LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO?
Da tutti invocato giustamente
come necessario primo passo verso una politica energetica comune, il price cap
(tetto massimo al prezzo del gas) europeo è stato finalmente approvato grazie
all’astensione di Germania e Olanda che hanno visto inserite nel meccanismo le
condizionalità che avevano preteso. Proprio queste condizionalità, però, fanno
sorgere il dubbio sulla fondatezza delle soddisfazioni che sono state espresse
per il traguardo raggiunto. Vediamole. La prima prevede che il price cap
entrerà in funzione a partire da metà febbraio per 20 giorni se il prezzo del
gas supererà la cifra di 180 euro per MW/h per tre giorni consecutivi. Sorge
subito una perplessità: perché aspettare tre giorni? I Paesi fornitori
potrebbero, infatti, decidere di venderci il gas facendo alzare
artificiosamente il prezzo a cifre stellari e farci sputare sangue, per poi
farlo scendere altrettanto artificiosamente sotto i 180 euro al terzo giorno. E
poi, magari, ricominciare alcuni giorni dopo con lo stesso perverso meccanismo
al quale l’Ue sembra aver fornito involontariamente un assist. La seconda
condizione prevede che, in ogni caso, il prezzo del gas debba essere superiore
di 35 euro rispetto al gas naturale liquefatto. Quindi, se, per esempio, il
prezzo del Gnl sarà di 175 euro, il price cap scatterà non a 180 euro, ma a 210
euro. Terza condizione: il price cap sarà applicato solamente a un terzo delle
transazioni, quelle regolamentate; sono escluse le transazioni che avvengono al
di fuori dei circuiti borsistici ufficiali (che sono la maggioranza). Una condizione, questa, che preserva gli
interessi dell’Olanda legati al mercato del gas di Amsterdam, ma che riduce di
parecchio l’estensione del price cap. Oltretutto, il price cap potrebbe essere
facilmente aggirato in sede di accordi fra fornitore e acquirente. Altra
condizione che viene incontro agli interessi olandesi è quella che prevede la
disattivazione del meccanismo qualora i volumi del mercato olandese calassero
significativamente rispetto a quello dell’anno precedente (non sono previsti
parametri ben definiti). Verrà, inoltre, disattivato se il prezzo del gas
scenderà sotto la soglia del price cap per tre giorni consecutivi, se la
domanda di gas aumenterà del 15% in un mese o del 10% in due mesi, se la
domanda di gas supererà l’offerta (e questo sembra ragionevole) e se la
Commissione europea riscontrerà rischi di approvvigionamento. Quest’ultima
condizionalità va presa seriamente, perché non possiamo escludere che i Paesi
fornitori decidano di non venderci più il gas se non accettassero il tetto di
180 euro: c’è da augurarsi che non accada, altrimenti, se si mettessero d’accordo
tutte le volte per alzare il muro contro il prezzo calmierato e non venderci
più gas, il price cap non entrerebbe mai in funzione perché la Commissione
europea non permetterebbe questo taglio di fornitura. Ma questo non è il solo
caso che impedirebbe al price cap di entrare in funzione. Ve n’è un altro:
entro il 15 febbraio l’Agenzia dei regolatori europei e l’Autorità europea
degli strumenti finanziari e dei mercati dovranno elaborare un’analisi costi-benefici
preventiva all’entrata in vigore del price cap; qualora i costi superassero i
benefici, il price cap verrà bloccato prima ancora che entri in vigore. Proprio
questa sembra la domanda che sorge dopo aver osservato la farraginosità di
vincoli e condizionalità inseriti nel provvedimento per strappare il “nulla osta”
di Germania e Olanda: ma il price cap partirà oppure no? E quand’anche dovesse
partire, funzionerà davvero? Sembra proprio che, più che un primo passo verso
una politica energetica comune, questo price cap, ben diverso da quello per il
quale si batteva Mario Draghi, non sia un’ulteriore dimostrazione della
dis(U)nione Europea, e un’altra vittoria degli egoismi nazionali, tedeschi e
olandesi in primis. Se così fosse, di questo price cap forse, ne avremmo fatto
volentieri a meno.
R.M.
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