SI RIAPRE IL NEGOZIATO ISRAELO-PALESTINESE?

«Un accordo con i palestinesi, basato su due Stati per due popoli, è la cosa giusta per la sicurezza di Israele, per la sua economia e per il futuro dei nostri bambini». Così ha detto il premier israeliano Yair Lapid all’Assemblea Generale dell’Onu. Poiché è da tempo che non si sente un primo ministro israeliano esporsi così nettamente a favore di uno dei conflitti più complicati della storia contemporanea (e non solo), è lecito porsi una domanda: si riapre il negoziato israelo-palestinese? L’auspicio è che sia effettivamente così: il conflitto nella cosiddetta Terra Santa (per ebrei, cristiani e musulmani) coinvolge le principali potenze del Medio Oriente, e la sua soluzione può rappresentare una chiave di volta per la soluzione di altri conflitti, data l’importanza della regione per tutti. E’ dal 1993, con gli accordi di Oslo, che non ci si avvicina più. Le responsabilità sono equamente divise tra gli opposti doppiogiochismi: da una parte, quelli di Yasser Arafat, che pur di non perdere prestigio si è messo “a rimorchio” delle fazioni palestinesi estremiste e terroristiche, e di Mahmoud Abbas, che ha esclusivamente pensato ad arricchirsi alle spalle del suo popolo e di mantenere a tutti i costi il potere rifiutando sistematicamente di indire le elezioni politiche (dalle quali uscirebbe sicuramente sconfitto, anche molto più gravemente rispetto alle elezioni del 2006); dall’altra, quelle degli israeliani, che hanno “blindato” Gerusalemme rifiutando di condividerne il destino di capitale dei due futuri Stati, hanno continuato a costruire insediamenti nella parte orientale della Città Santa per le tre religioni monoteistiche e in buona parte della Cisgiordania e hanno ripetutamente invaso la Striscia di Gaza da quando Hamas, nel 2007, se ne è impossessato. Solo per questa ormai trentennale catena di violenze le parole pronunciate da Lapid suonano dolci alle orecchie di chi si augura una seria riapertura dei negoziati. Occorrerebbe, però, che fossero accompagnate da qualche gesto di buona volontà. Invece, ci risulta che gli insediamenti ebraici nel territorio palestinese continuino, che Israele non ha alcuna intenzione di condividere coi palestinesi il destino di Gerusalemme, e che il ciclo delle violenze non si è concluso con la sproporzionata, insensata ennesima invasione della Striscia di Gaza della scorsa estate (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unabomba-per-netanyahu-perche-israele.html e https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/accordoa-gaza-cosa-ha-e-non-ottenuto.html): non ci sarà, infatti, inchiesta penale per l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Aklek avvenuta lo scorso 11 maggio benché l’esercito israeliano abbia ammesso le sue responsabilità. E’ inevitabile, inoltre, il sospetto che questa apertura di Lapid sia una tattica per conquistare il voto degli arabi israeliani alle imminenti elezioni politiche. Le parole pronunciate da Lapid rappresentano certamente un evento importante e un’occasione da non perdere, ma ancora non bastano per essere sicuri di essere davanti a una svolta di questo ormai secolare conflitto.

R.M.

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