GUERRA E PACE ENERGETICA
Nell’ultima settimana si
sono raggiunti due accordi energetici di estrema importanza nel Mediterraneo: uno fra Turchia e
Libia (3 ottobre), e l’altro fra Israele e Libano (11 ottobre). Il primo alza
la tensione internazionale. Il secondo contribuisce a una pur
timida pacificazione nell’area mediorientale. Iniziamo dal primo. Turchia e
Libia (governo di Tripoli) avevano già sottoscritto nel novembre 2019 un
memorandum coi quali i due Paesi rivendicavano il diritto allo sfruttamento
energetico di una fascia di Mediterraneo che va dalle coste sud-orientali della
Turchia a quelle nord-orientali della Libia. Il memorandum è stato considerato
illegale dal governo libico di Tobruk (la Libia, ricordiamocelo, è ancora oggi
in preda a una guerra civile fra questi due governi che non si riconoscono), da
Grecia, Cipro ed Egitto. Nel 2020 Grecia ed Egitto risposero a quella che
ritenevano, non a torto, un’illegittima ingerenza in parte delle loro acque
territoriali, con la proclamazione di una loro Zona Economica Esclusiva (Zee)
che non teneva conto di quella turco-libica, sovrapponendosi in alcune parti. Ebbene,
il 3 ottobre scorso la Turchia e il governo libico di Tripoli hanno firmato un
nuovo memorandum d’intesa in quelle stesse acque che Grecia ed Egitto
rivendicano dal 2020 come loro Zee. Il recente accordo energetico alza
notevolmente la tensione nel Mediterraneo, che potrebbe sfociare in pericolosi
incidenti con l’annunciato avvio da parte di turchi e libici delle prime
trivellazioni. Va ricordato che l’Unione Europea appoggia la Grecia, e che l’Italia
non ha finora avanzato alcuna pretesa nella Zee turco-libica (ma sarebbe
opportuno che un autorevole Ministro degli Esteri impegnasse il nostro Paese, a
oggi in grave ritardo, ad accordarsi per la delimitazione di Zee con altri
Paesi del Mediterraneo per non rimanere tagliati fuori dalla “corsa energetica”
più che mai vitale a causa del conflitto russo-ucraino). Ieri, invece, si è
arrivati a un altro accordo energetico: quello fra Israele e Libano per lo
sfruttamento di due giacimenti di gas naturale sempre nel Mediterraneo, Karish e Qana,
che si trova nella Zee rivendicata da Beirut, ma non riconosciuta da Israele. Hezbollah
aveva minacciato un’operazione militare contro il giacimento di Karish se
Israele avesse iniziato l’estrazione di gas prima che il Libano potesse fare lo
stesso col giacimento di Qana, mentre gli israeliani chiedevano un risarcimento
per la concessione dell’esclusiva sul giacimento di Qana. La mediazione
francese è stata decisiva: la TotalEnergies, che si incaricherà delle
operazioni su Qana per conto dei libanesi, verserà al posto di Beirut l’indennità
richiesta dal governo israeliano. L’intesa sarà ufficialmente siglata il 20
ottobre e rappresenterà un netto successo politico per l’attuale governo
israeliano uscente, guidato da Yair Lapid, e l’attuale presidente libanese, anch’egli
uscente, Michel Aoun. Per Lapid, la sigla dell’intesa a pochi giorni dalle
elezioni rappresenterà un punto a suo favore (non a caso, il suo avversario
Benjamin Netanyahu si è opposto all’accordo giudicandolo un cedimento a
Hezbollah), che si somma alle sue dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’Onu
di ripresa dei negoziati con i palestinesi per la creazione di uno Stato
palestinese (con le criticità che, comunque, avevamo delineato: cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/siriapre-il-negoziato-israelo.html).
Per il Libano, in pieno default di fatto, praticamente ridotto alla fame, rappresenta
una vitale boccata di ossigeno. A un
accordo energetico che puzza di conflitto, quello turco-libico, se ne aggiunge
un altro, quello israelo-libanese, che profuma di pace, e apre uno spiraglio concreto
di negoziati nel Medio Oriente, un profumo che era da tempo che non si sentiva.
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