IL “PRECEDENTE” PAPALE DEL KAZAKISTAN

La prima e unica visita di un pontefice in Kazakistan fu quella di Giovanni Paolo II 21 anni fa (22-26 settembre 2001). Il Paese era nel pieno della sua involuzione autoritaria: era il decimo anniversario della sua indipendenza, ma anche il decimo caratterizzato dal crescente dispotismo del presidente Nursultan Nazarbayev. Giovanni Paolo II aveva, peraltro, messo in guardia i kazaki dallo spendere bene la libertà conquistata: «La data del 16 dicembre del 1991 è incisa a caratteri indelebili negli annali della vostra storia», disse, «ma come non tener conto del clima di affievolimento dei valori che il passato regime ha lasciato?La prima e unica visita di un pontefice in Kazakistan fu quella di Giovanni Paolo II 21 anni fa (22-26 settembre 2001). Il Paese era nel pieno della sua involuzione autoritaria: era il decimo anniversario della sua indipendenza, ma anche il decimo caratterizzato dal crescente dispotismo del presidente Nursultan Nazarbayev. Giovanni Paolo II aveva, peraltro, messo in guardia i kazaki dallo spendere bene la libertà conquistata: «La data del 16 dicembre del 1991 è incisa a caratteri indelebili negli annali della vostra storia», disse, «ma come non tener conto del clima di affievolimento dei valori che il passato regime ha lasciato? […] Si registra così una povertà di ideali che rende particolarmente vulnerabile la gente di fronte ai miti del consumismo e dell'edonismo importati dall'Occidente». E ancora: il Kazakistan «ha sperimentato la violenza mortificante dell'ideologia. Che non succeda a voi di essere ora preda della violenza non meno distruttrice del "nulla"». Affinché gli sforzi e i sacrifici per l’indipendenza raggiunta non divenissero vani, Giovanni Paolo II chiedeva ai kazaki di battersi continuamente per la libertà e per la democrazia. La libertà religiosa era in testa a tutte: «Quando all'interno di una comunità civile i cittadini sanno accettarsi nelle rispettive convinzioni religiose, è più facile che s'affermi tra loro l'effettivo riconoscimento degli altri diritti umani […]. Ci si sente infatti accomunati dalla consapevolezza di essere fratelli, perché figli dell'unico Dio». In tal senso sottolineava come il Kazakistan fosse «terra di incontro», uno Stato multietnico e multireligioso nel quale «convivono a tutt'oggi cittadini appartenenti a oltre cento nazionalità ed etnie» che «induce a vivere la differenza non come una minaccia ma come un arricchimento», chiamato, in questo senso,  a essere un esempio in politica estera: «Non è esagerato sostenere che il vostro è un Paese con una vocazione tutta particolare: quella di essere, in modo sempre più consapevole, un ponte fra l'Europa e l'Asia. Sia questa la vostra scelta civile e religiosa. Siate un ponte di uomini che abbracciano altri uomini; persone che veicolano pienezza di vita e di speranza». Ma perché questo avvenisse era necessaria «una sana laicità dello Stato» chiamata «a garantire ad ogni cittadino, senza differenza di sesso, razza e nazionalità, il fondamentale diritto alla libertà di coscienza» e ad affermare e a difendere «il diritto del credente a testimoniare pubblicamente la sua fede» qualsiasi essa fosse: «Gli stessi centri dell'educazione e della cultura non potranno che guadagnare dall'aprirsi alla conoscenza delle esperienze religiose più vivaci e significative nella storia della Nazione». Quanto ai kazaki cattolici, essi non dovevano fare proselitismo imponendo la propria fede agli altri, ma essere «umili e convinti testimoni nel pieno rispetto per la ricerca che altre persone di buona volontà stanno compiendo su strade diverse. Chi ha incontrato la verità nello splendore della sua bellezza non può non sentire il bisogno di farne partecipi anche gli altri. Prima che di un obbligo derivante da una norma, per il credente si tratta del bisogno di condividere con tutti il Valore supremo della propria esistenza» anzitutto con le altre religioni: infatti, «alla forza della testimonianza» corrisponde «la dolcezza del dialogo», a partire da quello ecumenico per aprirsi a quello interreligioso, soprattutto verso l’islam. A pochi giorni dall’attentato alle Torri Gemelle di New York e di fronte a un’insensata ondata di islamofobia nel mondo, Giovanni Paolo II disse chiaramente: «desidero riaffermare il rispetto della Chiesa Cattolica per l'Islam, l'autentico Islam: l'Islam che prega, che sa farsi solidale con chi è nel bisogno. Memori degli errori del passato anche recente, tutti i credenti devono unire i loro sforzi, affinché mai Dio sia fatto ostaggio delle ambizioni degli uomini. L'odio, il fanatismo ed il terrorismo profanano il nome di Dio e sfigurano l'autentica immagine dell'uomo». In precedenza, abbiamo sottolineato come oggi il Kazakistan sia a un bivio nella sua storia fra democrazia e autoritarismo (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/ilkazakistan-che-trovera-papa-francesco.html), e come il referendum del 5 giugno scorso sia stato solo un primo passo verso la prima. In tema di libertà, laicità e partecipazione il Kazakistan ha, fino a oggi, disatteso gli auspici di Giovanni Paolo II: la nuova Costituzione non offre ancora margini rassicuranti in tema di libertà e democrazia, lo Stato non è laico perché limita la libertà religiosa in funzione dell’ordine pubblico, e l’estremismo islamico è ancora pericoloso, avendo partecipato in prima linea alle proteste di gennaio. Del resto, oppressione, discriminazione e disuguaglianza offrono costantemente benzina al radicalismo religioso. Anche se il suo viaggio avrà caratteristiche più marcatamente ecumeniche e interreligiose, vedremo come si porrà Papa Francesco di fronte a questo Kazakistan non molto diverso da quello che vide Giovanni Paolo II, ma che sembra voler incamminarsi nel sentiero indicato dal Papa polacco.

R.M.

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