CHI DI SOVRANISMO FERISCE, DI SOVRANISMO PERISCE

Se in politica estera Giorgia Meloni era partita piuttosto bene riuscendo ad accreditare il nostro governo nei più alti consessi internazionali, la gestione superficiale e improvvisata della questione migranti in generale, e della nave Ocean Vikings in particolare, ha rovinato un po’ tutto. Intanto, lascia perplessi l’accanimento del governo sulla sola Ocean Vikings. Al di là di qualsiasi giudizio di merito, se la linea scelta dal governo sulla questione degli sbarchi fosse improntata a una svolta rigoristica, non si capisce perché il rifiuto allo sbarco si sia limitato alla sola Ocean Vikings, e non anche ad altre navi che avevano raccolto profughi giunte in questi giorni (un cargo delle Isole Marshall, una petroliera liberiana, e la Ile d’Ouessaint sono state autorizzate a sbarcare migranti a Trapani e Pozzallo). Il respingimento della sola Ocean Vikings, nave gestita dalla Ong Sos Mediteranée, sommato agli sbarchi selettivi dei giorni scorsi fatti subire ad altre navi gestite da Ong (Medici Senza Frontiere e Sos Humanity), potrebbe far sorgere il sospetto che il governo stia intraprendendo uno scontro ideologico e pregiudiziale contro le Ong (peraltro, “responsabili” del salvataggio di appena il 10% dei migranti che arrivano da noi). Intanto, si è arrivato a uno scontro diplomatico con la Francia per poco più di 200 migranti pochi giorni dopo una visita di Emmanuel Macron a Giorgia Meloni nell’ambito della quale, al netto della distanza politica, pareva emergere fra i due leaders un’entente cordiale favorita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Macron, avendo perso le elezioni legislative, è fortemente in difficoltà, e ha tutto l’interesse a cogliere qualche accordo internazionale da sbandierare con successo in patria. La questione poteva essere affrontata in un negoziato che, certo, poteva anche fallire, ma che, date le circostanze, aveva buone probabilità di essere concluso (Macron, alla Cop27 di Sharm el-Sheikh, aveva dato una disponibilità di massima per venire incontro a Meloni). Invece, Meloni ha preferito mostrare i muscoli anziché dar corda alla diplomazia: senza nemmeno interpellare il Ministro degli Esteri (curiosamente, un moderato europeista), di concerto con quello degli Interni e della Difesa (entrambi, altrettanto curiosamente, appannaggio di due personalità afferenti a partiti non moderati, sovranisti e antieuropeisti: Lega e Fratelli d’Italia), si è mossa unilateralmente forzando la mano alla Francia e mettendo in difficoltà lo stesso Macron. Meloni, infatti, non ha saputo valutare né il contesto politico difficoltoso nel quale si trova Macron, né il clima ai limiti della xenofobia presente nella società francese: l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la violenza subìta dalla dodicenne Lola Daviet perpetrata da una donna algerina irregolare. Oltre alle banlieues, agli occhi dei francesi sono diventate insicure anche le città: tutta acqua al mulino delle destre. Già, proprio quelle destre che condividono il sovranismo di Meloni hanno montato la protesta contro di lei accusandola di voler “scaricare” in Francia altri irregolari. Risultato: il governo francese, per non essere scavalcato “a destra”, ha stracciato l’accordo che prevedeva la presa in carico di 3.500 migranti sbarcati in Italia, incoraggiando altri Paesi che avevano sottoscritto un accordo simile a non rispettarlo come ritorsione verso il comportamento ritenuto “irresponsabile” del nostro governo. Di fronte alle dichiarazioni dei suoi ministri, Macron, pur preferendo un accordo, si è trovato a sua volta con le spalle al muro, e ha dovuto anche lui “schiacciarsi” a destra sul terreno dell’irrigidimento delle politiche migratorie. E’ il tradimento di un patto, certo. Il comportamento della Francia non è esente da critiche. Tutt’altro. Perfino una parte dell'opposizione a Meloni l'ha stigmatizzata (Carlo Calenda in primis). Ma la miccia l’ha accesa il nostro governo. Con un solo atto, Meloni ha provocato tre disastri: pur di respingere duecento migranti, si trova ora costretta a tenere quei 3.500 che la Francia si era impegnata ad accogliere entro la prossima estate (e forse anche quelli di altri Paesi che rifiuteranno di rispettare gli accordi presi); si è alienata un importante alleato per alleggerire il Patto di stabilità in prossimità di un periodo di preoccupante crisi energetica ed economica (mettendo in difficoltà, oltretutto, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, impegnato in un difficile confronto a Bruxelles); rischia di isolare il nostro Paese appiattendolo alle posizioni dei Paesi del blocco di Visegrad, i più rigidi al varo di una politica di solidarietà europea verso i migranti. A ben poco serve sbandierare l’appoggio formale ottenuto da Marta, Cipro e Grecia: fin dove si può andare assieme a questi tre Paesi? L’Italia, per come è drammaticamente messa, ha bisogno di ben altri appoggi, decisamente più “pesanti”. Poiché un’asse con la Germania (che guarda decisamente a Pechino e… a sé stessa in tema di politica energetica e di rigore economico europeo) pare quantomeno problematico, resta, anzi, restava plausibile un’asse con Parigi (e non dimentichiamoci che al vertice della Bce, Christine Lagarde, un’altra francese, continua a vendere Bund comprando Btp: se si fermasse, sarebbe, per noi il precipizio). Meloni, nelle ultime ore, pare preoccupata per un concreto isolamento dell’Italia. Avrà capito che non può esistere un’alleanza tra sovranisti che, per definizione, pensano solo ai propri interessi, e non anche a quelli degli altri? Avrà capito che solo in ottica multilaterale (chiedendo, magari, una conferenza tra tutti gli Stati coinvolti nella questione profughi) potrà fermare i trafficanti e aprire la via a migrazioni regolari? Avrà capito che non può appellarsi all’Unione Europea solo per difendere gli interessi nazionali, apparendo europeista a intermittenza? Nel programma di Fdi era prevista la difesa del voto all’unanimità all’interno del Consiglio Europeo, cioè il blocco di qualsiasi integrazione comunitaria (e di politica solidale). C’è ancora tempo per cambiare idea perché, come ha dimostrato la superficiale gestione del “caso” Ocean Vikings, chi di sovranismo ferisce, di sovranismo perisce.

 R.M.

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