LA SECONDA SVOLTA DELLA GUERRA IN UCRAINA
Siamo probabilmente
arrivati alla seconda svolta nella guerra russo-ucraina, dopo quella del 26
aprile (la riunione Nato a Ramstein nella quale è prevalso l’indirizzo
oltranzista antirusso degli Stati Uniti): la decisione di Vladimir Putin comunicata
oggi 21 settembre di indire un referendum per l’annessione alla Russia di
Donbass, Donetsk, a Kherson e nella provincia di Zaporizhzhia, a seguito della
massiccia controffensiva ucraina di fine estate che ha umiliato l’esercito
russo. Premesso che, come nel caso della Crimea, i referendum sono
giuridicamente inaccettabili (si svolgono in territori occupati militarmente
dai russi, e chi vota avrà la pistola puntata alla tempia, alla faccia della
libertà e della democrazia), essi costituiscono una svolta nel conflitto che
potrebbe essere tragica o pacifica. Col referendum, infatti, quei territori
diventeranno russi, e la Russia si rivendicherà il diritto di difenderli anche
con armi nucleari, perché qualsiasi attacco contro di essi sarà interpretato a
Mosca come un attacco contro la Russia. E Putin, nel suo discorso alla nazione,
ha minacciato di farlo. Non basta. Appena 24 ore prima, il 20 settembre, la
Duma ha approvato un inasprimento delle pene relative al codice militare: per chi
si oppone al servizio militare, gli anni di reclusione passano da 5 a 15; per
chi si oppone a un comando dato da un superiore, si va da una “forchetta” di
2-3 anni a una che va dai 3 ai 10 anni di reclusione. Se combiniamo la
decisione della Duma e il discorso di Putin, la svolta sarà probabilmente
tragica, perché entrambi questi eventi manifesterebbero la volontà del Cremlino
di portare la guerra alle sue estreme conseguenze attraverso il combinato
nucleare e la mobilitazione generale dei russi. Ma, fortunatamente, esiste un’altra
possibilità: i referendum di annessione potrebbero significare l’occasione per
Putin di presentare al suo Paese quel successo che gli potrebbe permettere di
chiudere le ostilità salvando la faccia dopo l’umiliante controffensiva ucraina:
in tal caso, proclamerebbe la liberazione delle popolazioni filorusse dalle
persecuzioni ucraine e, quindi, la conclusione vittoriosa della sua “operazione
militare”. Resta, però, da vedere se gli ucraini e gli occidentali accetteranno
di sedersi a un tavolo di pace su queste basi. Joe Biden nicchiava di fronte
alla richiesta ucraina di missili a lunga gittata per colpire la Crimea, già
territorio russo (ma de facto, non de jure, ricordiamocelo bene), per la
probabile replica nucleare. Ora potrebbe accettare la prova di forza nucleare
per costringere Putin a “scoprire le sue carte” e ordinare una mobilitazione
generale che, comunque, non gli garantirebbe affatto un vantaggio nella guerra:
seppur numericamente superiori, i russi non sono militarmente preparati quanto
gli ucraini. Resta la Cina, forse la meno interessata fra le superpotenze a un
inasprimento delle ostilità. L’abbiamo detto più volte: Pechino non ha alleati,
ma clienti. Ha sostenuto la Russia perché gli conveniva (comprava energia a
metà prezzo). Ma se la guerra dovesse inasprirsi, il solo spettro della crisi
energetica in Europa metterebbe a rischio anche i suoi investimenti: in tal
caso, Pechino potrebbe decidere di tagliare i fondi a Mosca, e per Putin
sarebbe davvero la fine. Con l’Unione Europea che mostra nuovamente la sua
inconsistenza (oltretutto, la decisione oltranzista di Putin mette all’angolo
anche i leaders europei più equidistanti, come Emmanuel Macron, Olaf Scholz e
Mario Draghi), Recep Tayyip Erdogan può cogliere l’opportunità di rimettere al
centro sé stesso e la Turchia, ma solo a condizione che prevalga l’ipotesi
della svolta negoziale. Certamente, è dai tempi della crisi di Cuba che non ci
trovavamo così vicini alla guerra nucleare.
Nessun commento:
Posta un commento