UNA "BOMBA" PER NETANYAHU?
Perché Israele ha deciso un’operazione
militare nel cuore di Gaza? Occorre premettere che la tensione nella cosiddetta
Terra Santa era iniziata il 1° agosto con l’arresto di Bassem a-Saadi, leader
della jihad islamica in Cisgiordania. L’ala militare del movimento, le Brigate
al-Quds, aveva minacciato ritorsioni, così Israele ha subito chiuso per ragioni
di sicurezza le strade intorno al territorio occupato da Hamas. La reazione
israeliana si era limitata a questo. Poi il 5 agosto ecco il colpo di scena: l’esercito
israeliano decide per un’operazione militare a Gaza durante la quale viene
ucciso Taysir al-Jabari, responsabile del coordinamento fra Jihad islamica e
Hamas. Perché questa decisione? La motivazione militare ha certamente un suo
peso, tuttavia lascia perplessi tanto la sproporzione dell’intervento per
arrestare, ci mancherebbe altro, un esponente del terrorismo islamico, ma che
aveva compiti di coordinamento, non era certamente un leader in prima linea,
quanto la decisione di metterla in atto cinque giorni dopo l’arresto di a-Saadi
senza che vi fosse una concreta minaccia al di là dei proclami bellicosi
piuttosto scontati della Jihad islamica. Se la motivazione militare lascia
perplessi, occorre provare ad andare più in profondità, tentando di individuarne
una politica. Sappiamo che l’attuale governo israeliano, guidato da Yair Lapid,
è provvisorio, perché in autunno si terranno le quinte elezioni politiche in
meno di tre anni e mezzo. Il governo di Naftali Bennett era formato da una
maggioranza eterogenea il cui unico scopo era sconfiggere Benjamin Netanyahu e
isolarlo all’opposizione. Ora che il governo è caduto, Netanyahu torna a
diventare una minaccia per i suoi avversari, e si prepara a formare un blocco
di centrodestra che, nel solco della ormai tradizionale politica israeliana, si
basa anzitutto sulla sicurezza. Ecco che allora i suoi avversari potrebbero
cercare di sottrarre questa arma propagandistica a Netanyahu mostrando la loro
assertività. Lapid ha giustificato l’operazione militare, appunto, con la sua
volontà di riportare Israele alla normalità, cioè alla sicurezza: in questa
logica di calcolo politico elettoralistico non diversa da quella che ha
motivato il contestato viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan potrebbe collocarsi
l’operazione militare decisa da Lapid, avendo anche probabilmente incassato il
“via libera” dagli Stati Uniti come contraccambio al proseguimento dei
negoziati con l’Iran. In tal caso l'obiettivo dell'operazione militare,
paradossalmente, è più Netanyahu che i terroristi islamici. Va, però,
detto che questa strategia politica mirata alle elezioni era già stata tentata
in passato: Ehud Olmert aveva deciso di attaccare la striscia di Gaza pochi
mesi prima del voto per mostrare agli israeliani la sua assertività nel garantire,
appunto, la sicurezza. I risultati militari ed elettorali furono, però,
disastrosi, perché la sicurezza, al contrario, diminuì: da Gaza partirono
missili che raggiunsero il cuore di Israele, proprio come oggi. Lapid, che sicuramente non è uno
sprovveduto e conosce la storia dei suoi predecessori, ha messo in conto questo
rischio? Probabilmente si, ma è anche vero che, sentendosi con le
spalle al muro per il fallimento governativo e non avendo più nulla da perdere,
potrebbe aver deciso di “giocare d’azzardo”. Ultimamente, però, pare si giochi
un po’ troppo d’azzardo. E non solo in Israele.
R.M.
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