«SONO VENUTO PER CHIEDERE PERDONO!»

«Sono venuto in Canada come amico per incontrarvi, per vedere, ascoltare, imparare, apprezzare come vivono le popolazioni indigene di questo Paese. Non sono venuto come turista, sono venuto come fratello in spirito penitenziale, per esprimervi il dolore che portiamo nel cuore come Chiesa per il male che non pochi cattolici vi hanno arrecato». Questo è stato, appunto, il pellegrinaggio in Canada di Papa Francesco, il primo pellegrinaggio penitenziale di un pontefice finalizzato a chiedere perdono e riconciliazione a causa di misfatti commessi dai cattolici, sul quale è possibile stilare un bilancio. I temi toccati sono stati la richiesta di perdono e di riconciliazione, le cause dei misfatti perpetrati dalla Chiesa, la valorizzazione della cultura indigena e la necessità di tramandarla nei legami generazionali. I primi due sono stati, ovviamente, dominanti: non c’è stato incontro nel quale il pontefice non abbia chiesto perdono per gli abusi perpetrati ai danni dei bambini delle scuole residenziali canadesi a opera dei cattolici allo scopo di convertirli e imporre loro una mentalità a loro estranea con la violenza. Le cause di questa colonizzazione ideologica di matrice ecclesiastica sono state indicate da Papa Francesco nel tradizionalismo. La rigidità tradizionalista porta i cattolici a imporre la propria fede e la propria cultura, mossi «dall’idea che esista una superiorità di una cultura» e di una fede «rispetto ad altre e che sia legittimo usare mezzi di coercizione». Il tradizionalismo cattolico induce, secondo il Papa, a fiancheggiare drammaticamente «quella cancel culture», abbracciata financo dalla Corte Costituzionale americana, «che valuta il passato solo in base a certe categorie attuali», cancellando il resto. Poiché non è possibile cancellare il passato, la Chiesa deve ripartire offrendo, oltre al perdono, la riconciliazione, altra parola chiave del pellegrinaggio del Papa. Riconciliarsi significa seguire l’esempio di Gesù, cioè col dono totale di sé. «Gesù riconcilia sulla croce, non scendendo dalla croce. Ogni persona crocifissa che incontriamo non sia per noi un caso da risolvere, ma un fratello o una sorella da amare». Solo testimoniando realmente la propria fede, col dono totale di sé stessi, la riconciliazione, per i cattolici, sarà possibile. Da qui nasce l’attenzione per l’altro che, nella testimonianza missionaria della Chiesa, si attua nella valorizzazione delle culture diverse e nella logica della “incarnazione” dell’annuncio di fede, che rivaluta, ma non cancella, le tradizioni indigene. Il Papa ha valorizzato alcuni simboli della cultura dei nativi: l’acero, presente nella bandiera del Canada, che richiama, con la sua molteplicità di punte e di lati, il multiculturalismo canadese; le trecce di copricapi e degli abiti dei nativi, che richiamano l’interculturalità, il desiderio, cioè, di intrecciare reciprocamente le diversità culturali, non limitandosi a giustapporle; i tamburi che hanno accompagnato il Papa ovunque andava, e che accompagnava Gesù nella «Galilea delle genti», dove «confluivano svariate popolazioni, colorando la regione di tradizioni e culti disparati. Lì, proprio lì, Gesù predicò il Regno di Dio. Così proprio quel lago, “meticciato di diversità”, divenne la sede di un inaudito annuncio di fraternità». Valori preziosi, quelli dei nativi, che il Papa ha raccomandato di tramandare di generazione in generazione: «In un mondo purtroppo così spesso individualista, quanto è prezioso quel senso di familiarità e di comunità che presso di voi è tanto genuino! E’ fondamentale prendersi cura delle radici. Non offuscate “la gloria” degli antenati. Non smarrirne la memoria, non dimenticarci della storia che ha partorito la nostra vita: è così che cresce l’albero, è così che si costruisce il futuro. La sapienza indigena insegna, alle sette generazioni future, ad ascoltare gli anziani, ad abbracciare i sogni dei giovani». La Chiesa canadese è stata, perciò, invitata a ripartire con uno «sguardo che discerne» la realtà, testimoniando la propria fede immergendosi in quelle tradizioni «per raggiungere le persone là dove vivono, non aspettando che siano loro a venire», nello stile della fraternità, affinché «chiunque si avvicini alla fede trovi una comunità ospitale, che sa ascoltare», perché, come diceva il primo vescovo canadese François de Laval, «spesso una parola amara, un’impazienza, un volto che respinge distruggeranno in un momento ciò che è stato costruito in molto tempo».

 

R.M.

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