VERSO L’URAGANO ENERGETICO/2
Dieci
giorni fa (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/verso-luraganoenergetico.html) menzionavamo i drammi che stanno vivendo Cristian Bulgarelli e Andrea
Franzese, e descrivemmo la situazione effettivamente drammatica che, a partire da
quanto stava accadendo in Francia e Germania, rischiava di allargarsi a macchia
d’olio in tutta l’Ue e da noi. In questi ultimi dieci giorni, purtroppo, la
situazione è ulteriormente peggiorata. Ancora una volta, il ruolo di “battistrada”
negativo l’ha avuto la Germania. Il governo di Olaf Scholz si è reso conto che
per arginare la tremenda crisi energetica non basta più neanche la tassa sul
consumo del gas a carico delle famiglie imposta fino al 2024, e ha varato, con
ordinanza del 24 agosto, un piano di contenimento energetico, che prevede una
limitazione nell’uso dei termosifoni negli uffici a 19 gradi (che scende a 12
gradi nei luoghi di lavoro a intensa attività fisica), il loro spegnimento in
luoghi chiusi nei quali non si permane (come corridoi, magazzini destinati a
macchinari, hall ecc.), lo spegnimento dell’illuminazione di negozi, insegne, monumenti
ed edifici pubblici dalle 22 alle 6. Se tutto questo non basterà, scatterà lo
stato di emergenza con un vero e proprio razionamento.
Le
prospettive di un allineamento alle misure draconiane tedesche da parte degli
altri Paesi europei, compreso il nostro, sono concrete. Alle sanzioni che
danneggiano solo noi e alla siccità, delle quali abbiamo parlato dieci giorni
fa, vanno aggiunti due fattori che probabilmente aggraveranno la situazione
generale. Il primo è legato alla decisione della Freeport
LNG, esportatore americano primario di gas liquefatto in Europa, di limitare le
esportazioni almeno fino metà a novembre, lasciando, in pratica, l’Ue senza gas
americano. Maliziosamente si potrebbe far notare che la misura perdurerà fino
alle elezioni di mid-term che si preannunciano non facili per Joe Biden e i
democratici, ai quali potrebbe essere fatale un aumento del costo energetico.
Vera o no questa ipotesi, è bene domandarsi se la priorità degli Stati Uniti è fare
anzitutto i loro interessi o difendere i loro alleati. Il secondo fattore è
legato alla determinazione con la quale la Bce intende combattere l’inflazione
alzando i tassi di interesse. La Fed sta facendo lo stesso negli Stati Uniti.
Ma la situazione è diversa: negli Stati Uniti i prezzi sono alti perché è alta
la domanda dei consumatori: circolano ancora molti dollari erogati per
sostenere la ripresa post pandemica. Questo garantisce alti utili alle imprese,
che possono produrre e collocare sul mercato i loro prodotti senza problemi (l’energia
non è un problema così drammatico per gli Stati Uniti, dato che ne hanno più di
noi, e il caroenergia, paragonato al nostro, è praticamente inesistente). Il
rialzo deciso dalla Fed effettivamente protegge i cittadini americani da un’eccessiva
impennata dei prezzi senza mettere a rischio gli utili delle imprese. Ma nell’Ue
l’impennata dei prezzi è causata dalle sanzioni, cioè dalla carenza di energia
che costringe le imprese, per mantenere gli utili, ad alzare i prezzi dei loro
prodotti. In un contesto del genere, alzare i tassi di interesse stroncherebbe
gli sforzi delle imprese per non andare in perdita, e ci porterebbe direttamente
alla recessione. La crisi energetica diventerebbe subito una nuova crisi
economica, più drammatica di quella del 2011 e dell’epoca Covid, anche perché la
linea di austerità appena imboccata stroncherebbe anche le manovre di sostegno
alle imprese e ai cittadini dei governi nazionali: la Bce, infatti, ha già
annunciato che non sosterrà più i titoli legati all’emissione di debito
pubblico se non a rigide condizioni fiscali e di bilancio (questo è il senso
del nuovo scudo antispread che avevamo precedentemente spiegato). Non a caso, nel
solo mese di agosto, gli hedge funds hanno preso in prestito Btp per 39
miliardi di dollari per scommettere al ribasso contro il nostro debito
pubblico, che ha raggiunto il record assoluto sotto Mario Draghi per i continui
sostegni a impresi e cittadini per la ripresa post pandemica, scommettendo, così,
su un rischio default per il nostro Paese che potrebbe arrivare per la crisi
energetica e per la non improbabile instabilità politica dopo le elezioni del
25 settembre. Ma il nostro debito pubblico non sarebbe il solo esposto alla
speculazione. Insomma, per dirla terra terra, niente gas e niente soldi: a oggi
questo sembra il destino più probabile che dovremo prepararci ad affrontare.
Speriamo di sbagliarci o che avvenga un’imprevedibile inversione di tendenza
(come la fine della guerra, o il varo di una politica comune europea energetica,
o di un tetto europeo al prezzo del gas superando le resistenze dei Paesi del
nord), altrimenti i casi Bulgarelli e Franzese si moltiplicheranno, così come
le tragedie personali per fallimenti, chiusure e disoccupazione, e passeremo
dai lockdown pandemici ai “lockdown” energetici: il contenimento e il
razionamento energetico. Luci spente e poco (o niente) riscaldamento anche da
noi. E già si sente parlare dell’ipotesi di un giorno di DAD settimanale per le
scuole proprio per risparmiare energia.
R.M.
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