UNA NUOVA, INTERESSANTE SINISTRA IN COLOMBIA
Esordisce oggi il primo
governo di sinistra della storia della Colombia: lo guida Gustavo Petro, ex
guerrigliero negli anni Ottanta, poi convertitosi a una linea più “riformista”.
Vicepresidente sarà Francia Màrquez, afrocolombiana, ambientalista, di origine
contadina, che ha lavorato come donna delle pulizie pagandosi gli studi
universitari e diventando avvocato difensore dei diritti ambientali. Petro ha
vinto le elezioni battendo al secondo turno, il 19 giugno scorso,
l’imprenditore Rodolfo Hernandez, espressione di uno dei tanti partiti
indipendenti. Proprio il ballottaggio ha rappresentato la novità più grande
nella storia colombiana: i partiti storici, liberale e conservatore, hanno
tutti perso al primo turno. Proprio questo bipolarismo ha caratterizzato la
storia della Colombia nell’ultimo mezzo secolo: una spartizione del potere fra
questi due partiti più affini che diversi culminata nel “Frente Nacional”, un
patto di alternanza secondo il quale la presidenza sarebbe dovuta durare al
massimo 16 anni (cioè quattro mandati). Di fatto, il potere è sempre rimasto
ostaggio di élite e di famiglie che si avvicendavano ai vertici dello Stato.
Dal 2002 al 2022 l’ultima espressione di questa gestione di “casta” del potere
ha portato alla presidenza i conservatori Alvaro Uribe, Juan Manuel Santos e
Ivàn Duque. Ma già il 29 maggio i colombiani hanno detto uno storico “basta”
promuovendo per il ballottaggio due candidati al di fuori dell’establishment colombiano. Al ballottaggio
hanno poi premiato Petro a scapito di Hernandez (49,77% contro 46,74%), il cui
programma era eccessivamente incentrato sulla lotta alla corruzione e sul
linguaggio di denuncia aperta, e per il resto non molto innovativo e farcito
più di slogan che di proposte concrete (libertà d’impresa, rafforzamento del
settore industriale e degli idrocarburi). Va detto, comunque, che al
ballottaggio i votanti sono stati il 58,17% degli aventi diritto, il massimo
dal 1998: il desiderio dei colombiani di voltare pagina si comprende anche da
questo dato. La Colombia, perciò, svoltando a sinistra, si è aggiunta a Cile,
Perù, Bolivia, Honduras, Messico, Argentina, Nicaragua e Venezuela. Ma quella
di Petro è una sinistra ben diversa da quella messicana, venezuelana, nicaraguense
o a quella ideologica neosocialista che caratterizzava la politica dell’America
latina di un paio di decenni fa. E’ una sinistra non dissimile da quella moderata europea, dialogante, progressista, per
certi versi riformista, orientata verso una concezione positiva del mercato e
dell’economia e favorevole ai settori produttivi. In cima al programma di Petro c’è la lotta ai cambiamenti
climatici: Petro intende ridurre progressivamente la ricerca di nuovi pozzi
petroliferi e le emissioni di carbonio (la Colombia è Paese esportatore di
petrolio e carbone) a vantaggio di una altrettanto graduale transizione verso
le energie pulite (solare ed eolica), con l’impegno a puntare verso un modello
economico più produttivo che estrattivista. La lotta contro la fame e la
povertà è un altro punto cardine: sono previsti potenziamenti dei settori
nazionali agroindustriali, tessile e turistico per ridurre la disoccupazione, e
consistenti sostegni alle popolazioni rurali, oltre che l’applicazione di una riforma
agraria distributiva che colpisca il latifondo. Altra proposta è la riduzione
della violenza tramite la riapertura dei colloqui di pace con i guerriglieri
dell’Esercito di Liberazione Nazionale e un appoggio ai processi dei colloqui
regionali per risolvere democraticamente i conflitti sociali. In politica estera spicca la proposta di
ristabilire le relazioni diplomatiche col Venezuela (interrotte nel 2019):
Petro non simpatizza per Maduro, ma intende uscire da una crisi che ha impoverito
venezuelani e colombiani riattivando le economie dei due Paesi, ripristinando i
voli diretti, garantendo i reciproci diritti consolari e stroncando le mafie
che controllano alle frontiere il transito clandestino di persone e merci. La
lotta alla droga privilegiando il dialogo tra i Paesi della regione e gli Stati
Uniti sostituendola alla fallimentare strategia dello scontro e la difesa della
foresta amazzonica minacciata dallo sfruttamento perpetrato dalle industrie
minerarie e petrolifere saranno ulteriori banchi di prova di questa
interessante sinistra che si affaccia in America Latina, e che forse ha
qualcosa da insegnare anche alla nostra sinistra.
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