I
BLASFEMI VERSETTI SATANICI
Sarebbe
sbagliato concentrare l’attenzione del romanzo di Salman Rushdie, pakistano di
religione musulmana emigrato in Inghilterra e diventato agnostico, sull’elemento
religioso, quello che coinvolge Maometto e il Corano, rispetto a quello sociopolitico,
decisamente prevalente. Il romanzo, di difficile lettura e piuttosto caotico,
narra la vicenda dello smarrimento identitario e della discriminazione subita
in territorio britannico da due attori indiani, Saladin Chamcha e Gibreel Farishta,
caduti da un jumbo esploso per un’azione
terroristica. E’ la narrazione del tipico dramma di esuli, profughi e migranti
che spesso provano nel Paese di approdo, e che forse ha sperimentato lo stesso
Rushdie. Ma l’attenzione si è poi concentrata sull’elemento religioso che,
occorre rilevarlo, ha determinato il successo del romanzo. Personaggio centrale
qui è Gibreel, divenuto arcangelo, ma condannato a fare sogni mostruosi per
essersi ingozzato di carne suina e aver abbandonato l’islam. In uno di questi, ambientato
nella Mecca degli anni di Maometto, Gibreel impersona due personaggi contemporaneamente:
un oscuro uomo d’affari, Mahound, che predica l’unicità di Dio scontandosi con
i notabili locali, la cui ricchezze dipendeva dal commercio delle statue degli
idoli, e, appunto, l’arcangelo Gabriele, nel quale si era trasformato nella
realtà. Poiché Mahound ha un certo seguito, i notabili gli chiedono di pregare
Allah affinché accetti il culto di tre divinità (Lat, Uzza e Manat) come segno
di riconciliazione. Mahound sale sulla montagna e interroga Allah. Gli appare un
arcangelo che gli comunica che Allah ha acconsentito alla proposta. Ma poi un
altro arcangelo, che sarebbe lo stesso Gibreel, gli rivela che quello
precedente era Satana (Shaitan) travestito, e che la volontà di Allah è quella
di bruciare anche quegli idoli, perché lui è l’unico vero dio (la momentanea
concessione di Maometto, in questo caso, è accettata dalla tradizione islamica).
Sul monte, Mahound avrà altre rivelazioni da Gibreel, che il suo scriba
persiano Salman metterà per rischio. Lo scriba, però, ha un dubbio: tutte
quelle regole così ferree sono realmente frutto di rivelazione o sono
invenzioni di Mahound? Decidendo di metterlo alla prova, apporta di nascosto
qualche cambiamento. Mahound non se ne accorge, e Salman ha la prova dell’inganno.
Scoperto, però, da Mahound mentre apporta modifiche alla sua rivelazione, verrà
messo a morte. Morale: la rivelazione coranica è inattendibile perché Mahound/Maometto
si fabbricava da solo le rivelazioni che gli facevano comodo, confondendo i
suoi sogni e le sue pulsioni con la voce di Allah. Non solo. Quella stessa
rivelazione era, spesso, frutto dell’opera di Satana/Shaitan che aveva assunto
le sembianze dell’arcangelo. Ma Gibreel, nel sogno, avverte anche che l’arcangelo
e Satana erano la stessa persona, per cui Gibreel era l’avatar di Mahound, Satana e dell’arcangelo Gabriele
contemporaneamente. Pertanto, Dio non c’è, e tutta la rivelazione coranica sarebbe
un’impostura, fabbricata secondo gli interessi di Maometto, a partire da quelli
sessuali, tanto che si sarebbe inventata la rivelazione che gli consentiva di
avere dodici mogli (che erano, poi, dodici prostitute di un famoso bordello di
La Mecca).
E’ evidente, perciò, il
contenuto dissacratorio, blasfemo e offensivo de “I versetti satanici” nei
confronti dell’islam, dei quali Rushdie è responsabile. Se avesse inteso
criticare l’islam da un punto di vista storico, letterario, filosofico,
psicologico, non avrebbe offeso nessuno, perché il diritto di critica spetta a
tutti. Non il diritto di offendere. I musulmani hanno ragione a sentirsi
offesi, sebbene sia inammissibile in ragione di questo volere la morte di una
persona. Va anche detto che Rushdie chiese subito scusa quando si rese conto
della pressoché unanime reazione del mondo musulmano. In questo senso, più che
esaltare falsamente Rushdie come un martire di una libertà troppo spesso
maliziosamente e malignamente intesa come il diritto di dire e fare ciò che
voglio a prescindere da chi mi sta davanti (come sostiene l’illustre scrittore Roberto Saviano), sarebbe da sottolineare, al contrario, il grande esempio da
lui dato di un uomo che si è reso conto di aver sbagliato e ha avuto l’umiltà
di chiedere scusa. Questa è la vera grandezza di questo pur discutibile
scrittore. Tutti sbagliano, ma ben pochi, oggi (e non solo tra i musulmani),
sanno chiedere scusa e perdonare. In questo, Rushdie ha molto da insegnarci.
R.M.
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