UNA BUONA FINANZIARIA E UN CURIOSO “GIOCO DELLE PARTI”
Molto difficilmente si
poteva far meglio in tema di legge di bilancio (ex finanziaria). Dopo la débâcle
sugli immigrati, il governo Meloni segna un punto a suo favore (il secondo,
dopo la tempestiva gestione dell’emergenza rave party). I paletti, si sapeva,
erano stretti, tuttavia il governo si è mosso con grande pragmaticità, non
rinunciando a dare una propria impronta politica che certamente imprimerà più
sensibilmente nel prossimo futuro. Sono stati lasciati da parte temi spinosi e
complessi (che, tra l’altro, rischiavano di provocare subito nuove divisioni
nella maggioranza), come la flat tax (innalzamento limitato agli autonomi a
partire dagli 85.000 euro), l’abolizione dell’Iva su pane e latte (sarebbe un
salasso per le casse dello Stato) e l’autonomia regionale. Si è preferito
saggiamente, invece, un approccio moderato, in particolare sul reddito di
cittadinanza (in campagna elettorale se ne prometteva l’abolizione, mentre si
parla solo di modifiche). La saggezza, dicevamo, contraddistingue questa legge
di bilancio: priorità assoluta il caro bollette, ed ecco che 21 dei 35 miliardi
di euro sono a esso destinati, tendendo, così, una mano ad aziende e famiglie.
Proprio questi due ambiti sembrano contraddistinguere i pilastri della legge.
Sulle aziende, spicca la decisione di stanziare oltre mezzo miliardo in due
anni per rifinanziare il sostegno delle piccole e medie imprese per gli
acquisti o le acquisizioni in leasing di beni strumentali; sono previsti per
loro facilitazioni per i pagamenti per venire incontro alle loro esigenze di
liquidità; c’è, poi, la diminuzione del cuneo fiscale di due miliardi a vantaggio
dei lavoratori, poiché si aumenta il netto e si riduce il lordo, e si riduce
anche di più per i redditi più bassi. Riguardo
alle famiglie, sono predisposti aumenti mirati dell’assegno unico e l’estensione
dei congedi parentali. Sono, poi, previsti delle social card per i più poveri e
interventi sulle pensioni minime (secondo gli ultimi dati Inps, quasi 3 milioni
e mezzo di pensionati prendono meno di mille euro al mese). Sempre in merito
alle pensioni, ancora improntata a saggezza è la decisione di non tornare
bruscamente alla Legge Fornero, ma di attenuarlo con il sistema “quota 103”
(sarà possibile andare in pensione a 62 anni con tre anni in più di
contributi). In sensibile riduzione la politica dei sussidi: così, ad esempio, il
“super bonus”, che ha causato non pochi abusi, scende dal 110% al 90%. Più in
generale, ci sarà molto meno spazio per aumentare dipendenti e strutture
pubbliche. Quanto al reddito di cittadinanza, come si diceva, nessuna
abolizione, ma riduzione della copertura da 12 a 8 mesi per gli occupabili fino
al 2024, quando, per questo settore di disoccupati, scatterà l’abolizione. L’augurio,
però, è che la prudenza e la saggezza mostrata dal governo a questo riguardo
lascino aperta la porta a rivalutare, in questi due anni, la necessità di
questa abolizione. La distinzione fra “occupabili” e “non occupabili”, infatti,
lascia perplessi in presenza di lavori con stipendi da fame. In conclusione,
sostegno prioritario al lavoro e alle famiglie per provare a difendere il Paese
dall’inflazione e dalla recessione per quanto possibile coi pochi fondi a
disposizione, e riduzione dei sussidi che farebbero esplodere in modo incontrollato
il debito pubblico. Un percorso già avviato dal precedente governo di Mario
Draghi (e che gli costò la frantumazione dell’alleanza politica che lo
sosteneva), nell’ambito del quale il governo Meloni si è saggiamente inserito
non rinunciando ad anticipare la sua visione politica. Interessante, a questo
proposito, il “gioco delle parti” che si è creato: Fdi, all’opposizione di
Draghi, ne segue la scia; Pd e Azione di Carlo Calenda (il rapporto fra quest’ultimo
e Matteo Renzi è già in crisi), che hanno sostenuto Draghi, opponendosi alla manovra
di fatto lo tradiscono (il Pd lo tradisce una seconda volta, dopo che in
campagna elettorale, per una pura rivalità personale tra Enrico Letta e Renzi, aveva
deciso di correre con Sinistra Italiana che aveva sempre avversato il governo
di unità nazionale). L’unica forza politica coerente resta il M5S, che ha tolto
il suo appoggio a Draghi e contesta una legge di bilancio più draghiana che
meloniana. Per ciò che concerne la maggioranza, l’asse tra Meloni e Giancarlo
Giorgetti (ministro draghiano confermato dalla Presidente del Consiglio)
risulta vincente e molto più convincente di quello fra Meloni, Piantedosi e
Crosetto (ministri dell’Interno e della Difesa), rivelatosi disastroso nella
gestione del caso Ocean Vikings (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/11/chidi-sovranismo-ferisce-di-sovranismo.html).
L’auspicio è che Meloni continui a riequilibrarsi più verso posizioni moderate
che estremistiche.
Nessun commento:
Posta un commento