TORNA IL CAOS NEI BALCANI?
Per la seconda volta, domenica 9 ottobre, a Banja Luka duemila persone si sono riversate nel
centro città per protestare contro i presunti brogli elettorali nella
Repubblica Serba in Bosnia-Erzegovina. Già giovedì 6 ottobre si era avuta una
prima manifestazione, sempre a Banja Luka, che è sfilata davanti alla sede del
governo della Repubblica Serba. Non basta. Tornano a sentirsi voci di secessione
tra croati e bosgnacchi, mentre la comunità internazionale, con incredibile
ingenuità, getta benzina sul fuoco della distruzione dello Stato creato con gli
accordi di pace di Dayton del 1995 che misero fine alle guerre civili nella ex
Jugoslavia. Ma andiamo con ordine. Domenica 2 ottobre in Bosnia-Erzegovina si
sono svolte le elezioni per la presidenza tripartita dello Stato (un seggio
bosgnacco, uno croato e uno serbo), per i parlamenti centrali e delle due entità
che compongono il Paese (Federazione di Bosnia-Erzegovina e Repubblica Serbia)
e, rispettivamente, dei deputati che compongono i 10 cantoni della Federazione di
Bosnia-Erzegovina e del futuro presidente della Repubblica Serba. Le elezioni
sono state un disastro. Intanto, quelle della presidenza tripartita hanno
riconfermato i problemi e le rivalità presenti nella vecchia presidenza: sono
stati eletti Denis Becirovic (bosgnacco), Zeliko Komšić (croato) e Zeljka Cvijanovic
(serbo). Benché solo l’ultima sia estremista (appartiene al partito
nazionalista serbo, lo stesso di Milorad Dodik, suo predecessore), la
rielezione di Komšić riproporrà la discriminazione dei croati a vantaggio dei
bosgnacchi, essendo Komšić non croato e simpatizzante dei bosgnacchi, della
quale avevamo parlato (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unapolveriera-pronta-esplodere-la.html).
Si torna a parlare di secessione tra croati e bosgnacchi. Non basta. Ci si è
messa pure la comunità internazionale a incendiare ulteriormente le polveri. Con
un intervento a gamba tesa, l’Alto Rappresentante (figura istituita dagli
accordi di Dayton a garanzia del corretto funzionamento della democrazia
balcanica) Christian Schmidt, proprio mentre era in corso il conto dei voti, ha
cambiato la legge elettorale imponendo modifiche costituzionali all’entità
della Federazione di Bosnia-Erzegovina. In particolare, ha aumentato i deputati
delle tre entità nazionali alla Camera dei Popoli da 17 a 23 ciascuno. Poiché l’elezione
avviene su base cantonale, essendo i bosgnacchi concentrati prevalentemente in
cinque cantoni su dieci, aumenterebbe ulteriormente la loro rappresentanza a
scapito dei croati, la cui rilevanza rischia realmente di essere totalmente cancellata.
L’Unione Europea, tramite la sua delegazione, ha preso le distanze dall’incredibile
iniziativa di Schmidt: un gesto dovuto, ma inutile. I croati sono con le spalle
al muro, e se scoppieranno nuovamente le violenze tra le due etnie, anche le
mani di Schmidt saranno sporche di sangue. La situazione è, però, drammatica
anche a causa delle controverse elezioni nella Repubblica Serba: per la
presidenza si fronteggiavano Dodik e Jelena Trivic, entrambi nazionalisti, ma il
primo più estremista, la seconda più moderata. Dodik è decisamente filorusso, e
non nasconde nemmeno lui il proposito di smantellare la Bosnia-Erzegovina come
avevamo scritto nel nostro citato intervento del 1° agosto, è decisamente
filorusso, ha appoggiato l’invasione russa dell’Ucraina e riconosciuto i
referendum nelle province ucraine occupate da Mosca, e si aspetta da Vladimir
Putin un appoggio per staccare la Repubblica Serba dalla Bosnia-Erzegovina e
annetterla alla Serbia, realizzando il sono della Grande Serbia dei nazionalisti
serbi più estremisti, con conseguenze probabilmente tragiche per il Kosovo. Entrambi
i candidati, nella notte del 2-3 ottobre, si sono dichiarati vincitori, ma nei
giorni successivi le opposizioni hanno portato testimonianze e prove di brogli
elettorali. Da qui le proteste del 6 e del 9 ottobre, e la decisione della
Commissione elettorale di procedere al riconteggio dei voti in circa mille
seggi elettorali in tutta la Bosnia-Erzegovina: ben 420.000 schede elettorali
non sarebbero valide. Dodik, intanto, ha presentato denuncia penale contro la Commissione per la decisione del riconteggio. Vedremo come finirà quest’ennesimo pasticcio balcanico,
ma tutto sembra avviato a riconfermare la situazione preelettorale: i Balcani rimangono
una polveriera pronta a esplodere.
R.M.
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