CHIESA E INDIGENI: 38 ANNI FA

L’attenzione e il rispetto per la popolazione indigena non è una novità espressa da Papa Francesco nel suo pellegrinaggio penitenziale. Nel 1537 Papa Paolo III dedicò alla difesa della dignità e dei diritti degli indigeni due bolle: con la prima (Pastorale officium, 29 maggio) scomunicava tutti coloro che li riducevano in schiavitù; nella seconda (Sublimis Deus, 2 giugno) ne affermava la pari dignità con tutti gli uomini perché anch’essi figli di Dio, raccomandando ai cattolici di testimoniare la fede cristiana presso di loro rispettandone cultura e tradizioni. L’inculturazione, del resto, è sempre stata la caratteristica storica dell’azione della Chiesa. Papa Giovanni Paolo II si fece portavoce di tutto questo in alcuni momenti del suo pellegrinaggio in Canada di 38 anni fa (9-20 settembre 1984). Si trattò di un pellegrinaggio “classico” per un pontefice, e non penitenziale, come quello di Papa Francesco, totalmente dedicato all’incontro con gli indigeni. Tuttavia, Giovanni Paolo II ebbe degli incontri coi nativi e pronunciò parole non così diverse da quelle usate da Papa Francesco. Anzitutto, affermò il rispetto delle loro tradizioni in linea con la logica dell’inculturazione della Chiesa: «Il Vangelo non distrugge quello che vi è di meglio in voi. Al contrario, esso feconda dall’interno le qualità spirituali e i doni che sono propri alle vostre culture. D’altra parte, le vostre tradizioni amerinde e inuit permettono nuove espressioni del messaggio della salvezza e ci aiutano a comprendere meglio fino a che punto Gesù è salvatore e la sua salvezza cattolica, ossia universale. Con ragione, però, voi volete controllare il vostro avvenire, preservare le vostre caratteristiche culturali, attuare un sistema scolastico che rispetti le vostre lingue. Se noi crediamo veramente che Dio ci ha creato a sua immagine, noi dovremmo essere in grado di accettarci l’un l’altro con le nostre diversità» (Santuario di S. Anne de Beaupré, 10 settembre). Per questi motivi gli educatori devono essere «aperti alle nuove influenze culturali e capaci di interpretarle per i giovani alla luce della fede cristiana» (Basilica Cattedrale di St. John's, 12 settembre).  Il 18 settembre, all’aeroporto di Yellow Knife, ribadì: «la Chiesa sinceramente desidera il più grande rispetto per il vostro patrimonio, la vostra lingua e le vostre tradizioni», poiché «Cristo anima il centro stesso di ogni cultura, per cui non solo il cristianesimo interessa tutte le popolazioni indiane, ma Cristo, nei membri del suo corpo, è egli stesso indiano» (Santuario dei Martiri canadesi, 15 settembre). Pertanto, «sono venuto per assicurarvi il rispetto della Chiesa per il vostro antico patrimonio e per le vostre numerose tradizioni ancestrali». Non solo. La difesa delle loro tradizioni era vivamente raccomandata da Giovanni Paolo II: «Continuate a coltivare questi valori morali e spirituali: l’acuto senso della presenza di Dio, l’amore della vostra famiglia, il rispetto delle persone anziane, la solidarietà con il vostro popolo, la condivisione, l’ospitalità, il rispetto della natura, l’importanza data al silenzio e alla preghiera. Conservate preziosamente questa sapienza. Lasciarla impoverire significherebbe impoverire anche le persone che vi circondano». In questo modo, «la rinascita della cultura indiana sarà una rinascita di quegli autentici valori che essi hanno ereditato e custodito. Il mondo ha bisogno di vedere questi valori perseguiti nella vita della comunità e incarnati in un intero popolo». Il legame fra le generazioni indigene è stato rilanciato da Papa Francesco. Infine, sebbene lo scandalo degli abusi delle scuole residenziali sarebbe esploso solo sette anni dopo, Giovanni Paolo II disse queste parole: «Sono al corrente della gratitudine che voi, popoli Indiano e Inuit, avete nei confronti dei missionari che hanno vissuto e sono morti tra di voi. Ciò che essi hanno fatto per voi è ben noto al mondo intero. Per quante colpe e per quante imperfezioni essi abbiano avuto, per quanti errori essi abbiano commesso, per quanti danni involontariamente abbiano provocato, si danno ora pena di riparare». Pertanto, «condanno l’oppressione fisica, culturale e religiosa, e tutto ciò che in qualche modo potrebbe privare voi o un qualsiasi gruppo di quanto a giusto diritto vi appartiene», raccomandando la necessità di una «riconciliazione» possibile realmente «nel sacrificio eucaristico di Cristo». Riconciliazione nel sacrificio eucaristico: parole che anche Papa Francesco avrebbe pronunciato nel suo pellegrinaggio.

R.M.

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