LA SCELTA DI LETTA

L’accordo raggiunto ieri fra il Pd di Enrico Letta e Azione di Carlo Calenda è la grande novità politica nell’area di centrosinistra. Il Pd ha, in pratica, deciso di non sottoscrivere alcun accordo col M5S, schierandosi più al centro anziché a sinistra. Il pregio di questa scelta è legato alle maggiori possibilità di intercettare il voto dei moderati che ritengono il baricentro del centrodestra troppo spostato su partiti tendenzialmente estremi (Fdi e Lega), isolando il M5S che, pertanto, si assesterebbe lui stesso su posizioni estreme a beneficio dell’ala guidata da Alessandro Di Battista. L’intesa semplifica, ma non risolve il problema di redigere un programma condiviso. A parte la mina vagante di Luigi Di Maio, che ha dato un’altra volta prova di cinico trasformismo senza ideali decidendo di candidarsi nelle liste del Pd e non di Insieme per il futuro, il cartello da lui fondato, Calenda e Letta devono fare i conti con Europa +, un partito che si contraddistingue per una duplice contraddizione: pretende di schierarsi al centro pur essendo dominato da radicali (quindi, estremisti di stampo liberista e ultracapitalista) e, in politica estera, pur invocando, come dal nome, più Europa, sono schierati su posizioni filoamericane anche più estreme di Fdi (lasciano perplessi le accuse mosse al centrodestra di essere filorusso). Anzi, potremmo considerare Europa + il partito filoamericano più estremo di tutto l’arco politico costituzionale italiano. Essi si ritrovano in un’intesa che privilegia un maggiore dirigismo economico e la difesa della mano pubblica in campo amministrativo (quindi, una linea marcatamente sociale, se non, a tratti, socialista), e che rispetto all’alleanza con gli Stati Uniti, privilegia gli interessi che ci legano all’Ue, sebbene si sia appiattita sulla linea di Washington. Non sarà facile fare una sintesi programmatica. Pertanto, perfino questa piccola intesa (un partito consistente e solo tre piccoli partiti) appare molto divisa nelle sue componenti. Va rilevato, infine, come Letta e Calenda, comunque, siano riusciti a isolare non solo il M5S, ma anche Italia di Viva di Matteo Renzi, sul quale sembrano ancora prevalere rivalità personali non solo da parte di Letta per via della caduta del suo governo provocata dall’ex sindaco di Firenze, ma anche da parte di Calenda, che parrebbe voler diventare il “nuovo Renzi” della politica italiana, cercando, cioè, di condizionare più da vicino il Pd per poi, magari, soffiarlo a Letta e diventare segretario, proprio come fece Renzi. Fantapolitica? Vedremo. In ogni caso, l’intesa non basta per battere il centrodestra, ma potrebbe bastare per non farlo vincere, specie se quest’ultimo non formula un programma credibile e condiviso e non trova una leadership altrettanto convincente e credibile.
Intanto, il centrodestra formula proposte programmatiche più simili a slogan che a veri e propri contenuti articolati. La Lega si riscopre autonomista dopo averne tradito, con Salvini, le sue origini (fece sparire l’aggettivo “Lombarda” dal nome del partito, non diede seguito ai referendum per l’autonomia svolti al nord, approvò una riforma del taglio dei parlamentari di stampo autoritario e centralistico allontanando la rappresentanza politica dal rapporto con gli elettori, passando da un politico su 96.006 elettori a un politico ogni 151.210 elettori, mentre al Senato si è  passati addirittura da uno su 188.424 a uno su 302.420). Fdi rispolvera, invece, il presidenzialismo, senza curarsi, però, di precisarne meglio i contenuti: una riforma in senso presidenzialista, infatti, prevede una non facile redistribuzione di competenze fra Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio e Parlamento, mentre il cancellierato sembrerebbe più confacente al nostro attuale assetto istituzionale, confermando i poteri del Presidente del Consiglio e rafforzandone la posizione assegnandogli la facoltà di sciogliere le Camere per controbilanciare un’eventuale riforma amministrativa in senso federale. Ma questo è il tempo degli slogan, non dei contenuti.

 

R.M.

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