LA FINE DI LETTA E LA VITTORIA DI MELONI
In parte lo avevamo
previsto (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/ilconiglio-dal-cilindro-ilconiglio-dal.html):
Enrico Letta ha fallito su tutta la linea la sua campagna elettorale. Avendo prevalso
in lui il risentimento personale verso Matteo Renzi, ha preferito allearsi con
partiti incompatibili col suo (Europa + e Sinistra Italiana), contraddicendo la
sua tanto decantata difesa della cosiddetta “Agenda Draghi”, e provocando la
dispersione del voto moderato che, non a torto, ha rifiutato di votare per lui.
Non è nemmeno riuscito a “rimettere le cose a posto” con candidature “eccellenti”
come quella di Carlo Cottarelli (sconfitto nell’uninominale nientemeno che
dalla molto meno quotata Daniela Santanché), della quale avevamo parlato.
Stravince, in virtù anche di una consistente percentuale di astenuti, Giorgia
Meloni, che vede premiata la sua coerenza politica di opposizione al governo di
Mario Draghi. Letta ha già dichiarato, molto onestamente e correttamente, che
non si ripresenterà più candidato alla segreteria del Pd, il cui congresso
verrà convocato a breve. L’Italia si trova così governata da una coalizione
schiacciata a destra e, per di più, molto più variegata di quanto non sembri,
come avevamo accennato in precedenza (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/07/comee-scattata-la-campagna-elettorale.html).
Sempre in virtù dell’astensione, il M5S raggiunge una percentuale insperata
fino a pochi giorni fa. Brutte sconfitte per Lega, che paga l’appoggio dato a
Draghi, Forza Italia e del cosiddetto Terzo Polo. I numeri possono essere
interpretati in vario modo. Noi ne proponiamo una doppia lettura: la sconfitta
dei moderati (e del voto moderato), e il tradimento di Mario Draghi da parte
dei principali partiti politici che lo avevano sostenuto. Due facce, per noi,
della stessa medaglia, dal momento che l’unico punto di riferimento possibile
per credibilità e autorevolezze per i moderati era proprio Mario Draghi. Non a
caso, i trionfatori delle elezioni sono partiti estremi “antidraghiani”, uno
dei quali è sempre stato all’opposizione del suo governo (Fdi), l’altro (M5S)
che ne ha provocato la caduta. Un collasso, quello del voto moderato, molto
connesso con la decisione dei partiti di ispirazione moderata di abbandonare
Mario Draghi (a eccezione del Terzo Polo, lasciato solo a presidiare un’area di
centro davvero poco appetibile). Forza Italia e Lega, dopo aver appoggiato l’iniziativa
di M5S di far cadere il governo di unità nazionale, si sono alleati con l’oppositore
di Draghi, Fdi, finendo per diventarne vassalli. Del Pd abbiamo già detto.
Sembra proprio che, per Letta, Renzi sia una sorta di nemesi: quando ce l’ha
davanti, è come se perdesse il senno. La storia non si fa né con i “se”, né con
i “ma”. D’altra parte ci chiediamo: se la scelta di Letta fosse stata quella di
allearsi col Terzo Polo non sarebbe stata abbondantemente premiata (con esiti
che avrebbero potuto mettere in forte discussione la vittoria del centrodestra)
da un consistente voto moderato che, probabilmente, ha alimentato un’astensione
più numerosa rispetto al 2018? Di seguito, una nostra personalissima pagella
sui protagonisti della campagna elettorale:
- GIORGIA MELONI, voto 8: non solo vede premiata la sua coerenza di
oppositrice al governo Draghi, ma ha imbastito una campagna elettorale
intelligente, cercando di accreditarsi a livello nazionale e internazionale
malgrado le sue idee non moderate, evitando più di altri di promettere ciò che
sapeva di non poter mantenere, con toni rassicuranti anche se decisi. In alcuni
casi, però, ha fatto emergere imbarazzanti divisioni rispetto ai suoi alleati,
e si è lanciata troppo unilateralmente nel proporre una non ben delineata
riforma in senso presidenziale.
-
GIUSEPPE CONTE, voto 8: è l’alter ego di Giorgia Meloni. Alla coerenza, ha aggiunto una
notevole capacità perfino camaleontica di riportare il M5S a rivendicazioni da
estrema sinistra mantenendo toni ed aplomb istituzionali. E’ molto più che un
capopopolo: ha magnificamente sfoderato la sua esperienza di Presidente del
Consiglio.
-
MATTEO RENZI e CARLO CALENDA, voto 7: di più, non potevano
fare. Il 7, anziché l’8, è la media dei due voti: 8 a Renzi, 6 a Calenda per la
giravolta fatta col Pd, della quale, però, si è subito pentito (meglio pentirsi
prima che dopo…).
-
SILVIO BERLUSCONI, voto 6: il carisma resta (si è fatto
rieleggere), ma subisce nettamente l’onda di Giorgia Meloni e la mette in
imbarazzo con un’infelice uscita pubblica filoputiniana alla vigilia del voto.
-
MATTEO SALVINI ed ENRICO LETTA, voto 4: Salvini paga la
difficoltà a tenere un partito in preda a una lotta interna fra moderati (che
hanno appoggiato Draghi) e intransigenti, dei quali fa parte. Appare troppo
ondivago e poco coerente, e si fa venire un brutto mal di piede non essendo in
grado di tenere il “piede in due scarpe”. Non è nemmeno innovativo: poteva
rilanciare la bandiera federalista, ma si è arroccato su posizioni centraliste
che hanno snaturato le origini della Lega. Di Letta abbiamo detto sopra.
Condividono, pertanto, il voto e, probabilmente, il destino. Letta non sarà più
segretario del Pd, ma anche la fine di Salvini sembra vicina.
-
LUIGI DI MAIO, voto 2: non è stato nemmeno capace di dare un
po’ di maquillage al suo cinismo
politico che lo ha portato a trasmigrare da un partito all’altro: netta
bocciatura da parte degli elettori e… da parte nostra.
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