QUATTRO SFIDE PER LE RELIGIONI
Se il primo discorso in
Kazakistan di Papa Francesco, davanti alle autorità e alla società civile, era dedicato
alla situazione del Paese, il secondo, davanti ai leaders religiosi, è più
marcatamente rivolto al ruolo mondiale al quale oggi le religioni sono
chiamate. Anche in questo caso, per sviluppare il suo discorso il Papa si è riferito
alla cultura kazaka, in particolare al poeta Abai (1845-1904), i cui scritti
sono stati sempre permeati dalla domanda di senso («Qual è la bellezza della
vita, se non si va in profondità?»), alla quale il poeta associa la risposta religiosa:
si trova un senso solo in riferimento a un trascendente creatore. Il fatto di
essere creature, per Francesco, ci richiama a una condizione esistenziale di
«reale fratellanza» che deve caratterizzare il rapporto tra gli uomini, sempre
improntato al dialogo e all’incontro, ancora una volta simboleggiati proprio
dal Kazakistan: «Possa il Kazakhstan essere ancora una volta terra d’incontro tra chi è
distante» ha detto il pontefice. E ha ribadito quanto accennato di fronte al
corpo diplomatico: «È venuta l’ora di destarsi da quel fondamentalismo che
inquina e corrode ogni credo […]. Ma è anche l’ora di lasciare solo ai libri di
storia i discorsi che per troppo tempo, qui e altrove, hanno inculcato sospetto
e disprezzo nei riguardi della religione, quasi fosse un fattore di
destabilizzazione della società moderna. In questi luoghi è ben nota l’eredità
dell’ateismo di Stato, […] mentalità opprimente e soffocante per la quale il
solo uso della parola “religione” creava imbarazzo. In realtà, le religioni non
sono problemi, ma parte della soluzione per una convivenza più armoniosa». Per questo, ancora una volta il
Papa ha sottolineato il primato che ha la libertà religiosa rispetto alle altre
libertà: essa «è un diritto primario […] che non può limitarsi alla sola
libertà di culto. È infatti diritto di ogni persona rendere pubblica
testimonianza al proprio credo: proporlo senza mai imporlo», al contrario del
proselitismo e dell’indottrinamento «da cui tutti sono chiamati a tenersi
distanti». Le religioni, oggi, possono offrire risposte determinanti a quattro
sfide. Anzitutto, quella della pandemia, che «ci ha fatto capire che […] tutti
siamo bisognosi di assistenza: nessuno è pienamente autonomo», e le religioni
hanno il dovere di aiutare tutti a non dimenticarlo in modo da «non farsi
imbrigliare nei lacci del profitto e del guadagno, quasi fossero i rimedi a
tutti i mali; a non assecondare uno sviluppo insostenibile che non rispetti i
limiti imposti dal creato; a non lasciarsi anestetizzare dal consumismo che
stordisce, perché i beni sono per l’uomo e non l’uomo per i beni». In questo
senso, «la pandemia, dovrebbe stimolarci a non andare avanti come prima». Le
religioni, inoltre, si impegnano a farsi «artigiani della cura» a partire dai
più deboli, dai più poveri e dagli emarginati: «E’ proprio l’indigenza a
permettere il dilagare di epidemie e di altri grandi mali», come estremismi e
fondamentalismi. In questo senso, le religioni offrono una determinante risposta
alla seconda sfida, quella della pace, rifiutandosi di assecondare gli
interessi politici dei potenti di turno: «Il sacro non sia puntello del potere
e il potere non si puntelli di sacralità!» (un indiretto richiamo al patriarca
Kirill, che si è rifiutato di partecipare a questo congresso e che continua a “incensare”
Vladimir Putin?), e a una terza sfida, quella dell’accoglienza fraterna: «Ogni
essere umano è sacro» perché ognuno viene dal Creatore, che «ci esorta ad avere
uno sguardo simile al suo, uno sguardo che riconosca il volto del fratello. Il
fratello migrante bisogna riceverlo, accompagnarlo, promuoverlo e integrarlo». La
cultura kazaka «afferma la medesima cosa attraverso un bel proverbio popolare: “Se
incontri qualcuno, cerca di renderlo felice, forse è l’ultima volta che lo vedi”.
Se il culto dell’ospitalità della steppa ricorda il valore insopprimibile di
ogni essere umano, Abai lo sancisce dicendo che “l’uomo dev’essere amico
dell’uomo” […] E dunque, sentenzia, “tutte le persone sono ospiti l’una
dell’altra”». Infine, le religioni offrono determinanti risposte a un’ultima
sfida: «la custodia della casa comune. […] Occorre proteggerla, perché non sia
assoggettata alle logiche del guadagno, ma preservata per le generazioni future
[…]. Virus come il Covid-19, […] spesso sono legati a un equilibrio deteriorato
[…]. È la mentalità dello sfruttamento a devastare la casa che
abitiamo». Queste le quattro sfide che Papa Francesco chiede alle religioni di
affrontare assieme, dialogando assieme, ma senza «finti sincretismi concilianti»,
bensì custodendo «le nostre identità aperti al coraggio dell’alterità,
all’incontro fraterno. Solo così, su questa strada, nei tempi bui che viviamo,
potremo irradiare la luce del nostro Creatore».
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