LUTERO “ANTICIPATORE” DI PAPA FRANCESCO?

500 anni fa venne pubblicata la prima edizione del Nuovo Testamento tradotto in tedesco da Martin Lutero. Il successo fu strepitoso. L’occasione mi ha portato alla memoria le motivazioni che spinsero Lutero alla sua opera di traduzione: «Non si deve chiedere alle lettere della lingua latina come si ha da parlare in tedesco […], ma si deve domandarlo alla madre in casa, ai ragazzi nella strada, al popolano al mercato, e si deve guardare la loro bocca per sapere come parlano e quindi tradurre in modo conforme. Allora comprendono», scrisse nella sua Epistola sull’arte del tradurre (1530). Parole non molto diverse da quelle di Francesco quando dice che la fede si deve trasmettere “in dialetto”, nella lingua dei nonni, per essere più facilmente compresa e testimoniata. Proprio perché è anzitutto testimoniata, il pontefice ha più volte evidenziato come il “dialetto” della fede sia anzitutto una forma di affetto, di cura, di amore non solo verso ciò che si trasmette, ma anche verso il destinatario della “buona novella”. Ecco cosa scrisse Lutero nella sua Epistola: «Tradurre non è un’arte fatta per tutti, […] bisogna avere un cuore veramente pio, zelante, timoroso, cristiano». Anche queste sono parole non diverse da Papa Francesco. Non basta. Uno dei punti programmatici del suo pontificato, ben delineato nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), è l’evangelizzazione, cioè andare incontro alla gente attraverso una «conversione pastorale e missionaria» che «coinvolga», «accompagni», «fruttifichi» in modo da «riscaldare il cuore dei fedeli», mostrando «vicinanza» e «prossimità». Qual era lo scopo di Lutero nella sua traduzione in tedesco del Nuovo Testamento? Lo stesso. Il successo strepitoso dell’opera ebbe una grande efficacia pastorale perché ognuno poteva accedere direttamente alla Parola di Dio, trovando conforto e aiuto. Il Nuovo Testamento divenne così un testo letterario, come più tardi l’Antico Testamento, che il monaco tedesco tradusse nel 1534. E’ da sottolineare come l’iniziativa di Lutero fosse davvero disinteressata e pastorale: non ricevette alcun compenso per la sua opera, e non ricevette nemmeno le poche copie che aveva richiesto per sé. Papa Francesco ha inaugurato una serie di udienze generali sul discernimento, attraverso la via prioritaria della preghiera e del rapporto personale con Dio. Un’altra intenzione che lo accomuna a Lutero: proprio per facilitare un rapporto personale fra il credente e Dio il monaco ha voluto rendere direttamente fruibile il Nuovo Testamento. Va detto che lo stesso Lutero, nella sua difesa davanti alla Dieta imperiale di Worms (era stato appena scomunicato), ha esplicitamente detto: «La mia coscienza è prigioniera della parola di Dio». Certo, Martin Lutero è scismatico; ha estremizzato il pensiero di Agostino sulla grazia ritenendo l’uomo intrinsecamente cattivo e non meritevole di essere salvato se non per grazia e fede in Dio (l’episodio del fulmine che per poco non lo uccideva ha forse aggravato questa sua posizione già estremamente radicale); ha peccato di ambizione ed egocentrismo (dichiarava di non fidarsi del papa e dei Concili perché sbagliavano, ma si dimenticava che nemmeno lui era l’incarnazione della perfezione); più che tradotto, a volte ha tradito il linguaggio del Nuovo testamento, in parte in buona fede, in parte per “piegarlo” alle sue convinzioni (non è vero che San Paolo ha scritto che la salvezza si ottiene solo con la fede e senza le opere, anche se la traduzione dal tedesco implica, quando si afferma un’opzione vera rispetto a una falsa, l’uso del sostantivo “solo” per rafforzare la validità della prima). Al netto, però, di questi difetti e di queste chiare “deviazioni”, viene da chiedersi: è proprio un azzardo sostenere che Martin Lutero, nel tradurre in tedesco il Nuovo Testamento con le motivazioni che ci ha dato, sia stato una sorta di “anticipatore” di Papa Francesco e, nel sottolineare il legame fra coscienza persona e Dio, della modernità?

R.M.

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