BOCCIATA LA COSTITUZIONE CILENA: PERCHE’?

Col 62% dei voti, i cileni hanno bocciato la nuova Costituzione, elaborata in più di due anni di lavoro. Eppure i cileni dal 2019 attendevano un grande evento riformatore che desse una svolta alle istituzioni. Erano scesi anche in piazza. Perché allora hanno bocciato quell’evento che poteva venire incontro alle loro aspirazioni? Crediamo di individuare almeno tre motivi alla base di questa bocciatura. Il primo è riconducibile alla farraginosità del testo: ben 388 articoli e 57 disposizioni transitorie. Un’autentica selva che certo non ha aiutato i cileni a ben orientarsi: come si fa a votare qualche cosa che non si capisce? Un secondo motivo è riconducibile agli eventi che hanno posto in essere il lavoro di redazione di una nuova Costituzione: in essa, la sinistra massimalista al potere (il presidente è Gabriel Boric, ed è a capo della maggioranza più a sinistra della storia del Cile dai tempi di Salvador Allende) ha fatto confluire le proteste sociali che si sono scatenate tra l’ottobre del 2019 e il marzo 2020 nel tentativo di disinnescarne la miccia una volta per tutte. Così, il testo è diventato un crogiuolo di rivendicazioni e diritti tra i più disparati ideologicamente in pieno stile populista, ben lontano dall’affrontare i reali problemi dei cileni: assistenzialismo di Stato, ambientalismo, diritti LGTB, digitalizzazione, bioetica, limitazioni alla libertà di stampa e di parola a tutela della sicurezza nazionale (termini che ricordano tristemente il testo varato dall’Assemblea Nazionale francese durante la rivoluzione iniziata nel 1789 e che fu all’origine della deriva totalitaria), dirigismo economico e stroncatura della libertà d’impresa, controllo del potere giudiziario da parte dell’esecutivo, difesa del pluriculturalismo e della plurinazionalità. Proprio quest’ultima ha allontanato le simpatie dei cileni, perché prevedeva un autonomismo etnico-territoriale sganciato dal potere centrale che poteva dar luogo a diverse forme di governo territoriali e, pertanto, a una frammentazione giuridica, politica ed amministrativa che avrebbe spaccato il Cile in diverse micronazionalità: un cileno poteva trovarsi di fronte a leggi e a pratiche giudiziarie completamente diverse a seconda del territorio in cui si trovava. Né questo aspetto veniva incontro alle rivendicazioni delle popolazioni indigene (oltre il 70% dei Mapuche si oppone all’indipendenza della propria comunità). Il terzo motivo è riconducibile al precedente: il massimalismo sul quale si fonda l’ideologico testo della nuova Costituzione ha convinto le aggregazioni politiche centriste a schierarsi per il no, provocando la prima frattura in seno alla maggioranza di governo: non hanno voluto ripetere l’errore dei centristi che, pur di sostenere il governo di Salvador Allende, cedettero completamente alla sinistra estrema. Ora sembra che Boric intenda ripartire daccapo e dare il via ai lavori per preparare un nuovo testo. Un procedimento che si annuncia lungo perché dovrà passare attraverso una nuova assemblea costituente. Ma più a breve termine Boric dovrà aggiornare la sua agenda politica e recuperare la frattura coi centristi abbandonando il massimalismo populista e aprendo alle istanze più riformiste e moderate. Non sarà facile, perché la sua è una sinistra che si ispira a quella che governa i regimi di Cuba, Venezuela e Nicaragua. Una sinistra ben lontana da quella colombiana (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unanuova-interessante-sinistra-in.html).

R.M.

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