuovo Testamento divenne così un testo letterario, come più tardi l’Antico Testamento, che il monaco tedesco tradusse nel 1534. E’ da sottolineare come l’iniziativa di Lutero fosse davvero disinteressata e pastorale: non ricevette alcun compenso per la sua opera, e non ricevette nemmeno le poche copie che aveva richiesto per sé. Papa Francesco ha inaugurato una serie di udienze generali sul discernimento, attraverso la via prioritaria della preghiera e del rapporto personale con Dio. Un’altra intenzione che lo accomuna a Lutero: proprio per facilitare un rapporto personale fra il credente e Dio il monaco ha voluto rendere direttamente fruibile il Nuovo Testamento. Va detto che lo stesso Lutero, nella sua difesa davanti alla Dieta imperiale di Worms (era stato appena scomunicato), ha esplicitamente detto: «La mia coscienza è prigioniera della parola di Dio». Certo, Martin Lutero è scismatico; ha estremizzato il pensiero di Agostino sulla grazia ritenendo l’uomo intrinsecamente cattivo e non meritevole di essere salvato se non per grazia e fede in Dio (l’episodio del fulmine che per poco non lo uccideva ha forse aggravato questa sua posizione già estremamente radicale); ha peccato di ambizione ed egocentrismo (dichiarava di non fidarsi del papa e dei Concili perché sbagliavano, ma si dimenticava che nemmeno lui era l’incarnazione della perfezione); più che tradotto, a volte ha tradito il linguaggio del Nuovo testamento, in parte in buona fede, in parte per “piegarlo” alle sue convinzioni (non è vero che San Paolo ha scritto che la salvezza si ottiene solo con la fede e senza le opere, anche se la traduzione dal tedesco implica, quando si afferma un’opzione vera rispetto a una falsa, l’uso del sostantivo “solo” per rafforzare la validità della prima). Al netto, però, di questi difetti e di queste chiare “deviazioni”, viene da chiedersi: è proprio un azzardo sostenere che Martin Lutero, nel tradurre in tedesco il Nuovo Testamento con le motivazioni che ci ha dato, sia stato una sorta di “anticipatore” di Papa Francesco e, nel sottolineare il legame fra coscienza persona e Dio, della modernità?

R.M.

 LA FINE DI LETTA E LA VITTORIA DI MELONI

In parte lo avevamo previsto (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/ilconiglio-dal-cilindro-ilconiglio-dal.html): Enrico Letta ha fallito su tutta la linea la sua campagna elettorale. Avendo prevalso in lui il risentimento personale verso Matteo Renzi, ha preferito allearsi con partiti incompatibili col suo (Europa + e Sinistra Italiana), contraddicendo la sua tanto decantata difesa della cosiddetta “Agenda Draghi”, e provocando la dispersione del voto moderato che, non a torto, ha rifiutato di votare per lui. Non è nemmeno riuscito a “rimettere le cose a posto” con candidature “eccellenti” come quella di Carlo Cottarelli (sconfitto nell’uninominale nientemeno che dalla molto meno quotata Daniela Santanché), della quale avevamo parlato. Stravince, in virtù anche di una consistente percentuale di astenuti, Giorgia Meloni, che vede premiata la sua coerenza politica di opposizione al governo di Mario Draghi. Letta ha già dichiarato, molto onestamente e correttamente, che non si ripresenterà più candidato alla segreteria del Pd, il cui congresso verrà convocato a breve. L’Italia si trova così governata da una coalizione schiacciata a destra e, per di più, molto più variegata di quanto non sembri, come avevamo accennato in precedenza (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/07/comee-scattata-la-campagna-elettorale.html). Sempre in virtù dell’astensione, il M5S raggiunge una percentuale insperata fino a pochi giorni fa. Brutte sconfitte per Lega, che paga l’appoggio dato a Draghi, Forza Italia e del cosiddetto Terzo Polo. I numeri possono essere interpretati in vario modo. Noi ne proponiamo una doppia lettura: la sconfitta dei moderati (e del voto moderato), e il tradimento di Mario Draghi da parte dei principali partiti politici che lo avevano sostenuto. Due facce, per noi, della stessa medaglia, dal momento che l’unico punto di riferimento possibile per credibilità e autorevolezze per i moderati era proprio Mario Draghi. Non a caso, i trionfatori delle elezioni sono partiti estremi “antidraghiani”, uno dei quali è sempre stato all’opposizione del suo governo (Fdi), l’altro (M5S) che ne ha provocato la caduta. Un collasso, quello del voto moderato, molto connesso con la decisione dei partiti di ispirazione moderata di abbandonare Mario Draghi (a eccezione del Terzo Polo, lasciato solo a presidiare un’area di centro davvero poco appetibile). Forza Italia e Lega, dopo aver appoggiato l’iniziativa di M5S di far cadere il governo di unità nazionale, si sono alleati con l’oppositore di Draghi, Fdi, finendo per diventarne vassalli. Del Pd abbiamo già detto. Sembra proprio che, per Letta, Renzi sia una sorta di nemesi: quando ce l’ha davanti, è come se perdesse il senno. La storia non si fa né con i “se”, né con i “ma”. D’altra parte ci chiediamo: se la scelta di Letta fosse stata quella di allearsi col Terzo Polo non sarebbe stata abbondantemente premiata (con esiti che avrebbero potuto mettere in forte discussione la vittoria del centrodestra) da un consistente voto moderato che, probabilmente, ha alimentato un’astensione più numerosa rispetto al 2018? Di seguito, una nostra personalissima pagella sui protagonisti della campagna elettorale:

- GIORGIA MELONI, voto 8: non solo vede premiata la sua coerenza di oppositrice al governo Draghi, ma ha imbastito una campagna elettorale intelligente, cercando di accreditarsi a livello nazionale e internazionale malgrado le sue idee non moderate, evitando più di altri di promettere ciò che sapeva di non poter mantenere, con toni rassicuranti anche se decisi. In alcuni casi, però, ha fatto emergere imbarazzanti divisioni rispetto ai suoi alleati, e si è lanciata troppo unilateralmente nel proporre una non ben delineata riforma in senso presidenziale.

- GIUSEPPE CONTE, voto 8: è l’alter ego di Giorgia Meloni. Alla coerenza, ha aggiunto una notevole capacità perfino camaleontica di riportare il M5S a rivendicazioni da estrema sinistra mantenendo toni ed aplomb istituzionali. E’ molto più che un capopopolo: ha magnificamente sfoderato la sua esperienza di Presidente del Consiglio.

- MATTEO RENZI e CARLO CALENDA, voto 7: di più, non potevano fare. Il 7, anziché l’8, è la media dei due voti: 8 a Renzi, 6 a Calenda per la giravolta fatta col Pd, della quale, però, si è subito pentito (meglio pentirsi prima che dopo…).

- SILVIO BERLUSCONI, voto 6: il carisma resta (si è fatto rieleggere), ma subisce nettamente l’onda di Giorgia Meloni e la mette in imbarazzo con un’infelice uscita pubblica filoputiniana alla vigilia del voto.

- MATTEO SALVINI ed ENRICO LETTA, voto 4: Salvini paga la difficoltà a tenere un partito in preda a una lotta interna fra moderati (che hanno appoggiato Draghi) e intransigenti, dei quali fa parte. Appare troppo ondivago e poco coerente, e si fa venire un brutto mal di piede non essendo in grado di tenere il “piede in due scarpe”. Non è nemmeno innovativo: poteva rilanciare la bandiera federalista, ma si è arroccato su posizioni centraliste che hanno snaturato le origini della Lega. Di Letta abbiamo detto sopra. Condividono, pertanto, il voto e, probabilmente, il destino. Letta non sarà più segretario del Pd, ma anche la fine di Salvini sembra vicina.

- LUIGI DI MAIO, voto 2: non è stato nemmeno capace di dare un po’ di maquillage al suo cinismo politico che lo ha portato a trasmigrare da un partito all’altro: netta bocciatura da parte degli elettori e… da parte nostra.

R.M.
 LA “NEW ECONOMY” DI PAPA FRANCESCO:
AL CENTRO L’UOMO, CONTRO LIBERISMO E AMBIENTALISMO


Papa Francesco ha chiuso oggi due settimane cruciali per il suo pontificato. Due settimane fa, al Congresso interreligioso in Kazakistan, ha innescato un processo per garantire un ruolo di primo piano alle religioni in ambito internazionale. Ieri, ad Assisi, ne ha innescato un altro: lanciare ufficialmente una nuova economia sociale e cristiana guidata dai giovani. Oggi ha indirettamente chiuso entrambe queste iniziative con la sua omelia a Matera, in occasione della conclusione del 27° Congresso Eucaristico nazionale, nella quale ha ribadito che al centro di ogni azione deve esserci l’uomo. E ieri, ad Assisi, ha pronunciato, in questo senso, uno dei discorsi più impegnativi del suo pontificato. Francesco, che comprensibilmente non nutre molta fiducia nell’attuale classe dirigente internazionale, già dal 2019 aveva deciso di investire sui giovani per un rinnovamento dell’economia: «Ho atteso da oltre tre anni questo momento, da quando, il primo maggio 2019, vi scrissi la lettera che vi ha chiamati e poi vi ha portati qui ad Assisi», ha detto ai giovani convenuti. Seguendo il paradigma dell’enciclica Laudato Sì, ha ufficialmente lanciato la loro missione che, appunto, deve mettere al centro non semplicemente l’ambiente e l’ecologia, ma l’uomo: «La sostenibilità [..] è una parola a più dimensioni. Oltre a quella ambientale ci sono anche le dimensioni sociale, relazionale e spirituale». Quest’ultima deve essere la base di tutto: «L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, prima di essere un cercatore di beni è un cercatore di senso. Noi tutti siamo cercatori di senso. Ecco perché il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno. […] La tecnica può fare molto; ci insegna il “cosa” e il “come” fare: ma non ci dice il “perché”». Se non si parte dall’uomo comprendendolo come creatura e, pertanto, dotato di una sua intangibile dignità, qualsiasi progetto di sostenibilità economica a difesa dell’ambiente finisce per danneggiare l’uomo stesso, a partire dai poveri, i più fragili e vulnerabili: «Non tutte le soluzioni ambientali hanno gli stessi effetti sui poveri, e quindi vanno preferite quelle che riducono la miseria e le diseguaglianze […].  L’inquinamento che uccide non è solo quello dell’anidride carbonica, anche la diseguaglianza inquina mortalmente […]. Non possiamo permettere che le nuove calamità ambientali cancellino dall’opinione pubblica le antiche e sempre attuali calamità dell’ingiustizia». Ambientalismo ed ecologismo cadono in questo errore perché mettono al centro l’ambiente, e non l’uomo. Nella Laudato Sì il Papa aveva chiaramente stigmatizzato come non sia credibile l’ambientalista o l’ecologista che pretende di difendere l’ambiente sostenendo aborto, eutanasia, fecondazione assistita, respingimento di migranti ecc.. E’, paradossalmente, l’altra faccia del liberista capitalista, altra ideologia che non mette al centro l’uomo, ma il profitto, che Francesco ha attaccato ad Assisi: «Il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate […] ma così genera una carestia di felicità» i cui volti più visibili sono «l’inverno demografico», «la schiavitù della donna: una donna che non può essere madre perché appena incomincia a salire la pancia, la licenziano», e la rovina dell’ambiente, perché «ha depredato le risorse naturali e la terra» e corrotto l’economia sostituendola con la finanza, «una cosa acquosa, una cosa gassosa» estremamente pericolosa : «State attenti a questa gassosità delle finanze!». Insomma, «bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo», e subito, «non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale […]: la terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli». Mettere al centro l’uomo in tutti i progetti è l’unico modo per salvare uomo e ambiente, «diventare artigiani e costruttori della casa comune» assumendo come modello concreto «l’Economia di Francesco» d’Assisi: immedesimandosi nei poveri, i francescani hanno aiutato a far sorgere un’economia solidale «e persino le prime banche solidali (i Monti di Pietà)», creando ricchezza, ma senza disprezzare la povertà. E poi «dobbiamo accettare il principio etico universale […] che i danni vanno riparati». Insomma, ha ancora detto il Papa ai giovani, «la nostra generazione vi ha lasciato in eredità molte ricchezze, ma non abbiamo saputo custodire il pianeta e non stiamo custodendo la pace» perché si è dimenticato l’uomo. Da qui, l’appello finale ai giovani: «Occorre un cambiamento rapido e deciso. Questo lo dico sul serio: conto su di voi! Per favore, non lasciateci tranquilli, dateci l’esempio!» per dar vita a uno sviluppo umano integrale basato sulla triplice dimensione «sociale, relazionale e spirituale». Soprattutto spirituale, perché se non si mette al centro l’uomo, si distrugge l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Un altro investimento, questo sui giovani da parte di Papa Francesco, come quello fatto in Kazakistan con le altre religioni: due processi innescati perché nel tempo diano i loro frutti. Ancora una volta, per Papa Francesco «il tempo è superiore allo spazio».

 R.M.

 SI RIAPRE IL NEGOZIATO ISRAELO-PALESTINESE?

«Un accordo con i palestinesi, basato su due Stati per due popoli, è la cosa giusta per la sicurezza di Israele, per la sua economia e per il futuro dei nostri bambini». Così ha detto il premier israeliano Yair Lapid all’Assemblea Generale dell’Onu. Poiché è da tempo che non si sente un primo ministro israeliano esporsi così nettamente a favore di uno dei conflitti più complicati della storia contemporanea (e non solo), è lecito porsi una domanda: si riapre il negoziato israelo-palestinese? L’auspicio è che sia effettivamente così: il conflitto nella cosiddetta Terra Santa (per ebrei, cristiani e musulmani) coinvolge le principali potenze del Medio Oriente, e la sua soluzione può rappresentare una chiave di volta per la soluzione di altri conflitti, data l’importanza della regione per tutti. E’ dal 1993, con gli accordi di Oslo, che non ci si avvicina più. Le responsabilità sono equamente divise tra gli opposti doppiogiochismi: da una parte, quelli di Yasser Arafat, che pur di non perdere prestigio si è messo “a rimorchio” delle fazioni palestinesi estremiste e terroristiche, e di Mahmoud Abbas, che ha esclusivamente pensato ad arricchirsi alle spalle del suo popolo e di mantenere a tutti i costi il potere rifiutando sistematicamente di indire le elezioni politiche (dalle quali uscirebbe sicuramente sconfitto, anche molto più gravemente rispetto alle elezioni del 2006); dall’altra, quelle degli israeliani, che hanno “blindato” Gerusalemme rifiutando di condividerne il destino di capitale dei due futuri Stati, hanno continuato a costruire insediamenti nella parte orientale della Città Santa per le tre religioni monoteistiche e in buona parte della Cisgiordania e hanno ripetutamente invaso la Striscia di Gaza da quando Hamas, nel 2007, se ne è impossessato. Solo per questa ormai trentennale catena di violenze le parole pronunciate da Lapid suonano dolci alle orecchie di chi si augura una seria riapertura dei negoziati. Occorrerebbe, però, che fossero accompagnate da qualche gesto di buona volontà. Invece, ci risulta che gli insediamenti ebraici nel territorio palestinese continuino, che Israele non ha alcuna intenzione di condividere coi palestinesi il destino di Gerusalemme, e che il ciclo delle violenze non si è concluso con la sproporzionata, insensata ennesima invasione della Striscia di Gaza della scorsa estate (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unabomba-per-netanyahu-perche-israele.html e https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/accordoa-gaza-cosa-ha-e-non-ottenuto.html): non ci sarà, infatti, inchiesta penale per l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Aklek avvenuta lo scorso 11 maggio benché l’esercito israeliano abbia ammesso le sue responsabilità. E’ inevitabile, inoltre, il sospetto che questa apertura di Lapid sia una tattica per conquistare il voto degli arabi israeliani alle imminenti elezioni politiche. Le parole pronunciate da Lapid rappresentano certamente un evento importante e un’occasione da non perdere, ma ancora non bastano per essere sicuri di essere davanti a una svolta di questo ormai secolare conflitto.

R.M.

 LA SECONDA SVOLTA DELLA GUERRA IN UCRAINA

Siamo probabilmente arrivati alla seconda svolta nella guerra russo-ucraina, dopo quella del 26 aprile (la riunione Nato a Ramstein nella quale è prevalso l’indirizzo oltranzista antirusso degli Stati Uniti): la decisione di Vladimir Putin comunicata oggi 21 settembre di indire un referendum per l’annessione alla Russia di Donbass, Donetsk, a Kherson e nella provincia di Zaporizhzhia, a seguito della massiccia controffensiva ucraina di fine estate che ha umiliato l’esercito russo. Premesso che, come nel caso della Crimea, i referendum sono giuridicamente inaccettabili (si svolgono in territori occupati militarmente dai russi, e chi vota avrà la pistola puntata alla tempia, alla faccia della libertà e della democrazia), essi costituiscono una svolta nel conflitto che potrebbe essere tragica o pacifica. Col referendum, infatti, quei territori diventeranno russi, e la Russia si rivendicherà il diritto di difenderli anche con armi nucleari, perché qualsiasi attacco contro di essi sarà interpretato a Mosca come un attacco contro la Russia. E Putin, nel suo discorso alla nazione, ha minacciato di farlo. Non basta. Appena 24 ore prima, il 20 settembre, la Duma ha approvato un inasprimento delle pene relative al codice militare: per chi si oppone al servizio militare, gli anni di reclusione passano da 5 a 15; per chi si oppone a un comando dato da un superiore, si va da una “forchetta” di 2-3 anni a una che va dai 3 ai 10 anni di reclusione. Se combiniamo la decisione della Duma e il discorso di Putin, la svolta sarà probabilmente tragica, perché entrambi questi eventi manifesterebbero la volontà del Cremlino di portare la guerra alle sue estreme conseguenze attraverso il combinato nucleare e la mobilitazione generale dei russi. Ma, fortunatamente, esiste un’altra possibilità: i referendum di annessione potrebbero significare l’occasione per Putin di presentare al suo Paese quel successo che gli potrebbe permettere di chiudere le ostilità salvando la faccia dopo l’umiliante controffensiva ucraina: in tal caso, proclamerebbe la liberazione delle popolazioni filorusse dalle persecuzioni ucraine e, quindi, la conclusione vittoriosa della sua “operazione militare”. Resta, però, da vedere se gli ucraini e gli occidentali accetteranno di sedersi a un tavolo di pace su queste basi. Joe Biden nicchiava di fronte alla richiesta ucraina di missili a lunga gittata per colpire la Crimea, già territorio russo (ma de facto, non de jure, ricordiamocelo bene), per la probabile replica nucleare. Ora potrebbe accettare la prova di forza nucleare per costringere Putin a “scoprire le sue carte” e ordinare una mobilitazione generale che, comunque, non gli garantirebbe affatto un vantaggio nella guerra: seppur numericamente superiori, i russi non sono militarmente preparati quanto gli ucraini. Resta la Cina, forse la meno interessata fra le superpotenze a un inasprimento delle ostilità. L’abbiamo detto più volte: Pechino non ha alleati, ma clienti. Ha sostenuto la Russia perché gli conveniva (comprava energia a metà prezzo). Ma se la guerra dovesse inasprirsi, il solo spettro della crisi energetica in Europa metterebbe a rischio anche i suoi investimenti: in tal caso, Pechino potrebbe decidere di tagliare i fondi a Mosca, e per Putin sarebbe davvero la fine. Con l’Unione Europea che mostra nuovamente la sua inconsistenza (oltretutto, la decisione oltranzista di Putin mette all’angolo anche i leaders europei più equidistanti, come Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Mario Draghi), Recep Tayyip Erdogan può cogliere l’opportunità di rimettere al centro sé stesso e la Turchia, ma solo a condizione che prevalga l’ipotesi della svolta negoziale. Certamente, è dai tempi della crisi di Cuba che non ci trovavamo così vicini alla guerra nucleare.

R.M.

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...