VORREI, MA NON POSSO
«Vorrei, ma non posso»:
forse questa è la frase che sintetizza meglio l’azione del neonato governo
Meloni alla luce degli ultimi accadimenti e, specialmente, dell’approvazione
della Legge di Bilancio. La maggioranza che gli italiani hanno votato si è
sempre caratterizzata per una forte e problematica impronta antieuropeista (Fratelli d’Italia
e Lega) e filoamericana (Fratelli d’Italia). Questa impronta è emersa, in
particolare, in due atti del nostro governo: il primo fu, il mese scorso, la
decisione unilaterale di respingere la nave Ong Ocean Vikings col suo carico di
migranti, del quale abbiamo già parlato (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/11/chidi-sovranismo-ferisce-di-sovranismo.html);
il secondo, più recente (8 dicembre), è stato l’accordo raggiunto con
Inghilterra e Giappone per la produzione di un nuovo aereo da caccia
supersonico tecnologicamente molto avanzato, il “Tempest”. Entrambe le scelte
sono antieuropeiste e, più strettamente parlando, antifrancesi. La prima perché
il governo ha impostato la questione dei migranti nell’ottica, se non di uno
scontro, quantomeno di una prova di forza. La seconda perché colloca il nostro
impegno in politica estera e di difesa fuori dall’Unione Europea, a fianco di
due Paesi, Inghilterra e Giappone, che operano unicamente nel quadro della
Nato, cioè a servizio degli interessi americani. Anziché collaborare in sede di
Unione Europea per renderla (e renderci) più indipendenti da qualsiasi
superpotenza investendo lì il nostro patrimonio finanziario e tecnologico, il
governo, coerentemente con la propria ideologia filoatlantista, accentua la sua
sudditanza agli Stati Uniti, che tutto stanno facendo, meno che i nostri
interessi e quelli europei. Ma ancora una volta con la sua decisione il nostro
governo ha irritato la Francia, non solo perché l’accordo sostituisce un progetto
a tutti gli effetti europeista (l’intercettore Eurofighter Typhoon, al quale
lavoravamo con Germania, Inghilterra e, appunto, la Francia), ma almeno per
altri due motivi: manda in crisi il progetto di difesa comune europeo di
Emmanuel Macron (già reso precario a ottobre dalla Germania col suo accordo per
uno scudo missilistico europeo con i Paesi dell’Europa centrale ed orientale, ma
escludendo la Francia), e isola la Francia, al punto che Macron è corso a
Washington per cercare una partnership bilaterale in materia di politiche
militari spaziali con gli Stati Uniti, ma da una posizione di imbarazzante
debolezza. Quali risultati ha raccolto il nostro governo? La doppia ostilità di
Bruxelles e di Parigi. Quella di Parigi è più grave, perché, piaccia o no, i
nostri interessi sono inscindibilmente legati all’Unione Europea. Ma per
sensibilizzarla ai nostri più gravi problemi (crisi economica ed energetica,
inflazione, debito pubblico) abbiamo bisogno dell’aiuto di alleati autorevoli
che abbiano interessi simili ai nostri. Il più autorevole e influente fra
questi è proprio la Francia, con la quale possiamo giocare di sponda per
negoziare, ad esempio, un patto di stabilità e una gestione dei fondi del Pnrr più
flessibili. Ma ce la siamo resa nemica. A Bruxelles siamo rimasti da soli, e il
conto di questi primi atti di politica estera che hanno compromesso la nostra
credibilità di Paese membro che vuole rimanere nell'Unione Europea ma fa accordi coi suoi nemici ce l’hanno presentato proprio la Bce e la Commissione
europea, dominati dai falchi rigoristi (Germania e Paesi del nord) con la
compiacenza, purtroppo (ma per colpa nostra) di Parigi. La prima alzando ulteriormente
di 0,50 punti i tassi d’interesse e annunciando la vendita dei bond acquistati
durante la pandemia 48 ore dopo la decisione del nostro governo di non ratificare
il Mes. La seconda imponendo una retromarcia su pos e pensioni per ottenere la
sua approvazione a una Legge di Bilancio che, per ammissione della Commissione
stessa, era già sostanzialmente prudente e in linea col precedente governo
(cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/11/unabuona-finanziaria-e-un-curioso-gioco.html).
In pratica, è bastata la minaccia di un
no e di un’esplosione dello spread per richiamarci a una linea politica
coerente e credibile, e il governo, debole per la crisi che sta attraversando e che si è completamente isolato coi suoi atti di politica estera, ha ceduto su tutta la linea. Non solo. E’ prevedibile
che, più avanti, cederà anche sulla ratifica del Mes, indispensabile per
ottenere un nuovo scudo antispread nel caso più che probabile che la crisi perduri
o si aggravi: probabilmente accadrà dopo le elezioni in Lombardia, che Fdi e
Lega non vogliono perdere per non correre il rischio di subire le “vendette” di
Forza Italia, unico partito europeista al governo, che potrebbero causare
rotture nella maggioranza. L’imbarazzante passività con la quale il governo ha
accettato le imposizioni della Commissione europea ha mostrato quanto
velleitarie e autolesionistiche siano state le ideologiche promesse di
smarcamento da Bruxelles («la pacchia a Burxelles è finita» aveva dichiarato
Giorgia Meloni appena dopo la vittoria alle elezioni) inimicandoci tutti, e
quanto la realtà sia più forte di qualsiasi posizioni ideologica. E la realtà
ci dice che i nostri interessi e il nostro destino ce li dobbiamo giocare là, a Bruxelles, in un’Unione
Europea che è anche nostra, e assieme a Parigi, e non a Washington, a Tokyo o a
Londra, che sono troppo lontani e diversi da noi. Anche se volessimo, non
possiamo. Il nostro governo l’avrà capito?
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