L’INCHIESTA TRUMP E I SUOI “PRECEDENTI”

E’ la prima volta nella storia americana che l’FBI fa irruzione nella residenza di un presidente o ex presidente. Ma non è la prima volta che un presidente o ex presidente o candidato alla presidenza viene indagato per manipolazione, trafugamento o distruzione di documenti riservati. Il primo illustro precedente fu quello di Richard Nixon, travolto dal famoso “caso Watergate”. Nixon si rifiutò fino all’ultimo di consegnare le registrazioni dei colloqui avvenuti nello Studio Ovale che comprovavano il reato di spionaggio ai danni dei democratici. Oltretutto rassegnò le dimissioni l’8 agosto, lo stesso giorno nel quale 38 anni dopo sarebbe avvenuta la perquisizione in casa Trump. Ciò non gli impedì di ambire a ripresentarsi per le primarie per la corsa alle presidenziali del 1979: l’intervista imprudentemente concessa a David Frost nella quale l’abile e spregiudicato conduttore televisivo riuscì a fargli ammettere le sue personali responsabilità e a indurlo a chiedere pubblicamente scusa al popolo americano ne stoppò le velleità.
Nel 1986-87 il presidente Ronald Reagan rischiò grosso a causa dello scandalo Irangate, o Iran-Contras: anche in quel caso furono trafugati documenti che comprovavano il coinvolgimento di alti funzionari e militari americani nel traffico illegale di armi con l’Iran i cui proventi vennero destinati a finanziare i guerriglieri Contras antisandinisti in Nicaragua. Reagan, messo sotto accusa, se la cavò per insufficienza di prove.
In quegli stessi anni, il politico e attivista Lyndon LaRouche fu accusato di cospirazione, frode postale, evasione fiscale e finanziamenti illegali dopo che l’FBI, nell’ottobre 1986, ne aveva rilevato le prove a seguito di una perquisizione nel suo quartier generale in Virginia. In questo caso non parliamo di un presidente, ma di un pluricandidato alla presidenza (ben 8 volte). Ma a Trump può interessare il fatto che, pur condannato e messo agli arresti, dalla sua prigione poté partecipare, anche se senza successo, alla campagna elettorale del 1992. Lo stesso Trump potrebbe partecipare alla futura campagna elettorale anche se finisse in prigione.
Un altro personaggio politico candidato alla presidenza vide compromessa la sua campagna elettorale a causa di un’inchiesta dell’FBI relativa alla manipolazione di documenti riservati: Hillary Clinton, la candidata rivale di Trump. Lo scandalo si chiama Emailgate (2016): si tratta di uso illecito di email private da parte della Clinton quando era Segretario di Stato sotto la presidenza di Barack Obama per inviare e inoltrare documenti riservati. L’FBI ne ebbe prova sequestrando pc e smartphone a Huma Abedin, principale consigliera della Clinton, e a suo marito Anthony Weiner.
Trump si aggiungerà alla lista? Di certo, i repubblicani aspettano solo l’occasione per sbarazzarsi di una figura giudicata troppo ingombrante per i suoi eccessi e avrebbero già pronto il suo sostituto: il governatore della Florida Ron De Santis, conservatore ultimamente avvicinatosi a idee populiste. Intanto, grazie al duplice successo in politica estera (la visita di Nancy Pelosi a Taiwan e l’uccisione di Ayman al Zawahiri leader di al Qadea, cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/amargine-della-visita-di-nancy-pelosi.html), anche se a discapito della distensione internazionale, i democratici, e Joe Biden in particolare, hanno cancellato l’onta della fuga da Kabul di un anno fa e riacquisito smalto in vista delle elezioni di mid term di novembre.

R.M.

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