GUERRA RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/1
I PAESI BELLIGERANTI
Sono passati, ormai, cinque mesi da quando i carri armati russi hanno
invaso l’Ucraina dando inizio alla guerra (non un’operazione militare)
russo-ucraina. Come si temeva, la pace non è arrivata, e così nemmeno una
tregua: il conflitto si è prolungato col bombardamento di Odessa e sembra dover
continuare indefinitivamente. Quella che doveva essere una guerra breve, come è
accaduto nella prima guerra mondiale (e in altre guerre) è diventata una guerra
lunga. Non c’è stato un vero e proprio spartiacque che ha reso evidente questa
involuzione, ma diversi accadimenti. Il primo alla fine di marzo, quando
Vladimir Putin ha rinunciato all’assedio di Kiev, evento collegato al suo
discordo del 12 aprile, quando ha precisato che l’obiettivo dell’invasione era
la conquista del Donbass e la “liberazione” (sic!) dei suoi abitanti russi. In
pratica, il fallimento dell’assedio della capitale ha mandato a monte due dei
suoi obiettivi primari sui quali ci eravamo già soffermati: quello di provocare
la caduta di Volodymyr Zelensky imponendo un governo filorusso e,
conseguentemente, far rientrare l’Ucraina in quello che, sempre secondo Putin,
era sempre stato il suo spazio storico: quello russo. Gliene è rimasto solo
uno, l’ultimo: la “liberazione” della popolazione russa e filorussa del
Donbass. Non è vero che l’assedio di Kiev era solo un diversivo, tanto che lo
stesso Putin ha compiuto un’epurazione dei suoi collaboratori a vantaggio della
corrente “minimalista” che, appunto, puntava sulla conquista del Donbass,
esautorando gli esponenti “massimalisti” la cui linea era stata inizialmente
sposata dal presidente russo. In realtà, Putin si è trovato di fronte una
reazione ucraina dalla resistenza inaspettata unitamente a clamorosi errori
dello Stato maggiore russo che si serviva di una mappa del territorio risalente
al 1987 e non aggiornata (tanto che i carri armati hanno sbagliato strada
ritrovandosi a Bucha dove è avvenuto il massacro di ucraini) e alla non
irrilevante diserzione di non pochi militari russi impreparati a questa guerra
e senza alcuna volontà di combatterla.
Sull’altro fronte, il 26 aprile si è svolto lo storico incontro dei Paesi Nato nella base aerea di Ramstein; così come Putin ha cambiato gli obiettivi della sua guerra, gli Occidentali hanno cambiato il loro obiettivo militare: non più sostegno militare all’Ucraina per una legittima difesa, ma sostegno militare per vincere la guerra. In pratica, un’implicita dichiarazione di guerra alla Russia. Una linea imposta dagli Stati Uniti agli alleati, Zelensky in primis (che sarebbe stato disposto a lasciare la Crimea alla Russia), rendendo inutili le perplessità e le riserve su questa linea intransigente e oltranzista manifestate, per esempio, da Emmanuel Macron e da Mario Draghi. La Russia ha reagito bombardando le infrastrutture e i presunti siti di stoccaggio ucraini per impedire o per rallentare l’arrivo delle nuove forniture militari e iniziando a colpire alcuni Paesi europei interrompendo o limitando l’afflusso di gas. Non basta. Se l’aggressività russa ha spinto Svezia e Finlandia, prima neutrali, ad aderire alla Nato dopo aver rimosso il veto turco concedendo a Instanbul l’estradizione di presunti terroristi politici o curdi e aver sbloccato la vendita dei caccia F16, un gruppo consistente di Paesi non europei rappresentanti di più della metà della popolazione mondiale ha deciso di schierarsi con la Russia (Cina, India, Pakistan, Iran in testa) sostenendone lo sforzo bellico, a partire dal prezzo di favore col quale ne acquistano le risorse energetiche.
Sull’altro fronte, il 26 aprile si è svolto lo storico incontro dei Paesi Nato nella base aerea di Ramstein; così come Putin ha cambiato gli obiettivi della sua guerra, gli Occidentali hanno cambiato il loro obiettivo militare: non più sostegno militare all’Ucraina per una legittima difesa, ma sostegno militare per vincere la guerra. In pratica, un’implicita dichiarazione di guerra alla Russia. Una linea imposta dagli Stati Uniti agli alleati, Zelensky in primis (che sarebbe stato disposto a lasciare la Crimea alla Russia), rendendo inutili le perplessità e le riserve su questa linea intransigente e oltranzista manifestate, per esempio, da Emmanuel Macron e da Mario Draghi. La Russia ha reagito bombardando le infrastrutture e i presunti siti di stoccaggio ucraini per impedire o per rallentare l’arrivo delle nuove forniture militari e iniziando a colpire alcuni Paesi europei interrompendo o limitando l’afflusso di gas. Non basta. Se l’aggressività russa ha spinto Svezia e Finlandia, prima neutrali, ad aderire alla Nato dopo aver rimosso il veto turco concedendo a Instanbul l’estradizione di presunti terroristi politici o curdi e aver sbloccato la vendita dei caccia F16, un gruppo consistente di Paesi non europei rappresentanti di più della metà della popolazione mondiale ha deciso di schierarsi con la Russia (Cina, India, Pakistan, Iran in testa) sostenendone lo sforzo bellico, a partire dal prezzo di favore col quale ne acquistano le risorse energetiche.
Il 9 maggio Putin avrebbe dovuto annunciare la vittoria. Non c’è stato
nessun annuncio. La guerra continua nella parte sud-est dell’Ucraina nella
quale militarmente gli ucraini sono messi meglio e offrono una tenace
resistenza. Quando i russi avanzano, lo fanno per non più di uno/due chilometri
al giorno. E non ci sarà pace fino a che non si determinerà almeno una di
queste due condizioni: o Putin avrà fatto progressi tali da sbandierare una
possibile vittoria, o Stati Uniti e Cina avranno deciso che si è combattuto abbastanza
e, pertanto, obbligheranno i loro “protetti” a trattare. Già, perché da quanto
messo in evidenza, non sembra più esserci solo una guerra russo-ucraina, ma
un’altra dietro a questa ben più spietata e più cinica: quella fra Stati Uniti
e Cina. Con l’Unione Europea che, come al solito, si dimostra divisa e
impotente.
R.M.
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