I REFERENDUM, LE ANNESSIONI E LE PROSPETTIVE DI PACE

I referendum per l’annessione alla Russia di Donbass, Donetsk, Kherson e della provincia di Zaporizhzhia mi ricordano l’analogo precedente dei referendum “farsa” pilotati dal governo e dall’esercito piemontese nei territori da loro conquistati nel processo risorgimentale di unificazione nazionale (gente obbligata a votare per l’annessione al Piemonte e risultati truccati). In quei territori si instaurò un regime altrettanto e forse anche più repressivo e poliziesco dei regimi appena abbattuti. Del resto, i piemontesi (come i russi) sapevano bene che la stragrande maggioranza degli italiani (come gli ucraini) non era per nulla contenta di “piemontesizzarsi”. Questa palpabile insofferenza provocava negli animi dei conquistatori la cosiddetta “sindrome dell’accerchiamento”: temevano, cioè, che i vecchi regimi potessero da un momento all’altro prendersi la rivincita e sobillare la popolazione alla rivolta. I referendum “farsa” piemontesi furono all’origine della complessa frattura fra “Paese legale” e “Paese reale” che non portò affatto quella libertà che ci si aspettava dalla monarchia sabauda. Per anni si parlò di Risorgimento “incompiuto”. Che cosa porteranno i referendum “farsa” organizzati dal governo e dall’esercito russo nei territori ucraini da loro occupati? La pace o l’escalation bellica? Vladimir Putin, nel suo discorso del 21 settembre, pur non avendo tutti i torti nell’addebitare alla Nato un graduale accerchiamento militare della Russia, ha aggravato la sua politica sproporzionata iniziata con quella che, di fatto, è una guerra (e non un’operazione militare) aggressiva verso un Paese libero e sovrano, alzando i toni bellicisti con l’annuncio della mobilitazione parziale dei riservisti (preceduta da un aggravamento della pena per i renitenti decisa il giorno prima dalla Duma) e dichiarando che un’aggressione ai territori annessi sarebbe stata considerata come un’aggressione alla Russia, non nascondendo la possibilità di usare l’arma atomica. Una posizione esageratamente dura, che non è piaciuta alla Cina: al vertice di Samarcanda della Shanghai Cooperation Organization, la Cina aveva chiesto a Putin di dare una svolta decisa per chiudere la questione ucraina. Pechino, infatti, ha tutto da perdere da un prolungamento del conflitto: la crisi economica che potrebbe innescarsi in Europa con l’aumento dei prezzi energetici metterebbe a rischio gli affari dei cinesi. Putin ha obbedito… a modo suo: la svolta decisa l’ha data, ma attraverso altri atti di forza che rischiano di esacerbare il conflitto, e che Pechino non ha accettato. Abbiamo più volte detto che dalla riunione Nato di Ramstein (26 aprile scorso) a decidere le sorti della guerra sono, ormai, americani (che tengono in pugno Volodomyr Zelensky fornendogli le armi) e cinesi (che tengono in pugno Putin comprando a metà prezzo ingenti quantità di energia). Gli americani si sono già esposti: non intendono farsi intimidire dalle minacce russe. I cinesi, invece, potrebbero avere interesse a spingere Putin verso la cessazione delle ostilità e i negoziati di pace. Il suo discorso di oggi, nel quale ha annunciato le annessioni, sembra far intendere il raggiungimento di quel risultato concreto da esibire in patria per dichiarare il raggiungimento dei suoi obiettivi e chiudere le ostilità. Ma per aprire i negoziati, tutte le parti belligeranti devono essere disposte a rinunciare a qualcosa. Premesso che la situazione ideale, la neutralità internazionalmente garantita all’Ucraina in cambio della rinuncia di Kiev ad aderire alla Nato, sembra, ormai, superata per colpa dell’invasione decisa da Putin, si potrebbe ipotizzare che quest’ultimo possa rinunciare a Kherson e Zaporizhzhia, che non aveva mai rivendicato, mantenendo gli altri territori annessi, che rappresenterebbero l’obiettivo minimo della sua guerra. Ma sarà disposto a farlo dopo gli sforzi messi in atto per ottenerne l’annessione? E gli ucraini (e gli americani), ora che sentono di avere l’inerzia della guerra dalla loro parte in virtù dei continui successi sul campo, saranno disposti ad accettare una mutilazione del loro territorio? O non proveranno piuttosto a riconquistarli tutti, Crimea compresa (come le ultime dichiarazioni di Zelensky lascerebbero ad intendere)? Una cosa è certa: davanti al rischio di una escalation nucleare, se gli occidentali rifiuteranno pregiudizialmente di sedersi a un negoziato proposto da Putin, il torto, stavolta, passerebbe dalla loro parte.

 R.M.

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