CRISI DI GOVERNO E PROPOSTE DI VOTO

A una settimana dalla crisi di governo, a mente fredda e a bocce ferme, è possibile, credo, proporre una sorta di pagella (discutibile, intendiamoci!) per ciascuno dei maggiori protagonisti della caduta del governo di Mario Draghi. Lasciando da parte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che deve obbligatoriamente muoversi (e così ha fatto) entro il dettato delle procedure costituzionali, ecco delle possibili proposte di voto:

- DRAGHI: voto 7. Coerente fino in fondo col senso del suo mandato governativo, non ha accettato modifiche alla maggioranza che si era impegnato a sostenerlo confermando di non essere un “uomo per tutte le stagioni”. Difficilmente un politico sarebbe stato così coerente pur di rimanere “in sella”. D’altra parte le evidenti difficoltà di un “uomo fuori posto”, cioè di un tecnico in un ruolo politico, sono emerse tutte, a partire dalla sua capacità negoziale. Inoltre, le tensioni nella maggioranza erano visibili già da dopo la conferma di Mattarella. Forse ha aspettato troppo a “far saltare il banco”. Quindi, il 7 è frutto di una media fra coerenza (10), scarse doti politiche (4) e spirito di sopportazione (7).

- LETTA e RENZI: voto 7. Ci hanno messo del loro a “tirare” Draghi dalla loro parte, ma sono stati coerenti fino in fondo appoggiandolo durante la definitiva discussione al Senato del 20 luglio. Avranno buon gioco nell’accusare, a torto o ragione, chi ha provocato la crisi di governo di eventuali ritardi o inadempienze rispetto ai nodi cruciali che si stanno affrontando (scadenza del Pnrr, crisi economica, riforme politiche e amministrative). Inoltre, si sono candidati a credibili interpreti del voto moderato.

- MELONI: voto 7. Coerente fino in fondo, nel suo caso come opposizione al governo, non facendo mancare il suo voto in provvedimenti giudicati esiziali per il bene del Paese. Assieme al Pd di Letta, il partito di Giorgia Meloni parte, a oggi, favorito per la vittoria alle elezioni politiche.

- SALVINI: voto 6,5. Assieme al M5S è quello che ha messo più bastoni fra le ruote al governo di unità nazionale, ma è stato molto furbo a lasciare la “pistola fumante” in mano a Giuseppe Conte. E’ sempre stato con un piede dentro e uno fuori dal governo: rischia di pagarne il prezzo a Fdi alle prossime elezioni politiche rimanendo stritolato nel suo stesso partito, molto diviso, fra chi gli rimprovera di aver tardato troppo a uscire dalla maggioranza e chi, invece, non ha accettato la sua decisione di “staccare la spina” al governo.

- BERLUSCONI: voto 5. La fretta di andare al voto lo ha portato, sulla crisi di governo, a schiacciarsi troppo, lui che è un moderato, sulle posizioni estreme di Lega, Fdi e, implicitamente, di M5S. Ponendo l’aut-aut a Draghi su un cambio di maggioranza che escludesse il M5S ha lasciato la patente moderata nonché il titolo di erede in quanto ideale prosecutore del governo Draghi al Pd di Letta. Proprio perché è un moderato, a differenza di Salvini rischia di pagare un prezzo particolarmente salato alle elezioni, a meno che non riesca a condurre una campagna elettorale creativa e convincente.

- CONTE: voto 4. Avendo detto sempre di sé di essere un progressista moderato, ha gettato alle ortiche questo suo DNA schiacciandosi su posizioni estremiste e alzando troppo l’asticella dello scontro con Draghi. Seppur con la collaborazione all’ultimo momento del centrodestra, è lui che si è esposto “uccidendo” il governo. Ora è isolato politicamente (la possibile intesa allargata col Pd l’ha gravemente compromessa), più disprezzato che amato. Se l’ha fatto per fermare l’emorragia di voti del M5S, c’è, però, da chiedersi se questa emorragia si è davvero frenata. Ne è valsa davvero la pena?

- DI MAIO: voto 2. Ha attraversato tre governi completamente diversi tra loro rimanendo sempre ministro. E’ passato dalla minaccia di denunciare il Presidente della Repubblica a diventare suo strenuo difensore. Da nemico della “casta” ne è diventato l’incarnazione. Da populista è diventato organico al potere. Da antisistema è diventato parte del sistema. In politica non basta la flessibilità: occorre avere degli ideali. Altrimenti si rischia di passare per cinici. Un uomo così camaleontico ha degli ideali? Si propone di far parte di un centro moderato. La realtà è che ha tradito tutti: ha tradito gli estremisti, potrebbe prepararsi con altrettanta spregiudicatezza a tradire i moderati. A oggi è la quintessenza del tipo di politico trasformista odiato dagli italiani.

 

R.M.

Nessun commento:

Posta un commento

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...