ACCORDO A GAZA: COSA HA (E NON) OTTENUTO ISRAELE
In
precedenza (https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unabomba-per-netanyahu-perche-israele.html)
avevamo già sottolineato come l’aggressione
da parte di Israele a Gaza senza che vi fosse stato un casus belli sembrasse avere una motivazione principalmente
politica: sottrarre a Benjamin Netanyahu, in vista delle ennesime elezioni
anticipate, il “cavallo di battaglia” della difesa della sicurezza di Israele
costi quello che costi. E quello che ha ottenuto, o non ottenuti a seconda
della visuale che si intende adottare, è rappresentato dalle cifre: 44 persone
uccise, tra cui molti civili palestinesi di cui sei bambini e oltre 300 feriti,
numerosi dei quali molto gravi. E’ vero che molte vittime sono state causate dai
razzi lanciati da Gaza. Ma è altrettanto lecito sottolineare che ciò si è
determinato a causa dell’”operazione militare” di Israele. Lo stesso vescovo
emerito del patriarcato di Gerusalemme dei Latini, monsignor Giacinto-Boulos
Marcuzzo, lo ha dichiarato senza mezzi termini: «Sono azioni unicamente politiche.
Non è una novità, basta consultare le varie annate della stampa, risulterà
evidente che ogni qualvolta è in corso una consultazione elettorale, il governo
israeliano “mostra i muscoli”. Purtroppo, questi scontri vanno a colpire
soprattutto le persone indifese». Questo senza nulla togliere alle
responsabilità dei terroristi palestinesi che non intendono garantire la
sicurezza dello Stato ebraico. In ogni caso, lo stesso prelato precisa, infatti:
«Le responsabilità sono di entrambe le parti». Ma azioni sproporzionate come
quelle di Israele garantiscono veramente la sicurezza dello Stato ebraico? Quei
morti e feriti ci sarebbero stati ugualmente se Israele non fosse intervenuta?
Ehud Olmert nel 2009 fece lo stesso: invase Gaza sperando di trarne profitto
per le elezioni presentandosi come il difensore assertivo della sicurezza di
Israele, ma le perse, perché la guerra civile sprofondò nel terrore gli
israeliani.
Ma gli israeliani hanno certamente ottenuto, se a loro vantaggio oppure no lo dirà il tempo, la divisione delle fazioni terroristiche palestinesi: Hamas, infatti, ha preso le distanze nei confronti della Jihad islamica, e l’ha lasciata sola a rispondere all’offensiva israeliana. Non basta. Hamas ha anche favorito (o, quantomeno, non ostacolato) la mediazione del suo storico protettore, l’Egitto, accreditandosi come vero difensore della sicurezza degli abitanti di Gaza, attirandosi la simpatia dei palestinesi moderati di Cisgiordania sfiduciati dal partito inefficiente e corrotto al Fatah (per non dire anche antidemocratico, dato che nega ai palestinesi il diritto di andare a votare) e, di fatto, proponendosi alla comunità internazionale come unico credibile interlocutore per riprendere i negoziati di pace in quella zona. E’ vero che Jihad islamica e Hamas hanno in comune l’appartenenza alla Fratellanza musulmana. Ma è anche vero che, negli ultimi anni, in Hamas hanno prevalso le correnti moderate (Ismail Haniyeh, suo attuale leader, ne fa parte) e nel 2021 il braccio armato di Hamas, le Brigate al Qassam, aveva arrestato miliziani della Jihad islamica che si preparavano ad attaccare Israele: sembra che il movimento si renda conto che la debolezza di al Fatah vada sfruttata per riempirne il vuoto accettando le regole democratiche, mentre la posizione estremista di stampo terroristico lo isolerebbe e lo priverebbe di libertà di manovra costringendolo a rinunciare all’appoggio dei sunniti egiziani e a sottostare a Iran e a Hezbollah, di appartenenza sciita (e Hamas è sunnita). Non a caso, entrambi hanno criticato la decisione di Hamas di non appoggiare Jihad islamica nei combattimenti. Insomma, Israele ha notevolmente favorito e accreditato la posizione di Hamas non solo nei confronti di Jihad islamica, ma anche degli altri gruppi terroristici presenti a Gaza (il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fronte democratico per la liberazione della Palestina e l’Isis). Non è la prima volta che lo Stato ebraico “flirta” con Hamas: non dimentichiamoci che fu proprio Israele a favorirne la nascita, quarant’anni fa, per dividere il campo palestinese a quel tempo praticamente monopolizzato dal partito di Yasser Arafat (l’OLP poi evolutosi in al Fatah). Auguriamoci che questa evoluzione prosegua e che il sangue versato nel corso dell’aggressione israeliana non sia stato inutile.
Ma gli israeliani hanno certamente ottenuto, se a loro vantaggio oppure no lo dirà il tempo, la divisione delle fazioni terroristiche palestinesi: Hamas, infatti, ha preso le distanze nei confronti della Jihad islamica, e l’ha lasciata sola a rispondere all’offensiva israeliana. Non basta. Hamas ha anche favorito (o, quantomeno, non ostacolato) la mediazione del suo storico protettore, l’Egitto, accreditandosi come vero difensore della sicurezza degli abitanti di Gaza, attirandosi la simpatia dei palestinesi moderati di Cisgiordania sfiduciati dal partito inefficiente e corrotto al Fatah (per non dire anche antidemocratico, dato che nega ai palestinesi il diritto di andare a votare) e, di fatto, proponendosi alla comunità internazionale come unico credibile interlocutore per riprendere i negoziati di pace in quella zona. E’ vero che Jihad islamica e Hamas hanno in comune l’appartenenza alla Fratellanza musulmana. Ma è anche vero che, negli ultimi anni, in Hamas hanno prevalso le correnti moderate (Ismail Haniyeh, suo attuale leader, ne fa parte) e nel 2021 il braccio armato di Hamas, le Brigate al Qassam, aveva arrestato miliziani della Jihad islamica che si preparavano ad attaccare Israele: sembra che il movimento si renda conto che la debolezza di al Fatah vada sfruttata per riempirne il vuoto accettando le regole democratiche, mentre la posizione estremista di stampo terroristico lo isolerebbe e lo priverebbe di libertà di manovra costringendolo a rinunciare all’appoggio dei sunniti egiziani e a sottostare a Iran e a Hezbollah, di appartenenza sciita (e Hamas è sunnita). Non a caso, entrambi hanno criticato la decisione di Hamas di non appoggiare Jihad islamica nei combattimenti. Insomma, Israele ha notevolmente favorito e accreditato la posizione di Hamas non solo nei confronti di Jihad islamica, ma anche degli altri gruppi terroristici presenti a Gaza (il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fronte democratico per la liberazione della Palestina e l’Isis). Non è la prima volta che lo Stato ebraico “flirta” con Hamas: non dimentichiamoci che fu proprio Israele a favorirne la nascita, quarant’anni fa, per dividere il campo palestinese a quel tempo praticamente monopolizzato dal partito di Yasser Arafat (l’OLP poi evolutosi in al Fatah). Auguriamoci che questa evoluzione prosegua e che il sangue versato nel corso dell’aggressione israeliana non sia stato inutile.
R.M.
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