ALCUNE PRECISAZIONI (NON SCONTATE) SU TAIWAN
La reazione della Cina
alla visita di Nancy Pelosi c’è stata, per fortuna prevalentemente dimostrativa.
Xi Jimping non poteva fare altrimenti per non perdere la faccia in vista del
Congresso del Partito Comunista Cinese dal quale si aspetta un terzo mandato.
Ma non deve neanche esagerare nella reazione: in uno scontro aperto avrebbe
tutto da perdere, considerando che gli Stati Uniti sono nettamente superiori
dal punto di vista militare, e che la Cina stessa è economicamente in sofferenza
per i continui lockdown pandemici. Anche oltrepassare un certo limite potrebbe
compromettere il suo obiettivo. La Cina è stata, comunque, messa alle corde: come
avevamo scritto precedentemente (https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/amargine-della-visita-di-nancy-pelosi.html)
gli Stati Uniti incassano indiscutibilmente un successo, ma la distensione
internazionale incassa un altrettanto indiscutibile insuccesso, così come la
situazione di Taiwan non è cambiata di una virgola. Lascia perplessi la
modalità con la quale le grandi potenze giocano a Risiko sulla pelle delle
persone. Dopotutto, è interesse anche di Taiwan non mettere in discussione la
sovranità cinese: è la migliore garanzia per difendere la loro autonomia da
reazioni aggressive che non potrebbero che comportare tragiche conseguenze. Ricordiamoci
che mai nessuno, nella storia, ha inteso considerare Taiwan come uno Stato
indipendente. La questione taiwanese è nata nel 1949, quando i nazionalisti di
Chang Kai Shek lasciarono la Cina sconfitti dai comunisti di Mao Zedong. A
Taiwan diedero vita a un governo in esilio. In nome della Cina, però, non di un
Taiwan indipendente. Né Mao, né Chang Kai Shek, né alcun cinese o taiwanese di
oggi metterebbe in discussione l’appartenenza di Taiwan alla Cina. Anche a
livello internazionale si è sempre rimasti su questa linea: non c’è mai stato
un seggio all’Onu per Taiwan. Quello occupato fino al 1971 dal governo di Chang
Kai Shek fu sempre il seggio appartenente alla Cina: infatti, la comunità
internazionale fino a quell’anno non aveva riconosciuto legittimo il governo di
Mao. Ricordiamoci che la guerra di Corea fu decisa dal Consiglio di Sicurezza
dell’Onu perché l’Unione Sovietica boicottò la seduta protestando perché il
seggio della Cina era stato assegnato al governo in esilio a Taiwan: ne scaturì
una decisione all’unanimità che fece scattare la guerra. Tutto si ricompose, appunto,
nel 1971, quando il seggio fu tolto a Taiwan e assegnato al governo comunista
di Pechino. La riassegnazione del seggio comportò l’apertura di relazione
diplomatiche da parte di moltissimi Stati, compresi gli Stati Uniti: proprio
questi ultimi hanno riconosciuto il governo comunista di Pechino come autentica
espressione della Cina, pur difendendo l’autonomia (ma mai l’indipendenza) di
Taiwan. E’, d’altra parte, vero che la questione taiwanese, negli ultimi anni,
ha subito un’involuzione della quale la prima responsabile è la Cina: Xi Jimping
ha usato toni minacciosi verso lo status
quo di Taiwan. Vale anche qui quanto detto sopra: la crisi interna del
Covid ha indotto Xi a una maggiore assertività verso l’isola per non offuscare
la sua immagine. All’assertività cinese, però, si è aggiunta quella americana
nell’arrivare a mettere in discussione la storica linea di politica estera sostenendo
addirittura l’indipendenza di Taiwan in nome della democrazia. Anche in questo
caso, il motivo principale è stato quello di riguadagnare prestigio e consenso in
vista delle elezioni di novembre dopo la disastrosa fuga da Kabul dello scorso
anno. Viene, però, da chiedersi se, per riguadagnare prestigio e consenso, non
ci siano altri modi più soft e meno
rischiosi del cinico viaggio di Pelosi. Questi sono giochi pericolosi che ci
interrogano sulla bassa qualità e pochezza intellettiva delle attuali classi
dirigenti mondiali.
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