A MARGINE DELLA VISITA DI NANCY PELOSI A TAIWAN

La discussa visita e provocatoria di Nancy Pelosi a Taiwan è stata un successo per la politica americana oppure no? Occorre rilevare che quasi contemporaneamente al gesto della portavoce democratica alla Camera del Congresso è avvenuto un altro fatto assolutamente imprevedibile: l’uccisione del nuovo leader di al-Qaeda Ayman al Zawahiri, avvenuta per ordine del presidente Joe Biden. I due fatti ravvicinati, combinati o no, sembrano dirci che gli Stati Uniti, in politica estera, sono ben diversi da quelli di un anno fa, quando scapparono da Kabul, e sono pronti a mostrare i muscoli senza farsi troppi scrupoli. Lo avevamo già intuito nell’oltranzismo antirusso adottato nella guerra russo-ucraina, ci pare di vederlo confermato in questi due fatti accaduti nel giro di pochissimi giorni. Va aggiunto che la visita della Pelosi ha provocato la reazione della Cina che ha, non senza ragione, accusato gli americani di aver violato la sovranità cinese su Taiwan (che gli Stati Uniti hanno sempre riconosciuto), ma è anche vero che, alla fine (e fortunatamente) la Cina è rimasta a guardare, sapendo bene che lo scontro non le conveniva. A meno che prepari una ritorsione nei giorni che verranno (già si parla, ad esempio, di sanzioni commerciali a Taiwan), al momento forse è addirittura il primo grave scacco subito da Xi Jinping, che fra pochi mesi si presenterà al Congresso del Partito Comunista Cinese per ottenere un terzo mandato. Uno scacco che potrebbe avere strascichi antipatici per lui: qualcuno potrebbe iniziare a sospettare che la Cina, dopotutto, è una “tigre di carta”. Se interpretassimo in questo modo gli avvenimenti, la visita di Pelosi, combinata con l’uccisione di al Zawahiri, è stata un successo per la politica americana. Ma i due fatti sono realmente combinati, cioè preventivamente premeditati, per così dire? Non ci sono prove per sostenerlo. Inoltre, resta da capire come mai Biden abbia sconfessato il viaggio di Pelosi in un modo politicamente ingenuo, cioè pubblicamente, rischiando di dare un’immagine di un Paese diviso. Come dice un proverbio, infatti, “i panni sporchi si lavano in convento”. Tenendo conto del “fatto nuovo” subentrato quasi contemporaneamente alla visita di Pelosi, l’assassinio del leader di al-Qaeda, è, forse, possibile fare due ipotesi. La prima è che tutto sia stato studiato “a tavolino” appunto per dimostrare la rinnovata assertività della politica estera americana: Biden voleva umiliare la Cina e Pelosi è andata a Taiwan d’accordo con lui. La sconfessione pubblica serviva solo per non impegnare il presidente e la nazione ed evitare una crisi diplomatica dagli esiti imprevidibili; contemporaneamente, per ordine dello stesso presidente, ecco l’uccisione di al Zawahiri (che già si sapeva dov’era). Due colpi ravvicinati, due gesti dimostrativi per mostrare al mondo che gli Stati Uniti possono colpire quando vogliono. La seconda ipotesi è che Biden e Pelosi fossero realmente in disaccordo. Ciò mostrerebbe da un lato la clamorosa ingenuità politica di Biden nel rendere pubblico il suo disaccordo, e da un lato la presenza di gravi spaccature tra i democratici. Va detto che secondo un recente sondaggio del New York Times/Siena College il 64% degli elettori democratici vorrebbe per il 2024 un nuovo presidente. Forse Pelosi ci sta facendo un pensierino? Il gesto clamoroso della visita a Taiwan non potrebbe, allora, essere un modo per smarcarsi da Biden e iniziare a porre in essere una sua eventuale candidatura? In tal caso, però, Biden avrebbe prontamente “parato” il colpo con l’uccisione di Zawahiri: uno a uno, palla al centro, come si suol dire. Lascerebbe, però, perplessi il modo col quale gli americani fanno campagna elettorale, strumentalizzando pericolosamente i rapporti internazionali. Sono, ovviamente, tutte ipotesi, compresa quella relativa al fatto che gli americani già sapessero dove il leader di al-Qaeda si trovasse. Ma una cosa è certa: quanto è successo non è d’aiuto a chi si impegna per la pace. Gesti come quello della Pelosi non favoriscono la distensione, ma complicano le relazioni internazionali radicalizzando i rapporti fra le grandi potenze. D’altra parte, come spesso si dice (lo ha detto anche il Papa all’Angelus di domenica), le guerre sono il più grosso affare del mondo.

R.M.

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