IL FILOATLANTISMO DI FDI: ALCUNE “NOTE A MARGINE”

La divergenza in politica estera emersa nel corso del Forum Ambrosetti di Cernobbio tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini rende necessario, a nostro avviso, un chiarimento relativo al filoatlantismo di Fdi. Mentre una linea decisamente più filorussa non era dubbia per quanto riguarda la Lega, il filoatlantismo di Fdi sembra sorprendere e deludere alcuni, specialmente coloro i quali individuano (giustamente) le radici di Fdi nel vecchio Movimento Sociale Italiano, dando per assodato che quest’ultimo fosse non solo visceralmente anticomunista e antisovietico, ma altrettanto visceralmente anticapitalista e antiamericano. La matrice sociale e statalista (e, quindi, anticapitalista) del vecchio Msi non è in dubbio, anche se pare messa da parte nel programma di Fdi. Ma non è vero che l’Msi fosse antiamericano. Fin dalle origini il partito di estrema destra, coerentemente col suo antieuropeismo (questo realmente ereditato da Fdi) spinse per legare l’Italia e l’Europa agli Stati Uniti. Nel 1951 il segretario Augusto de Marsanich, ex membro del Gran Consiglio del Fascismo, fu tra i più accaniti sostenitori dell’adesione dell’Italia alla Nato e, successivamente, dell’intervento dell’Onu “a trazione americana” contro la Corea del Nord. La linea fu ereditata da Giorgio Almirante. Il filoatlantismo divenne più radicale dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica (1956) e fu in parte contraccambiato dagli Stati Uniti che lo guardarono con un certo interesse, perplessi dall’apertura a sinistra della Democrazia Cristiana. Varato il primo governo organico di centrosinistra (1963-68) i contatti fra esponenti legati all’Msi e all’establishment statunitense si intensificarono: nel 1968 Francesco Servello e Raffaele Delfino si recarono negli Stati Uniti e fecero campagna elettorale per Richard Nixon presso la comunità italoamericana. Parallelamente, attraverso la mediazione dell’industriale italoamericano Francesco Talenti, molto vicino a Nixon, arrivarono dagli Stati Uniti finanziamenti all’Msi (Giulio Caradonna, esponente missino, in un’intervista rilasciata a Giovanni Minoli nel 2013, parlò di 600.000 dollari): gli americani sembravano volersi coprire le spalle nel caso in cui la Dc avesse ceduto troppo ai comunisti in cambio di una convergenza col Pci per combattere la guerra civile strisciante iniziata dai gruppi di lotta armata (erano gli anni del famoso “compromesso storico”). Non dimentichiamoci che in Cile il tentativo centrista di formare un governo con la sinistra guidato da Salvador Allende finì per favorire le tendenze politicamente più estreme dei partiti di sinistra: gli Stati Uniti, per impedire l’avvento di un regime comunista in Cile, appoggiarono il colpo di Stato di Augusto Pinochet (1973). La “sindrome cilena” fu un elemento non trascurabile nella politica estera americana, specialmente nei riguardi della situazione politica italiana. Gli americani, infatti, finanziarono anche gruppi di destra extraparlamentare nell’ambito della cosiddetta organizzazione Stay Behind (che in Italia prese il nome di Gladio). Come si vede, nessun dubbio sul filoatlantismo antieuropeista dell’Msi, del quale Fdi è coerentemente l’erede.

R.M.

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