IL KENYA A UNA SVOLTA?

Si attendono con ansia gli esiti delle elezioni presidenziali del 9 agosto in Kenya, un Paese nel quale politica interna ed estera si intrecciano perfettamente. Guardiamo, anzitutto, alla cartina. Il Kenya confina a nord-est con l’Etiopia, dilaniata dalla guerra civile, a est con la Somalia, tormentata dal gruppo terroristico islamico al Shabaab che controlla il sud del Paese, a sud, a ovest e a nord ovest, lungo la regione dei Grandi Laghi, rispettivamente con Tanzania, Uganda, e Sud Sudan, i primi due coinvolti ancora nelle violenze tribali che si diramano dalla Repubblica Democratica del Congo a seguito della guerra fra hutu e tutsi del 1994, l’ultimo teatro di una guerra tribale fra Dinka e Nuer. Se il Kenya rappresenta la confluenza dei più gravi e sanguinosi problemi dell’Africa orientale circondato com’è da Paesi in guerra, ne rappresenta anche un possibile luogo di distensione come già avvenuto nel recente passato: qui si sono svolti i negoziati tra i clan somali che hanno portato un governo, pur inefficiente, a Mogadiscio, quelli che hanno condotto alla pace in Sudan con la secessione del Sud Sudan, e quelli, seppur fragili, tra Nuer e Dinka per un accordo pacifico di questo neonato Stato. Non basta. Il Kenya ha creato i due campi profughi più grandi del mondo, Dadaab e Kakuma. Il tutto reso possibile dal fatto che il Paese è la “locomotiva” dell’Africa orientale con un Pil di 110 miliardi di dollari, anche se la crisi economica, l’inflazione, la disoccupazione giovanile, l’aumento del debito estero (specie quello con Cina, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) causati soprattutto dalla pandemia l’hanno parecchio frenata. Di fatto, il passato e il presente ci dicono che l’Africa orientale non può fare a meno del Kenya se vuole distensione, tanto più che, appartenendo alla regione dei Grandi Laghi e rappresentandone il principale snodo economico, qualora sprofondasse in una crisi economica e politica gravissima, tutti quei Paesi si bloccherebbero.
Questo ruolo da “grande potenza” africana, però, come dicevamo, è fortemente dipendente dalla stabilità interna. Essa, come in molti altri Paesi africani, è condizionata dalle divisioni etniche. In Kenya sono presenti 40 etnie, ma le più importanti sono quattro: kikuyu, luhya, luo e kalenjin. I politici appartenenti a una determinata etnia ne difendono gli interessi garantendone l’accesso alle risorse del territorio, o ne appoggiano la reazione violenta in caso di sconfitta. Inoltre, giocano volentieri la “carta etnica” per difendere i privilegi economici acquisiti col controllo delle risorse territoriali e degli appalti dei servizi che si sono più o meno onestamente aggiudicati. Alle presidenziali del 2013 e del 2018 kikuyu e kalenjin si sono spartiti presidenza (Uhuru Kenyatta, figlio di Yomo Kenyatta, primo presidente del Kenya indipendente) e vicepresidenza (William Ruto), ma l’intesa serviva a entrambi per evitare l’incriminazione per crimini contro l’umanità presso la Corte Penale Internazionale (furono i mandanti delle stragi etniche pre-elettorali del 2007-08). Infatti, già con le elezioni del 2018 si sono guardati in cagnesco. Stavolta, però, sembra che si sia avviato un passo avanti nei rapporti inter-etnici. Nella competizione fra i due maggiori candidati alla presidenza, Ruto e Raila Odinga, Kenyatta appoggia senza secondi fini il suo storico oppositore, Odinga, di etnia luo, e non un esponente della propria etnia, come era sempre accaduto nel passato. Inoltre, una nuova legge elettorale stabilisce che, per essere eletti, oltre a superare il 50% al secondo turno su base nazionale, occorre superarlo anche in 24 delle 47 contee del Paese. Ogni candidato deve, perciò, costruire un modus vivendi con etnie diverse da quella alla quale appartiene. Considerato che le violenze post-elettorali sono state un’altra costante storica del Paese, si apre la speranza di un Kenya diverso, che ha imboccato la strada della riconciliazione etnica. In una situazione delicata di crisi per il Paese e per l’Africa orientale, ciò è fondamentale perché il Kenya possa continuare a esercitare il suo ruolo di peso in politica estera. Vedremo quello che succederà.

 

R.M.

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