DUE PAESI CHE EMERGONO DALLA GUERRA
Se ci sono due Paesi che
molto spregiudicatamente si stanno servendo molto bene della tragica guerra
russo-ucraina, quelli sono senza dubbio Turchia ed Egitto. Avevamo già
analizzato la situazione della Turchia all’inizio del conflitto (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/07/guerrarusso-ucraina-il-punto_28.html):
il presidente Recep Tayyip Erdogan, che l’anno prossimo dovrà affrontare le elezioni,
non se la passava bene: inflazione sopra al 70%, svalutazione della lira,
disoccupazione. La guerra russo-ucraina
si è rivelata, per lui, un “colpo di fortuna” che finora ha saputo ben
sfruttare. Proviamo a elencarne i successi: grazie alla sua mediazione, il
grano ha ricominciato a circolare dopo il blocco dei porti ucraini decisi dalla
Russia; ha “ricattato” Mario Draghi promettendogli di appoggiare le sue
richieste energetiche in cambio di una stretta sui migranti per impedire loro
di raggiungere l’Italia; ha concluso un accordo con il governo libico di
Tripoli per lo sfruttamento energetico di
acque del Mediterraneo che fanno parte della Zona Economica Esclusiva di Grecia
ed Egitto. Non basta. Nella sua posizione può agire relativamente indisturbato nei
territori di confine fra Siria e Turchia da lui occupati estendendone il
controllo per eliminare la minaccia curda dell’YPG (le forze curde in guerra
contro il dittatore siriano Bashar el Assad), considerato un “prolungamento” dell’odiato
PKK; mercanteggiare il suo veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato
con la consegna di presunti terroristi curdi; mercanteggiare il suo schieramento
nella Nato con gli Stati Uniti con la collaborazione americana alla lotta
contro il citato YPG e l’estradizione in Turchia di Fetullah Gülen minacciando Washington
di aderire all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) dopo aver
partecipato al vertice di Samarcanda dell’organizzazione che è espressione
politico-militare di Russia e Cina (sarebbe il primo Paese Nato che vi entrerebbe).
Infine, può ancora essere il regista di futuri negoziati di pace. Insomma,
grazie alla guerra russo-ucraina, Erdogan ha praticamente restituito alla
Turchia il ruolo di grande potenza. L’altro Paese che ha saputo sfruttare il
tragico conflitto è l’Egitto. Uscito malconcio dalla crisi pandemica e dall’isolamento
internazionale in ambito mediorientale, il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha
anche lui messo a segno dei successi non indifferenti: ha riallacciato i
rapporti col Qatar, protettore della Fratellanza Musulmana e del presidente spodestato
Mohammed Morsi, coronato in primavera da un investimento in Egitto di 4
miliardi di euro; ha rilanciato i rapporti con Emirati ed Arabia Saudita
facendosi protagonista della nascita di una “cabina di regia” diplomatica con
loro e con altri Stati della Lega Araba per mediare fra Mosca e Kiev
controbilanciando abilmente la sua continua collaborazione con Mosca (l’interscambio
nel primo semestre del 2022 è aumentato del 40%, e ai russi è stata affidata la
realizzazione della centrale nucleare di al-Dabaa); al tempo stesso ha saputo
riconquistare l’attenzione degli Stati Uniti rilasciando 500 prigionieri
politici (ma ne rimangono in carcere ancora 65.000 circa) e ottenendo aiuti
militari pari a 170 milioni di dollari nonostante l’impegno bellico di
Washington a sostegno di Kiev; ha sfruttato le sue riserve mondiali di gas per
stringere rapporti con Germania e Serbia. Questi successi hanno rilanciato le
quotazioni internazionali del Cairo, che ha contribuito a far accettare alle
milizie della Jihad islamica di Gaza il “cessate il fuoco” con Israele in
occasione dell’operazione militare israeliana di agosto, e prepara, ora, il
terreno per provare a riaprire il negoziato israelo-palestinese sensibilizzando
in tal senso Abu Mazen, che al-Sisi ha incontrato il 7 settembre. La stessa
cosa sta tentando in Libia: proprio il rapporto riguadagnato col Qatar, protettore
del governo di Tripoli, può offrire un “ponte” ideale per tentare una
conciliazione fra i due governi rivali in Libia (l’Egitto ha sempre appoggiato
quello di Tobruk). Turchia ed Egitto: due potenze emergenti in gran parte “grazie”
alla guerra russo-ucraina. Fra i due, però, è ancora la guerra russo-ucraina a
marcarne una differenza: la maggiore fragilità della Turchia. Se la guerra dovesse
proseguire, Erdogan non potrà presentarsi alle elezioni come un politico da “Nobel
per la pace”, si troverebbe anche lui investito dalla crisi energetica, il
turismo non riprenderebbe, la crisi economica perdurerebbe. Al-Sisi, invece,
non deve temere nessuna elezione: è un dittatore sic et simpliciter.
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