VERSO UN RUOLO INTERNAZIONALE DELLE RELIGIONI?

Il viaggio di Papa Francesco in Kazakistan, che si è concluso con la lettura della Dichiarazione Finale del congresso interreligioso, si è innestato su una delle linee maggiormente qualificanti del suo pontificato: di fronte alle delusioni e all’allontanamento dai valori religiosi della politica mondiale e per stroncare la violenza fondamentalista, promuovere un ruolo di primo piano a livello internazionale di tutte le religioni. Il dialogo interreligioso si è ufficialmente aperto col Concilio Vaticano II; Papa Giovanni Paolo II, traumatizzato dall’attentato fondamentalista alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, lo ha intensificato inaugurando, appunto, questo periodico congresso interreligioso (il primo si tenne nel 2003) con la Giornata di Preghiera per la Pace nel mondo convocata nel 2002, che ne è stata il modello. Papa Francesco si è mosso ancor più decisamente su questa via: il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace nel Mondo del 2019 e l’enciclica “Fratelli Tutti” del 2020 ne sono stati i pilastri. I suoi discorsi in Kazakistan, la sua firma alla Dichiarazione Finale e la sua presa di posizione hanno rappresentato un’ulteriore, esplicita tappa del suo intento. Ancora una volta, corollari indispensabili perché le religioni possano avere quel ruolo di supporto (o supplenza) alla politica internazionale sono la libertà religiosa e la laicità dello Stato. La prima, che non può ridursi a semplice libertà di culto, è stata rivendicata dal pontefice con parole molto decise nel corso del suo ultimo discorso in terra kazaka di fronte al congresso: «le più alte aspirazioni umane non possono venire escluse dalla vita pubblica e relegate al solo ambito privato. Perciò, sia sempre e ovunque tutelato chi desidera esprimere in modo legittimo il proprio credo. […] Abbiamo chiesto con forza ai governi e alle organizzazioni internazionali competenti di assistere i gruppi religiosi e le comunità etniche che hanno subito violazioni dei loro diritti umani e delle loro libertà fondamentali, e violenze da parte di estremisti e terroristi, anche come conseguenze di guerre e conflitti militari. Occorre soprattutto impegnarsi perché la libertà religiosa non sia un concetto astratto, ma un diritto concreto». La seconda è stata chiesta in termini non meno espliciti: «custodire un sano rapporto tra politica e religione» è fondamentale, perché «c’è […] un legame sano tra politica e trascendenza, una sana coesistenza che tenga distinti gli ambiti. Distinzione, non confusione né separazione. “No” alla confusione» perché la religione «non deve cedere alla tentazione di trasformarsi in potere» e asservirsi al regime di turno. «Ma “no” anche alla separazione», perché significherebbe limitare la religione a una sfera intimistica, impedendole di dare un contributo positivo per la società e soffocare la libertà umana di professare pubblicamente il proprio credo anche attraverso uno stile di vita agganciato a determinati valori morali di ispirazione religiosa. Ma quale può essere il punto di convergenza fra religioni tanto diverse che può permettere loro di incidere nella convivenza sociale? «Trascendenza e fratellanza», ha risposto Papa Francesco: «La trascendenza, l’Oltre, l’adorazione. È bello che ogni giorno milioni e milioni di uomini e di donne, di varie età, culture e condizioni sociali, si riuniscono in preghiera in innumerevoli luoghi di culto. È la forza nascosta che fa andare avanti il mondo. E poi la fratellanza, l’altro, la prossimità: perché non può professare vera adesione al Creatore chi non ama le sue creature. Questo è l’animo che pervade la Dichiarazione del nostro Congresso» e che può rendere fruttuosa a livello mondiale l’azione comune delle varie religioni contro la violenza fondamentalista (che, come è ribadito nella Dichiarazione, «non ha nulla a che fare con l’autentico spirito religioso» e che va condannata «senza “se” e senza “ma”»), a vantaggio di una pace che non sia «la semplice assenza di guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse, ma è opera della giustizia», della promozione della donna perché «dà cura e vita al mondo», e dell’apertura ai giovani: « Sono loro che, più di altri, invocano la pace e il rispetto per la casa comune del creato. […] i giovani rifiutano, un mondo chiuso ai loro sogni e alle loro speranze. Così pure religiosità rigide e soffocanti […]. Ascoltiamoli, senza paura di lasciarci interrogare da loro». Certo, il cammino verso l’obiettivo di Papa Francesco e dei capi religiosi che hanno condiviso la Dichiarazione finale è lungo, ma lo stesso pontefice ha sempre detto che «il tempo è superiore allo spazio», e che ciò che conta è innescare dei processi che portino poi frutto. Ancora una volta, lui, in Kazakistan, ha innescato un interessante e condivisibile processo.

R.M.

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