GUERRA
RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA
SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/5
IL “JOLLY” TURCO
Fra tutti i Paesi
coinvolti nel conflitto russo-ucraino, la Turchia, da sola, spicca per
l’attivismo di cui si è reso protagonista il presidente Recep Tayyip Erdoğan. La Turchia ha una
posizione unica nella regione del Mar Nero: è a cavallo fra Russia e Cina e,
più in generale, fra Europa e Asia; è un Paese membro della Nato con il
secondo esercito più numeroso dell’alleanza, ma ha sviluppato collaborazione a
tutto campo con la Russia, non ultima quella di dividersi alcune zone di
influenza in Medio Oriente (Siria e Libia), e intende giocare un ruolo di primo
piano nell’area orientale del Mediterraneo, nel Caucaso e in Asia centrale,
tanto che nell’ultimo decennio ha sviluppato importanti relazioni con la Cina.
La Turchia è precipitata in una gravissima crisi economica: l’inflazione ha
superato il 70% e la lira turca ha dimezzato il suo valore rispetto al dollaro.
Cosa più importante: l’anno prossimo ci saranno le elezioni presidenziali ed Erdoğan,
ovviamente, giocherà la carta nazionalistica per “mascherare” la crisi
economica e vincere le elezioni. La guerra russo-ucraina si è rivelata
un’occasione d’oro per Erdogan potendo giocare, per quanto detto sopra, su “più
tavoli” contemporaneamente, facendo della Turchia un potenziale “jolly” da
giocare per tutti. Infatti, molto opportunamente Erdoğan non
si è mai schierato aprioristicamente da una parte o dall’altra: ha condannato
l’invasione russa fornendo droni agli ucraini e appoggiando la dichiarazione
del Patriarca ortodosso di Costantinopoli favorevole alla decisione della chiesa ortodossa di Kiev
di separarsi da Mosca, ma non ha appoggiato le sanzioni contro
la Russia. Pur senza aver avuto ancora successo, si è ritagliato un ruolo di
mediatore fra i contendenti: se gli riuscisse di influire sull’inizio dei
negoziati, acquisterebbe prestigio internazionale e risparmierebbe ai turchi
l’aggravamento della crisi economica in termini di costi energetici, di
esportazione di prodotti agricoli, di crollo del turismo e del mercato
immobiliare. Attraverso la Convenzione
di Montreux regola l’accesso delle navi da guerra nel Mar Nero e ha svolto un
ruolo determinante nello sbloccare l’afflusso del grano ucraino dopo il blocco
dei porti deciso dalla Russia. Gioca spregiudicatamente la sua situazione di
appartenenza alla Nato e di partnership
con Mosca: ha mercanteggiato il consenso all’ingresso di Finlandia e Svezia
chiedendo la consegna di presunti terroristi curdi e ha costretto gli Stati
Uniti a revocare la vendita ad Ankara di caccia F16 (decisa dopo che i turchi
si erano accordati con Mosca per rifornirsi di sistemi antimissile S-400).
Inoltre, sapendo che la Nato ha bisogno anche dell’appoggio turco, ha sollevato
la questione della smilitarizzazione delle isole greche in prossimità delle
coste turche e, probabilmente, contando proprio sull’accondiscendenza
dell’alleanza, si prepara a un’altra operazione militare in Siria realizzando
un duplice obiettivo: contrastare la minaccia dell’YPG (le forze curde in guerra contro il
dittatore siriano Bashar el Assad), considerato dalla Turchia come una branca del PKK, e creare
ulteriori “zone sicure” come cuscinetto da questa minaccia, ma anche per
deportarvi un buon numero di rifugiati siriani trattenuti in Turchia in virtù
anche della decisione dell’Unione Europea di pagare Ankara perché trattenga
tali rifugiati. Non basta. Erdoğan ha ricattato anche Mario Draghi, costretto a recarsi
da lui per chiedere grano, energia e un’ulteriore stretta sui migranti per
impedire loro di raggiungere l’Italia. E non dimentichiamoci di quanto Erdoğan può
lucrare dall’impegno russo in termini di influenza in Libia ancora nel caos (Erdoğan sostiene il governo di Tripoli,
mentre Mosca appoggia il generale Haftar in
Cirenaica). Insomma, Putin, invadendo l’Ucraina, è riuscito anche in questo:
fare in modo che Erdoğan restituisse alla sua Turchia il rango di grande
potenza e garantendogli ottime chances, a oggi, di rivincere le presidenziali
del prossimo anno.
R.M.
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