“ARROCCO” IN UCRAINA

La guerra russo-ucraina si trova in una situazione di “arrocco”, cioè di non mutamento sostanziale della situazione con la controffensiva ucraina che prosegue, nonostante due fatti che costituiscono ulteriore svolte: il discorso del 21 settembre di Vladimir Putin, nel quale annunciava le annessioni di Donbass, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, indicava come vero nemico della Russia l’imperialismo occidentale e si dichiarava disposto a negoziati di pace on Kiev, e la decisione di Volodomyr Zelensky di far approvare una legge che vieta qualsiasi trattativa con Putin. Né l’uno, né l’altro, a oggi, aprono prospettive quantomeno di negoziati. Putin perché si rifiuta di accompagnare il suo annuncio con qualche proposta concreta, a partire da ciò a cui sarebbe disposto a rinunciare. Zelensky perché, con la sua legge, chiude pregiudizialmente ogni possibilità di trattativa col premier russo. I belligeranti sono, perciò, chiusi su posizioni oltranziste. Questo sembra confermare ulteriormente quanto sostenevamo a partire dalla riunione Nato di Ramstein, e cioè che le vere prospettive di negoziato e di pace sono in mano ad altri: Stati Uniti, determinanti a fornire armi agli ucraini, e Cina, altrettanto determinante a garantire un mercato all’energia russa. Ma nemmeno queste due superpotenze sembrano pronte o ritengono giunto il momento per fare questo passo. La Cina continua a offrire il suo mercato al gas russo, e gli Stati Uniti a fornire missili a Kiev. Quanto al grave pericolo di escalation nucleare, parzialmente rassicuranti sono le risposte negative date dal Cremlino al leader ceceno Ramzan Kadirov che invocava l’uso delle armi nucleari da parte di Mosca, e le parole del direttore della Cia, Bill Burns, che ha intimato a Joe Biden di non mettere all’angolo Putin per non indurlo a decisioni “pericolose”. Anche il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg ha rassicurato che non è nell’interesse dell’alleanza alzare il livello della tensione. Tutto lascia prevedere che il conflitto continuerà nella forma e nella sostanza che lo hanno caratterizzato fino a questo momento. Probabilmente, ci potrebbero essere novità a seguito di due eventi che impegnano i leader delle due superpotenze che possono obbligare i loro “protetti” a sedersi a un negoziato: la riconferma di Xi Jimping alla Presidenza della Repubblica Cinese e, per quanto riguarda Joe Biden, il risultato delle elezioni di mid-term a novembre negli Stati Uniti. Sembra proprio che entrambi guardino soprattutto ai loro problemi interni. Una volta risolti, potrebbero essere più “liberi” di imprimere una svolta decisa e, speriamo, positiva al conflitto. Fino a quel momento, purtroppo, a meno di miracoli, non ci resterà che continuare a contare i morti.

 R.M.

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