GUERRA RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/3
LA (DIS)UNIONE E LA (IR)RILEVANZA DELL'UNIONE EUROPEA

 

La disunione e la irrilevanza dell’Unione Europea si sono evidenziate col perdurare del conflitto, come non era difficile da prevedere. Il 27 febbraio, quattro giorni dopo l’invasione, l’Ue sfoderò l’unica “arma” che ha sempre avuto: quella delle sanzioni. Il pacchetto prevedeva: blocco degli scambi con Donetsk e Lugansk subito dopo il riconoscimento delle due sedicenti repubbliche da parte russa; stop all’acquisto dei titoli del debito sovrano russo e all’export di prodotti ad alta tecnologia; limiti ai depositi dei cittadini russi nelle banche europee; congelamento dei beni degli oligarchi, di Vladimir Putin e del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov; chiusura dello spazio aereo europeo ai voli e agli aeromobili a qualsiasi titolo riconducibili a Mosca. Ma la disunione europea comparve subito con l’annuncio da parte del cancelliere tedesco Olaf Scholz di incrementare gli investimenti per superare il 2% della difesa: anziché investire sull’Europa, il cancelliere ha optato per una politica grettamente nazionalistica. Ulteriori divisioni si sono evidenziate nel dibattito sull’estromissione della Russia dal sistema interbancario SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), il consorzio internazionale con sede in Belgio che svolge un ruolo centrale nel sistema internazionale dei pagamenti connettendo più di 11.000 banche ed altre istituzioni finanziarie (delle quali 600 cinesi) in più di 200 paesi al mondo e permettendo così i pagamenti transfrontalieri attraverso il sistema bancario. Germania, Austria e Italia hanno cercato di mettere i bastoni fra le ruote a una decisione che avrebbe penalizzato le proprie imprese che beneficiavano di questo consorzio nel loro mercato creditizio verso la Russia, ma senza riuscirci. L’accesso, comunque, è stato ristretto a un selezionato numero di banche russe. Le sanzioni si sono rivelate da subito non solo foriere di divisioni, ma anche l’unica strategia dell’Ue. Sul piano politico, militare e diplomatico le mosse importanti arrivavano da altre parti (Stati Uniti). Intanto, l’Ungheria si è schierata, di fatto, con la Russia: le ha fatto da contraltare la Polonia, che è diventata la capofila dei Paesi dell’est antirussi. Dall’altra parte, si sono schierati i Paesi occidentali, guidati da Germania e Francia (alle quali si è poi associata l’Italia, comunque più piegata agli americani rispetto a Berlino e Parigi). L’Ungheria ha vietato il transito di armi dirette all’Ucraina, mentre la Germania si è espressa contro il divieto di importazione di gas, petrolio e carbone dalla Russia e contro qualsiasi embargo energetico verso Mosca, scontrandosi con Polonia e Stati baltici. Questo solo sette giorni dopo l’approvazione del primo pacchetto di sanzioni. Risultato: un compromesso al ribasso raggiunto al vertice europeo di Versailles che prevedeva un graduale affrancamento dalla dipendenza petrolifera dalla Russia da raggiungersi entro il 2023. Le divisioni si sono accentuate nei giorni successivi, culminando nell’accettazione del compromesso offerto da Putin di aprire un doppio conto in Gazprom: le società energetiche dei Paesi membri avrebbero pagato in dollari o euro sul primo conto; la somma sarebbe poi stata convertita in rubli dalla Banca centrale russa. Insomma, l’Ue violava le sanzioni da lei stessa decise, perché una di queste proibiva il pagamento in rubli. Ma i Paesi più dipendenti energeticamente dalla Russia si erano imposti sugli altri. Non basta. A Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca è stato concesso di continuare ad acquistare gli stessi stocks petroliferi da Mosca e di pagare in rubli. In pratica, ognuno per conto suo, specialmente per il gas sul quale non si è arrivati a un’intesa simile a quella sul petrolio. La Russia aveva così buon gioco nell’alimentare le divisioni in seno all’Ue bloccando le forniture di gas a chi si era rifiutato di violare le sanzioni europee e pagare in rubli (Polonia, Bulgaria, Olanda, Finlandia e Danimarca), limitandosi a ridurlo ad altri, come a Italia e Germania (quest’ultima tramite la chiusura del gasdotto Nord Stream). Ognuno per conto suo anche a livello diplomatico: mentre i presidenti di Lituania, Lettonia, Estonia e Polonia si sono recati a Kiev come segno di solidarietà verso l’Ucraina, il cancelliere austriaco Karl Nehammer andava a Mosca per trattare con Putin, il presidente Emmanuel Macron ha continuato a smarcarsi dai toni aggressivi di Joe Biden e provato a mantenere un contatto diretto con Putin, e Mario Draghi ha tentato di smarcarsi dal presidente americano nella sua visita a Washington dichiarandosi contrario alla linea intransigente adottata nel vertice Nato di Ramstein, facendo così saltare la conferenza di stampa congiunta. Dov’è l’Unione Europea? Nella sua irrilevanza e divisione, non stupisce che le sorti della guerra e della pace vengano decise altrove.

 

R.M.

Nessun commento:

Posta un commento

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...