I REFERENDUM, LE ANNESSIONI E LE PROSPETTIVE DI PACE

I referendum per l’annessione alla Russia di Donbass, Donetsk, Kherson e della provincia di Zaporizhzhia mi ricordano l’analogo precedente dei referendum “farsa” pilotati dal governo e dall’esercito piemontese nei territori da loro conquistati nel processo risorgimentale di unificazione nazionale (gente obbligata a votare per l’annessione al Piemonte e risultati truccati). In quei territori si instaurò un regime altrettanto e forse anche più repressivo e poliziesco dei regimi appena abbattuti. Del resto, i piemontesi (come i russi) sapevano bene che la stragrande maggioranza degli italiani (come gli ucraini) non era per nulla contenta di “piemontesizzarsi”. Questa palpabile insofferenza provocava negli animi dei conquistatori la cosiddetta “sindrome dell’accerchiamento”: temevano, cioè, che i vecchi regimi potessero da un momento all’altro prendersi la rivincita e sobillare la popolazione alla rivolta. I referendum “farsa” piemontesi furono all’origine della complessa frattura fra “Paese legale” e “Paese reale” che non portò affatto quella libertà che ci si aspettava dalla monarchia sabauda. Per anni si parlò di Risorgimento “incompiuto”. Che cosa porteranno i referendum “farsa” organizzati dal governo e dall’esercito russo nei territori ucraini da loro occupati? La pace o l’escalation bellica? Vladimir Putin, nel suo discorso del 21 settembre, pur non avendo tutti i torti nell’addebitare alla Nato un graduale accerchiamento militare della Russia, ha aggravato la sua politica sproporzionata iniziata con quella che, di fatto, è una guerra (e non un’operazione militare) aggressiva verso un Paese libero e sovrano, alzando i toni bellicisti con l’annuncio della mobilitazione parziale dei riservisti (preceduta da un aggravamento della pena per i renitenti decisa il giorno prima dalla Duma) e dichiarando che un’aggressione ai territori annessi sarebbe stata considerata come un’aggressione alla Russia, non nascondendo la possibilità di usare l’arma atomica. Una posizione esageratamente dura, che non è piaciuta alla Cina: al vertice di Samarcanda della Shanghai Cooperation Organization, la Cina aveva chiesto a Putin di dare una svolta decisa per chiudere la questione ucraina. Pechino, infatti, ha tutto da perdere da un prolungamento del conflitto: la crisi economica che potrebbe innescarsi in Europa con l’aumento dei prezzi energetici metterebbe a rischio gli affari dei cinesi. Putin ha obbedito… a modo suo: la svolta decisa l’ha data, ma attraverso altri atti di forza che rischiano di esacerbare il conflitto, e che Pechino non ha accettato. Abbiamo più volte detto che dalla riunione Nato di Ramstein (26 aprile scorso) a decidere le sorti della guerra sono, ormai, americani (che tengono in pugno Volodomyr Zelensky fornendogli le armi) e cinesi (che tengono in pugno Putin comprando a metà prezzo ingenti quantità di energia). Gli americani si sono già esposti: non intendono farsi intimidire dalle minacce russe. I cinesi, invece, potrebbero avere interesse a spingere Putin verso la cessazione delle ostilità e i negoziati di pace. Il suo discorso di oggi, nel quale ha annunciato le annessioni, sembra far intendere il raggiungimento di quel risultato concreto da esibire in patria per dichiarare il raggiungimento dei suoi obiettivi e chiudere le ostilità. Ma per aprire i negoziati, tutte le parti belligeranti devono essere disposte a rinunciare a qualcosa. Premesso che la situazione ideale, la neutralità internazionalmente garantita all’Ucraina in cambio della rinuncia di Kiev ad aderire alla Nato, sembra, ormai, superata per colpa dell’invasione decisa da Putin, si potrebbe ipotizzare che quest’ultimo possa rinunciare a Kherson e Zaporizhzhia, che non aveva mai rivendicato, mantenendo gli altri territori annessi, che rappresenterebbero l’obiettivo minimo della sua guerra. Ma sarà disposto a farlo dopo gli sforzi messi in atto per ottenerne l’annessione? E gli ucraini (e gli americani), ora che sentono di avere l’inerzia della guerra dalla loro parte in virtù dei continui successi sul campo, saranno disposti ad accettare una mutilazione del loro territorio? O non proveranno piuttosto a riconquistarli tutti, Crimea compresa (come le ultime dichiarazioni di Zelensky lascerebbero ad intendere)? Una cosa è certa: davanti al rischio di una escalation nucleare, se gli occidentali rifiuteranno pregiudizialmente di sedersi a un negoziato proposto da Putin, il torto, stavolta, passerebbe dalla loro parte.

 R.M.

 LUTERO “ANTICIPATORE” DI PAPA FRANCESCO?

500 anni fa venne pubblicata la prima edizione del Nuovo Testamento tradotto in tedesco da Martin Lutero. Il successo fu strepitoso. L’occasione mi ha portato alla memoria le motivazioni che spinsero Lutero alla sua opera di traduzione: «Non si deve chiedere alle lettere della lingua latina come si ha da parlare in tedesco […], ma si deve domandarlo alla madre in casa, ai ragazzi nella strada, al popolano al mercato, e si deve guardare la loro bocca per sapere come parlano e quindi tradurre in modo conforme. Allora comprendono», scrisse nella sua Epistola sull’arte del tradurre (1530). Parole non molto diverse da quelle di Francesco quando dice che la fede si deve trasmettere “in dialetto”, nella lingua dei nonni, per essere più facilmente compresa e testimoniata. Proprio perché è anzitutto testimoniata, il pontefice ha più volte evidenziato come il “dialetto” della fede sia anzitutto una forma di affetto, di cura, di amore non solo verso ciò che si trasmette, ma anche verso il destinatario della “buona novella”. Ecco cosa scrisse Lutero nella sua Epistola: «Tradurre non è un’arte fatta per tutti, […] bisogna avere un cuore veramente pio, zelante, timoroso, cristiano». Anche queste sono parole non diverse da Papa Francesco. Non basta. Uno dei punti programmatici del suo pontificato, ben delineato nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), è l’evangelizzazione, cioè andare incontro alla gente attraverso una «conversione pastorale e missionaria» che «coinvolga», «accompagni», «fruttifichi» in modo da «riscaldare il cuore dei fedeli», mostrando «vicinanza» e «prossimità». Qual era lo scopo di Lutero nella sua traduzione in tedesco del Nuovo Testamento? Lo stesso. Il successo strepitoso dell’opera ebbe una grande efficacia pastorale perché ognuno poteva accedere direttamente alla Parola di Dio, trovando conforto e aiuto. Il Nuovo Testamento divenne così un testo letterario, come più tardi l’Antico Testamento, che il monaco tedesco tradusse nel 1534. E’ da sottolineare come l’iniziativa di Lutero fosse davvero disinteressata e pastorale: non ricevette alcun compenso per la sua opera, e non ricevette nemmeno le poche copie che aveva richiesto per sé. Papa Francesco ha inaugurato una serie di udienze generali sul discernimento, attraverso la via prioritaria della preghiera e del rapporto personale con Dio. Un’altra intenzione che lo accomuna a Lutero: proprio per facilitare un rapporto personale fra il credente e Dio il monaco ha voluto rendere direttamente fruibile il Nuovo Testamento. Va detto che lo stesso Lutero, nella sua difesa davanti alla Dieta imperiale di Worms (era stato appena scomunicato), ha esplicitamente detto: «La mia coscienza è prigioniera della parola di Dio». Certo, Martin Lutero è scismatico; ha estremizzato il pensiero di Agostino sulla grazia ritenendo l’uomo intrinsecamente cattivo e non meritevole di essere salvato se non per grazia e fede in Dio (l’episodio del fulmine che per poco non lo uccideva ha forse aggravato questa sua posizione già estremamente radicale); ha peccato di ambizione ed egocentrismo (dichiarava di non fidarsi del papa e dei Concili perché sbagliavano, ma si dimenticava che nemmeno lui era l’incarnazione della perfezione); più che tradotto, a volte ha tradito il linguaggio del Nuovo testamento, in parte in buona fede, in parte per “piegarlo” alle sue convinzioni (non è vero che San Paolo ha scritto che la salvezza si ottiene solo con la fede e senza le opere, anche se la traduzione dal tedesco implica, quando si afferma un’opzione vera rispetto a una falsa, l’uso del sostantivo “solo” per rafforzare la validità della prima). Al netto, però, di questi difetti e di queste chiare “deviazioni”, viene da chiedersi: è proprio un azzardo sostenere che Martin Lutero, nel tradurre in tedesco il Nuovo Testamento con le motivazioni che ci ha dato, sia stato una sorta di “anticipatore” di Papa Francesco e, nel sottolineare il legame fra coscienza persona e Dio, della modernità?

R.M.

 LA FINE DI LETTA E LA VITTORIA DI MELONI

In parte lo avevamo previsto (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/ilconiglio-dal-cilindro-ilconiglio-dal.html): Enrico Letta ha fallito su tutta la linea la sua campagna elettorale. Avendo prevalso in lui il risentimento personale verso Matteo Renzi, ha preferito allearsi con partiti incompatibili col suo (Europa + e Sinistra Italiana), contraddicendo la sua tanto decantata difesa della cosiddetta “Agenda Draghi”, e provocando la dispersione del voto moderato che, non a torto, ha rifiutato di votare per lui. Non è nemmeno riuscito a “rimettere le cose a posto” con candidature “eccellenti” come quella di Carlo Cottarelli (sconfitto nell’uninominale nientemeno che dalla molto meno quotata Daniela Santanché), della quale avevamo parlato. Stravince, in virtù anche di una consistente percentuale di astenuti, Giorgia Meloni, che vede premiata la sua coerenza politica di opposizione al governo di Mario Draghi. Letta ha già dichiarato, molto onestamente e correttamente, che non si ripresenterà più candidato alla segreteria del Pd, il cui congresso verrà convocato a breve. L’Italia si trova così governata da una coalizione schiacciata a destra e, per di più, molto più variegata di quanto non sembri, come avevamo accennato in precedenza (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/07/comee-scattata-la-campagna-elettorale.html). Sempre in virtù dell’astensione, il M5S raggiunge una percentuale insperata fino a pochi giorni fa. Brutte sconfitte per Lega, che paga l’appoggio dato a Draghi, Forza Italia e del cosiddetto Terzo Polo. I numeri possono essere interpretati in vario modo. Noi ne proponiamo una doppia lettura: la sconfitta dei moderati (e del voto moderato), e il tradimento di Mario Draghi da parte dei principali partiti politici che lo avevano sostenuto. Due facce, per noi, della stessa medaglia, dal momento che l’unico punto di riferimento possibile per credibilità e autorevolezze per i moderati era proprio Mario Draghi. Non a caso, i trionfatori delle elezioni sono partiti estremi “antidraghiani”, uno dei quali è sempre stato all’opposizione del suo governo (Fdi), l’altro (M5S) che ne ha provocato la caduta. Un collasso, quello del voto moderato, molto connesso con la decisione dei partiti di ispirazione moderata di abbandonare Mario Draghi (a eccezione del Terzo Polo, lasciato solo a presidiare un’area di centro davvero poco appetibile). Forza Italia e Lega, dopo aver appoggiato l’iniziativa di M5S di far cadere il governo di unità nazionale, si sono alleati con l’oppositore di Draghi, Fdi, finendo per diventarne vassalli. Del Pd abbiamo già detto. Sembra proprio che, per Letta, Renzi sia una sorta di nemesi: quando ce l’ha davanti, è come se perdesse il senno. La storia non si fa né con i “se”, né con i “ma”. D’altra parte ci chiediamo: se la scelta di Letta fosse stata quella di allearsi col Terzo Polo non sarebbe stata abbondantemente premiata (con esiti che avrebbero potuto mettere in forte discussione la vittoria del centrodestra) da un consistente voto moderato che, probabilmente, ha alimentato un’astensione più numerosa rispetto al 2018? Di seguito, una nostra personalissima pagella sui protagonisti della campagna elettorale:

- GIORGIA MELONI, voto 8: non solo vede premiata la sua coerenza di oppositrice al governo Draghi, ma ha imbastito una campagna elettorale intelligente, cercando di accreditarsi a livello nazionale e internazionale malgrado le sue idee non moderate, evitando più di altri di promettere ciò che sapeva di non poter mantenere, con toni rassicuranti anche se decisi. In alcuni casi, però, ha fatto emergere imbarazzanti divisioni rispetto ai suoi alleati, e si è lanciata troppo unilateralmente nel proporre una non ben delineata riforma in senso presidenziale.

- GIUSEPPE CONTE, voto 8: è l’alter ego di Giorgia Meloni. Alla coerenza, ha aggiunto una notevole capacità perfino camaleontica di riportare il M5S a rivendicazioni da estrema sinistra mantenendo toni ed aplomb istituzionali. E’ molto più che un capopopolo: ha magnificamente sfoderato la sua esperienza di Presidente del Consiglio.

- MATTEO RENZI e CARLO CALENDA, voto 7: di più, non potevano fare. Il 7, anziché l’8, è la media dei due voti: 8 a Renzi, 6 a Calenda per la giravolta fatta col Pd, della quale, però, si è subito pentito (meglio pentirsi prima che dopo…).

- SILVIO BERLUSCONI, voto 6: il carisma resta (si è fatto rieleggere), ma subisce nettamente l’onda di Giorgia Meloni e la mette in imbarazzo con un’infelice uscita pubblica filoputiniana alla vigilia del voto.

- MATTEO SALVINI ed ENRICO LETTA, voto 4: Salvini paga la difficoltà a tenere un partito in preda a una lotta interna fra moderati (che hanno appoggiato Draghi) e intransigenti, dei quali fa parte. Appare troppo ondivago e poco coerente, e si fa venire un brutto mal di piede non essendo in grado di tenere il “piede in due scarpe”. Non è nemmeno innovativo: poteva rilanciare la bandiera federalista, ma si è arroccato su posizioni centraliste che hanno snaturato le origini della Lega. Di Letta abbiamo detto sopra. Condividono, pertanto, il voto e, probabilmente, il destino. Letta non sarà più segretario del Pd, ma anche la fine di Salvini sembra vicina.

- LUIGI DI MAIO, voto 2: non è stato nemmeno capace di dare un po’ di maquillage al suo cinismo politico che lo ha portato a trasmigrare da un partito all’altro: netta bocciatura da parte degli elettori e… da parte nostra.

R.M.
 LA “NEW ECONOMY” DI PAPA FRANCESCO:
AL CENTRO L’UOMO, CONTRO LIBERISMO E AMBIENTALISMO


Papa Francesco ha chiuso oggi due settimane cruciali per il suo pontificato. Due settimane fa, al Congresso interreligioso in Kazakistan, ha innescato un processo per garantire un ruolo di primo piano alle religioni in ambito internazionale. Ieri, ad Assisi, ne ha innescato un altro: lanciare ufficialmente una nuova economia sociale e cristiana guidata dai giovani. Oggi ha indirettamente chiuso entrambe queste iniziative con la sua omelia a Matera, in occasione della conclusione del 27° Congresso Eucaristico nazionale, nella quale ha ribadito che al centro di ogni azione deve esserci l’uomo. E ieri, ad Assisi, ha pronunciato, in questo senso, uno dei discorsi più impegnativi del suo pontificato. Francesco, che comprensibilmente non nutre molta fiducia nell’attuale classe dirigente internazionale, già dal 2019 aveva deciso di investire sui giovani per un rinnovamento dell’economia: «Ho atteso da oltre tre anni questo momento, da quando, il primo maggio 2019, vi scrissi la lettera che vi ha chiamati e poi vi ha portati qui ad Assisi», ha detto ai giovani convenuti. Seguendo il paradigma dell’enciclica Laudato Sì, ha ufficialmente lanciato la loro missione che, appunto, deve mettere al centro non semplicemente l’ambiente e l’ecologia, ma l’uomo: «La sostenibilità [..] è una parola a più dimensioni. Oltre a quella ambientale ci sono anche le dimensioni sociale, relazionale e spirituale». Quest’ultima deve essere la base di tutto: «L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, prima di essere un cercatore di beni è un cercatore di senso. Noi tutti siamo cercatori di senso. Ecco perché il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno. […] La tecnica può fare molto; ci insegna il “cosa” e il “come” fare: ma non ci dice il “perché”». Se non si parte dall’uomo comprendendolo come creatura e, pertanto, dotato di una sua intangibile dignità, qualsiasi progetto di sostenibilità economica a difesa dell’ambiente finisce per danneggiare l’uomo stesso, a partire dai poveri, i più fragili e vulnerabili: «Non tutte le soluzioni ambientali hanno gli stessi effetti sui poveri, e quindi vanno preferite quelle che riducono la miseria e le diseguaglianze […].  L’inquinamento che uccide non è solo quello dell’anidride carbonica, anche la diseguaglianza inquina mortalmente […]. Non possiamo permettere che le nuove calamità ambientali cancellino dall’opinione pubblica le antiche e sempre attuali calamità dell’ingiustizia». Ambientalismo ed ecologismo cadono in questo errore perché mettono al centro l’ambiente, e non l’uomo. Nella Laudato Sì il Papa aveva chiaramente stigmatizzato come non sia credibile l’ambientalista o l’ecologista che pretende di difendere l’ambiente sostenendo aborto, eutanasia, fecondazione assistita, respingimento di migranti ecc.. E’, paradossalmente, l’altra faccia del liberista capitalista, altra ideologia che non mette al centro l’uomo, ma il profitto, che Francesco ha attaccato ad Assisi: «Il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate […] ma così genera una carestia di felicità» i cui volti più visibili sono «l’inverno demografico», «la schiavitù della donna: una donna che non può essere madre perché appena incomincia a salire la pancia, la licenziano», e la rovina dell’ambiente, perché «ha depredato le risorse naturali e la terra» e corrotto l’economia sostituendola con la finanza, «una cosa acquosa, una cosa gassosa» estremamente pericolosa : «State attenti a questa gassosità delle finanze!». Insomma, «bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo», e subito, «non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale […]: la terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli». Mettere al centro l’uomo in tutti i progetti è l’unico modo per salvare uomo e ambiente, «diventare artigiani e costruttori della casa comune» assumendo come modello concreto «l’Economia di Francesco» d’Assisi: immedesimandosi nei poveri, i francescani hanno aiutato a far sorgere un’economia solidale «e persino le prime banche solidali (i Monti di Pietà)», creando ricchezza, ma senza disprezzare la povertà. E poi «dobbiamo accettare il principio etico universale […] che i danni vanno riparati». Insomma, ha ancora detto il Papa ai giovani, «la nostra generazione vi ha lasciato in eredità molte ricchezze, ma non abbiamo saputo custodire il pianeta e non stiamo custodendo la pace» perché si è dimenticato l’uomo. Da qui, l’appello finale ai giovani: «Occorre un cambiamento rapido e deciso. Questo lo dico sul serio: conto su di voi! Per favore, non lasciateci tranquilli, dateci l’esempio!» per dar vita a uno sviluppo umano integrale basato sulla triplice dimensione «sociale, relazionale e spirituale». Soprattutto spirituale, perché se non si mette al centro l’uomo, si distrugge l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Un altro investimento, questo sui giovani da parte di Papa Francesco, come quello fatto in Kazakistan con le altre religioni: due processi innescati perché nel tempo diano i loro frutti. Ancora una volta, per Papa Francesco «il tempo è superiore allo spazio».

 R.M.

 SI RIAPRE IL NEGOZIATO ISRAELO-PALESTINESE?

«Un accordo con i palestinesi, basato su due Stati per due popoli, è la cosa giusta per la sicurezza di Israele, per la sua economia e per il futuro dei nostri bambini». Così ha detto il premier israeliano Yair Lapid all’Assemblea Generale dell’Onu. Poiché è da tempo che non si sente un primo ministro israeliano esporsi così nettamente a favore di uno dei conflitti più complicati della storia contemporanea (e non solo), è lecito porsi una domanda: si riapre il negoziato israelo-palestinese? L’auspicio è che sia effettivamente così: il conflitto nella cosiddetta Terra Santa (per ebrei, cristiani e musulmani) coinvolge le principali potenze del Medio Oriente, e la sua soluzione può rappresentare una chiave di volta per la soluzione di altri conflitti, data l’importanza della regione per tutti. E’ dal 1993, con gli accordi di Oslo, che non ci si avvicina più. Le responsabilità sono equamente divise tra gli opposti doppiogiochismi: da una parte, quelli di Yasser Arafat, che pur di non perdere prestigio si è messo “a rimorchio” delle fazioni palestinesi estremiste e terroristiche, e di Mahmoud Abbas, che ha esclusivamente pensato ad arricchirsi alle spalle del suo popolo e di mantenere a tutti i costi il potere rifiutando sistematicamente di indire le elezioni politiche (dalle quali uscirebbe sicuramente sconfitto, anche molto più gravemente rispetto alle elezioni del 2006); dall’altra, quelle degli israeliani, che hanno “blindato” Gerusalemme rifiutando di condividerne il destino di capitale dei due futuri Stati, hanno continuato a costruire insediamenti nella parte orientale della Città Santa per le tre religioni monoteistiche e in buona parte della Cisgiordania e hanno ripetutamente invaso la Striscia di Gaza da quando Hamas, nel 2007, se ne è impossessato. Solo per questa ormai trentennale catena di violenze le parole pronunciate da Lapid suonano dolci alle orecchie di chi si augura una seria riapertura dei negoziati. Occorrerebbe, però, che fossero accompagnate da qualche gesto di buona volontà. Invece, ci risulta che gli insediamenti ebraici nel territorio palestinese continuino, che Israele non ha alcuna intenzione di condividere coi palestinesi il destino di Gerusalemme, e che il ciclo delle violenze non si è concluso con la sproporzionata, insensata ennesima invasione della Striscia di Gaza della scorsa estate (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unabomba-per-netanyahu-perche-israele.html e https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/accordoa-gaza-cosa-ha-e-non-ottenuto.html): non ci sarà, infatti, inchiesta penale per l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Aklek avvenuta lo scorso 11 maggio benché l’esercito israeliano abbia ammesso le sue responsabilità. E’ inevitabile, inoltre, il sospetto che questa apertura di Lapid sia una tattica per conquistare il voto degli arabi israeliani alle imminenti elezioni politiche. Le parole pronunciate da Lapid rappresentano certamente un evento importante e un’occasione da non perdere, ma ancora non bastano per essere sicuri di essere davanti a una svolta di questo ormai secolare conflitto.

R.M.

 LA SECONDA SVOLTA DELLA GUERRA IN UCRAINA

Siamo probabilmente arrivati alla seconda svolta nella guerra russo-ucraina, dopo quella del 26 aprile (la riunione Nato a Ramstein nella quale è prevalso l’indirizzo oltranzista antirusso degli Stati Uniti): la decisione di Vladimir Putin comunicata oggi 21 settembre di indire un referendum per l’annessione alla Russia di Donbass, Donetsk, a Kherson e nella provincia di Zaporizhzhia, a seguito della massiccia controffensiva ucraina di fine estate che ha umiliato l’esercito russo. Premesso che, come nel caso della Crimea, i referendum sono giuridicamente inaccettabili (si svolgono in territori occupati militarmente dai russi, e chi vota avrà la pistola puntata alla tempia, alla faccia della libertà e della democrazia), essi costituiscono una svolta nel conflitto che potrebbe essere tragica o pacifica. Col referendum, infatti, quei territori diventeranno russi, e la Russia si rivendicherà il diritto di difenderli anche con armi nucleari, perché qualsiasi attacco contro di essi sarà interpretato a Mosca come un attacco contro la Russia. E Putin, nel suo discorso alla nazione, ha minacciato di farlo. Non basta. Appena 24 ore prima, il 20 settembre, la Duma ha approvato un inasprimento delle pene relative al codice militare: per chi si oppone al servizio militare, gli anni di reclusione passano da 5 a 15; per chi si oppone a un comando dato da un superiore, si va da una “forchetta” di 2-3 anni a una che va dai 3 ai 10 anni di reclusione. Se combiniamo la decisione della Duma e il discorso di Putin, la svolta sarà probabilmente tragica, perché entrambi questi eventi manifesterebbero la volontà del Cremlino di portare la guerra alle sue estreme conseguenze attraverso il combinato nucleare e la mobilitazione generale dei russi. Ma, fortunatamente, esiste un’altra possibilità: i referendum di annessione potrebbero significare l’occasione per Putin di presentare al suo Paese quel successo che gli potrebbe permettere di chiudere le ostilità salvando la faccia dopo l’umiliante controffensiva ucraina: in tal caso, proclamerebbe la liberazione delle popolazioni filorusse dalle persecuzioni ucraine e, quindi, la conclusione vittoriosa della sua “operazione militare”. Resta, però, da vedere se gli ucraini e gli occidentali accetteranno di sedersi a un tavolo di pace su queste basi. Joe Biden nicchiava di fronte alla richiesta ucraina di missili a lunga gittata per colpire la Crimea, già territorio russo (ma de facto, non de jure, ricordiamocelo bene), per la probabile replica nucleare. Ora potrebbe accettare la prova di forza nucleare per costringere Putin a “scoprire le sue carte” e ordinare una mobilitazione generale che, comunque, non gli garantirebbe affatto un vantaggio nella guerra: seppur numericamente superiori, i russi non sono militarmente preparati quanto gli ucraini. Resta la Cina, forse la meno interessata fra le superpotenze a un inasprimento delle ostilità. L’abbiamo detto più volte: Pechino non ha alleati, ma clienti. Ha sostenuto la Russia perché gli conveniva (comprava energia a metà prezzo). Ma se la guerra dovesse inasprirsi, il solo spettro della crisi energetica in Europa metterebbe a rischio anche i suoi investimenti: in tal caso, Pechino potrebbe decidere di tagliare i fondi a Mosca, e per Putin sarebbe davvero la fine. Con l’Unione Europea che mostra nuovamente la sua inconsistenza (oltretutto, la decisione oltranzista di Putin mette all’angolo anche i leaders europei più equidistanti, come Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Mario Draghi), Recep Tayyip Erdogan può cogliere l’opportunità di rimettere al centro sé stesso e la Turchia, ma solo a condizione che prevalga l’ipotesi della svolta negoziale. Certamente, è dai tempi della crisi di Cuba che non ci trovavamo così vicini alla guerra nucleare.

R.M.

 VERSO UN RUOLO INTERNAZIONALE DELLE RELIGIONI?

Il viaggio di Papa Francesco in Kazakistan, che si è concluso con la lettura della Dichiarazione Finale del congresso interreligioso, si è innestato su una delle linee maggiormente qualificanti del suo pontificato: di fronte alle delusioni e all’allontanamento dai valori religiosi della politica mondiale e per stroncare la violenza fondamentalista, promuovere un ruolo di primo piano a livello internazionale di tutte le religioni. Il dialogo interreligioso si è ufficialmente aperto col Concilio Vaticano II; Papa Giovanni Paolo II, traumatizzato dall’attentato fondamentalista alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, lo ha intensificato inaugurando, appunto, questo periodico congresso interreligioso (il primo si tenne nel 2003) con la Giornata di Preghiera per la Pace nel mondo convocata nel 2002, che ne è stata il modello. Papa Francesco si è mosso ancor più decisamente su questa via: il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace nel Mondo del 2019 e l’enciclica “Fratelli Tutti” del 2020 ne sono stati i pilastri. I suoi discorsi in Kazakistan, la sua firma alla Dichiarazione Finale e la sua presa di posizione hanno rappresentato un’ulteriore, esplicita tappa del suo intento. Ancora una volta, corollari indispensabili perché le religioni possano avere quel ruolo di supporto (o supplenza) alla politica internazionale sono la libertà religiosa e la laicità dello Stato. La prima, che non può ridursi a semplice libertà di culto, è stata rivendicata dal pontefice con parole molto decise nel corso del suo ultimo discorso in terra kazaka di fronte al congresso: «le più alte aspirazioni umane non possono venire escluse dalla vita pubblica e relegate al solo ambito privato. Perciò, sia sempre e ovunque tutelato chi desidera esprimere in modo legittimo il proprio credo. […] Abbiamo chiesto con forza ai governi e alle organizzazioni internazionali competenti di assistere i gruppi religiosi e le comunità etniche che hanno subito violazioni dei loro diritti umani e delle loro libertà fondamentali, e violenze da parte di estremisti e terroristi, anche come conseguenze di guerre e conflitti militari. Occorre soprattutto impegnarsi perché la libertà religiosa non sia un concetto astratto, ma un diritto concreto». La seconda è stata chiesta in termini non meno espliciti: «custodire un sano rapporto tra politica e religione» è fondamentale, perché «c’è […] un legame sano tra politica e trascendenza, una sana coesistenza che tenga distinti gli ambiti. Distinzione, non confusione né separazione. “No” alla confusione» perché la religione «non deve cedere alla tentazione di trasformarsi in potere» e asservirsi al regime di turno. «Ma “no” anche alla separazione», perché significherebbe limitare la religione a una sfera intimistica, impedendole di dare un contributo positivo per la società e soffocare la libertà umana di professare pubblicamente il proprio credo anche attraverso uno stile di vita agganciato a determinati valori morali di ispirazione religiosa. Ma quale può essere il punto di convergenza fra religioni tanto diverse che può permettere loro di incidere nella convivenza sociale? «Trascendenza e fratellanza», ha risposto Papa Francesco: «La trascendenza, l’Oltre, l’adorazione. È bello che ogni giorno milioni e milioni di uomini e di donne, di varie età, culture e condizioni sociali, si riuniscono in preghiera in innumerevoli luoghi di culto. È la forza nascosta che fa andare avanti il mondo. E poi la fratellanza, l’altro, la prossimità: perché non può professare vera adesione al Creatore chi non ama le sue creature. Questo è l’animo che pervade la Dichiarazione del nostro Congresso» e che può rendere fruttuosa a livello mondiale l’azione comune delle varie religioni contro la violenza fondamentalista (che, come è ribadito nella Dichiarazione, «non ha nulla a che fare con l’autentico spirito religioso» e che va condannata «senza “se” e senza “ma”»), a vantaggio di una pace che non sia «la semplice assenza di guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse, ma è opera della giustizia», della promozione della donna perché «dà cura e vita al mondo», e dell’apertura ai giovani: « Sono loro che, più di altri, invocano la pace e il rispetto per la casa comune del creato. […] i giovani rifiutano, un mondo chiuso ai loro sogni e alle loro speranze. Così pure religiosità rigide e soffocanti […]. Ascoltiamoli, senza paura di lasciarci interrogare da loro». Certo, il cammino verso l’obiettivo di Papa Francesco e dei capi religiosi che hanno condiviso la Dichiarazione finale è lungo, ma lo stesso pontefice ha sempre detto che «il tempo è superiore allo spazio», e che ciò che conta è innescare dei processi che portino poi frutto. Ancora una volta, lui, in Kazakistan, ha innescato un interessante e condivisibile processo.

R.M.

 QUATTRO SFIDE PER LE RELIGIONI

Se il primo discorso in Kazakistan di Papa Francesco, davanti alle autorità e alla società civile, era dedicato alla situazione del Paese, il secondo, davanti ai leaders religiosi, è più marcatamente rivolto al ruolo mondiale al quale oggi le religioni sono chiamate. Anche in questo caso, per sviluppare il suo discorso il Papa si è riferito alla cultura kazaka, in particolare al poeta Abai (1845-1904), i cui scritti sono stati sempre permeati dalla domanda di senso («Qual è la bellezza della vita, se non si va in profondità?»), alla quale il poeta associa la risposta religiosa: si trova un senso solo in riferimento a un trascendente creatore. Il fatto di essere creature, per Francesco, ci richiama a una condizione esistenziale di «reale fratellanza» che deve caratterizzare il rapporto tra gli uomini, sempre improntato al dialogo e all’incontro, ancora una volta simboleggiati proprio dal Kazakistan: «Possa il Kazakhstan essere ancora una volta terra d’incontro tra chi è distante» ha detto il pontefice. E ha ribadito quanto accennato di fronte al corpo diplomatico: «È venuta l’ora di destarsi da quel fondamentalismo che inquina e corrode ogni credo […]. Ma è anche l’ora di lasciare solo ai libri di storia i discorsi che per troppo tempo, qui e altrove, hanno inculcato sospetto e disprezzo nei riguardi della religione, quasi fosse un fattore di destabilizzazione della società moderna. In questi luoghi è ben nota l’eredità dell’ateismo di Stato, […] mentalità opprimente e soffocante per la quale il solo uso della parola “religione” creava imbarazzo. In realtà, le religioni non sono problemi, ma parte della soluzione per una convivenza più armoniosa». Per questo, ancora una volta il Papa ha sottolineato il primato che ha la libertà religiosa rispetto alle altre libertà: essa «è un diritto primario […] che non può limitarsi alla sola libertà di culto. È infatti diritto di ogni persona rendere pubblica testimonianza al proprio credo: proporlo senza mai imporlo», al contrario del proselitismo e dell’indottrinamento «da cui tutti sono chiamati a tenersi distanti». Le religioni, oggi, possono offrire risposte determinanti a quattro sfide. Anzitutto, quella della pandemia, che «ci ha fatto capire che […] tutti siamo bisognosi di assistenza: nessuno è pienamente autonomo», e le religioni hanno il dovere di aiutare tutti a non dimenticarlo in modo da «non farsi imbrigliare nei lacci del profitto e del guadagno, quasi fossero i rimedi a tutti i mali; a non assecondare uno sviluppo insostenibile che non rispetti i limiti imposti dal creato; a non lasciarsi anestetizzare dal consumismo che stordisce, perché i beni sono per l’uomo e non l’uomo per i beni». In questo senso, «la pandemia, dovrebbe stimolarci a non andare avanti come prima». Le religioni, inoltre, si impegnano a farsi «artigiani della cura» a partire dai più deboli, dai più poveri e dagli emarginati: «E’ proprio l’indigenza a permettere il dilagare di epidemie e di altri grandi mali», come estremismi e fondamentalismi. In questo senso, le religioni offrono una determinante risposta alla seconda sfida, quella della pace, rifiutandosi di assecondare gli interessi politici dei potenti di turno: «Il sacro non sia puntello del potere e il potere non si puntelli di sacralità!» (un indiretto richiamo al patriarca Kirill, che si è rifiutato di partecipare a questo congresso e che continua a “incensare” Vladimir Putin?), e a una terza sfida, quella dell’accoglienza fraterna: «Ogni essere umano è sacro» perché ognuno viene dal Creatore, che «ci esorta ad avere uno sguardo simile al suo, uno sguardo che riconosca il volto del fratello. Il fratello migrante bisogna riceverlo, accompagnarlo, promuoverlo e integrarlo». La cultura kazaka «afferma la medesima cosa attraverso un bel proverbio popolare: “Se incontri qualcuno, cerca di renderlo felice, forse è l’ultima volta che lo vedi”. Se il culto dell’ospitalità della steppa ricorda il valore insopprimibile di ogni essere umano, Abai lo sancisce dicendo che “l’uomo dev’essere amico dell’uomo” […] E dunque, sentenzia, “tutte le persone sono ospiti l’una dell’altra”». Infine, le religioni offrono determinanti risposte a un’ultima sfida: «la custodia della casa comune. […] Occorre proteggerla, perché non sia assoggettata alle logiche del guadagno, ma preservata per le generazioni future […]. Virus come il Covid-19, […] spesso sono legati a un equilibrio deteriorato […]. È la mentalità dello sfruttamento a devastare la casa che abitiamo». Queste le quattro sfide che Papa Francesco chiede alle religioni di affrontare assieme, dialogando assieme, ma senza «finti sincretismi concilianti», bensì custodendo «le nostre identità aperti al coraggio dell’alterità, all’incontro fraterno. Solo così, su questa strada, nei tempi bui che viviamo, potremo irradiare la luce del nostro Creatore».

R.M.

 NELLA SCIA DI GIOVANNI PAOLO II

Come avevamo anticipato (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/il-precedente-papaledel-kazakistan-la.html), Papa Francesco nel suo primo giorno in Kazakistan si è da subito messo nella scia del suo predecessore Giovanni Paolo II, che visitò il Paese 21 anni fa, e ne ha ripercorso i temi. Nel discorso al corpo diplomatico e alla società civile, ricorrendo all’immagine della dombra, strumento tipico del Kazakistan, ha osservato come essa ha accompagnato musiche dal medioevo a oggi, simboleggiando il collegamento che non deve mai mancare tra le generazioni passate e quelle presenti. Ha ricordato, in linea con Giovanni Paolo II, gli anni del totalitarismo comunista: «Come non ricordare, in particolare, i campi di prigionia e le deportazioni di massa che hanno visto nelle città e nelle sconfinate steppe di queste regioni l’oppressione di tante popolazioni? […] il ricordo della sofferenza e delle prove sperimentate sia un bagaglio indispensabile per incamminarsi verso l’avvenire mettendo al primo posto la dignità dell’uomo». Come Giovanni Paolo II, attraverso l’immagine delle due corde della dombra che vanno suonate in armonia,  ha ben descritto il Kazakistan come «un ponte fra l’Europa e l’Asia», un «anello di congiunzione tra Oriente e Occidente […]: i circa centocinquanta gruppi etnici e le più di ottanta lingue presenti nel Paese compongono una sinfonia straordinaria e fanno del Kazakhstan un laboratorio multi-etnico, multi-culturale e multi-religioso unico, rivelandone la peculiare vocazione, quella di essere Paese dell’incontro». Ha ribadito quanto detto da Giovanni Paolo II circa l’importanza di difendere la libertà religiosa, attraverso la quale più facilmente si può arrivare a difendere le altre libertà, delineando la necessità di uno Stato autenticamente laico. Nel farlo, si è collegato alla nuova Costituzione approvata dai kazaki col referendum del 5 giugno: «Opportunamente la Costituzione del Kazakhstan, nel definirlo laico, prevede la libertà di religione e di credo. Una laicità sana, che riconosca il ruolo prezioso e insostituibile della religione e contrasti l’estremismo che la corrode, rappresenta una condizione essenziale per il trattamento equo di ogni cittadino, oltre che per favorire il senso di appartenenza al Paese da parte di tutte le sue componenti. […] Accanto a ciò, è importante garantire le libertà di pensiero, di coscienza e di espressione». Papa Francesco ha apprezzato la svolta kazaka del 5 giugno che sembra proiettare il Paese verso la democrazia, perché essa «costituisce la forma più adatta perché il potere si traduca in servizio». Non ha nascosto, tuttavia, quelle insidie di un cammino appena iniziato alle quali anche noi abbiamo fatto riferimento (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/ilkazakistan-che-trovera-papa-francesco.html) : «So che è stato avviato, soprattutto negli ultimi mesi, un processo di democratizzazione volto a rafforzare le competenze del Parlamento e delle Autorità locali e, più in generale, una maggiore distribuzione del potere. Si tratta di un tragitto meritorio e impegnativo, certamente non breve, che richiede di proseguire verso la meta senza volgersi indietro». Infine, Papa Francesco ha delineato un ultimo “filo rosso” che lega il suo pellegrinaggio a quello del suo predecessore: il dramma della guerra e la ricerca della pace. «Qui Giovanni Paolo II venne a seminare speranza subito dopo i tragici attentati del 2001. Io vi giungo nel corso della folle e tragica guerra originata dall’invasione dell’Ucraina, mentre altri scontri e minacce di conflitti mettono a repentaglio i nostri tempi. Vengo per amplificare il grido di tanti che implorano la pace», che è possibile solo attraverso l’incontro e il dialogo, a partire da quello ecumenico e interreligioso, come già aveva detto Giovanni Paolo II: «È dunque sempre più pressante la necessità di allargare l’impegno diplomatico a favore del dialogo e dell’incontro», ha detto papa Francesco, « e chi al mondo detiene più potere ha più responsabilità nei riguardi degli altri […]. È l’ora di evitare l’accentuarsi di rivalità e il rafforzamento di blocchi contrapposti. Abbiamo bisogno di leader che, a livello internazionale, permettano ai popoli di comprendersi e dialogare, e generino un nuovo “spirito di Helsinki”, la volontà di rafforzare il multilateralismo […] Assicuro che i cattolici […] desiderano continuare a testimoniare lo spirito di apertura e rispettoso dialogo che distingue questa terra. E lo fanno senza spirito di proselitismo». Parole impegnative per il Kazakistan e non solo, quelle di Papa Francesco, così come lo furono quelle di Giovanni Paolo II.

 R.M.

IL “PRECEDENTE” PAPALE DEL KAZAKISTAN

La prima e unica visita di un pontefice in Kazakistan fu quella di Giovanni Paolo II 21 anni fa (22-26 settembre 2001). Il Paese era nel pieno della sua involuzione autoritaria: era il decimo anniversario della sua indipendenza, ma anche il decimo caratterizzato dal crescente dispotismo del presidente Nursultan Nazarbayev. Giovanni Paolo II aveva, peraltro, messo in guardia i kazaki dallo spendere bene la libertà conquistata: «La data del 16 dicembre del 1991 è incisa a caratteri indelebili negli annali della vostra storia», disse, «ma come non tener conto del clima di affievolimento dei valori che il passato regime ha lasciato?La prima e unica visita di un pontefice in Kazakistan fu quella di Giovanni Paolo II 21 anni fa (22-26 settembre 2001). Il Paese era nel pieno della sua involuzione autoritaria: era il decimo anniversario della sua indipendenza, ma anche il decimo caratterizzato dal crescente dispotismo del presidente Nursultan Nazarbayev. Giovanni Paolo II aveva, peraltro, messo in guardia i kazaki dallo spendere bene la libertà conquistata: «La data del 16 dicembre del 1991 è incisa a caratteri indelebili negli annali della vostra storia», disse, «ma come non tener conto del clima di affievolimento dei valori che il passato regime ha lasciato? […] Si registra così una povertà di ideali che rende particolarmente vulnerabile la gente di fronte ai miti del consumismo e dell'edonismo importati dall'Occidente». E ancora: il Kazakistan «ha sperimentato la violenza mortificante dell'ideologia. Che non succeda a voi di essere ora preda della violenza non meno distruttrice del "nulla"». Affinché gli sforzi e i sacrifici per l’indipendenza raggiunta non divenissero vani, Giovanni Paolo II chiedeva ai kazaki di battersi continuamente per la libertà e per la democrazia. La libertà religiosa era in testa a tutte: «Quando all'interno di una comunità civile i cittadini sanno accettarsi nelle rispettive convinzioni religiose, è più facile che s'affermi tra loro l'effettivo riconoscimento degli altri diritti umani […]. Ci si sente infatti accomunati dalla consapevolezza di essere fratelli, perché figli dell'unico Dio». In tal senso sottolineava come il Kazakistan fosse «terra di incontro», uno Stato multietnico e multireligioso nel quale «convivono a tutt'oggi cittadini appartenenti a oltre cento nazionalità ed etnie» che «induce a vivere la differenza non come una minaccia ma come un arricchimento», chiamato, in questo senso,  a essere un esempio in politica estera: «Non è esagerato sostenere che il vostro è un Paese con una vocazione tutta particolare: quella di essere, in modo sempre più consapevole, un ponte fra l'Europa e l'Asia. Sia questa la vostra scelta civile e religiosa. Siate un ponte di uomini che abbracciano altri uomini; persone che veicolano pienezza di vita e di speranza». Ma perché questo avvenisse era necessaria «una sana laicità dello Stato» chiamata «a garantire ad ogni cittadino, senza differenza di sesso, razza e nazionalità, il fondamentale diritto alla libertà di coscienza» e ad affermare e a difendere «il diritto del credente a testimoniare pubblicamente la sua fede» qualsiasi essa fosse: «Gli stessi centri dell'educazione e della cultura non potranno che guadagnare dall'aprirsi alla conoscenza delle esperienze religiose più vivaci e significative nella storia della Nazione». Quanto ai kazaki cattolici, essi non dovevano fare proselitismo imponendo la propria fede agli altri, ma essere «umili e convinti testimoni nel pieno rispetto per la ricerca che altre persone di buona volontà stanno compiendo su strade diverse. Chi ha incontrato la verità nello splendore della sua bellezza non può non sentire il bisogno di farne partecipi anche gli altri. Prima che di un obbligo derivante da una norma, per il credente si tratta del bisogno di condividere con tutti il Valore supremo della propria esistenza» anzitutto con le altre religioni: infatti, «alla forza della testimonianza» corrisponde «la dolcezza del dialogo», a partire da quello ecumenico per aprirsi a quello interreligioso, soprattutto verso l’islam. A pochi giorni dall’attentato alle Torri Gemelle di New York e di fronte a un’insensata ondata di islamofobia nel mondo, Giovanni Paolo II disse chiaramente: «desidero riaffermare il rispetto della Chiesa Cattolica per l'Islam, l'autentico Islam: l'Islam che prega, che sa farsi solidale con chi è nel bisogno. Memori degli errori del passato anche recente, tutti i credenti devono unire i loro sforzi, affinché mai Dio sia fatto ostaggio delle ambizioni degli uomini. L'odio, il fanatismo ed il terrorismo profanano il nome di Dio e sfigurano l'autentica immagine dell'uomo». In precedenza, abbiamo sottolineato come oggi il Kazakistan sia a un bivio nella sua storia fra democrazia e autoritarismo (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/ilkazakistan-che-trovera-papa-francesco.html), e come il referendum del 5 giugno scorso sia stato solo un primo passo verso la prima. In tema di libertà, laicità e partecipazione il Kazakistan ha, fino a oggi, disatteso gli auspici di Giovanni Paolo II: la nuova Costituzione non offre ancora margini rassicuranti in tema di libertà e democrazia, lo Stato non è laico perché limita la libertà religiosa in funzione dell’ordine pubblico, e l’estremismo islamico è ancora pericoloso, avendo partecipato in prima linea alle proteste di gennaio. Del resto, oppressione, discriminazione e disuguaglianza offrono costantemente benzina al radicalismo religioso. Anche se il suo viaggio avrà caratteristiche più marcatamente ecumeniche e interreligiose, vedremo come si porrà Papa Francesco di fronte a questo Kazakistan non molto diverso da quello che vide Giovanni Paolo II, ma che sembra voler incamminarsi nel sentiero indicato dal Papa polacco.

R.M.

 IL KAZAKISTAN CHE TROVERA’ PAPA FRANCESCO

Il Kazakistan che Papa Francesco troverà nel suo pellegrinaggio è senza dubbio un Paese che è davanti a un bivio: o evolverà verso una democrazia, oppure involverà nuovamente nell’autoritarismo. Spartiacque è il referendum del giugno 2022 su diverse sostanziali modifiche alla Costituzione di stampo autoritario che l’attuale presidente Qasym-Jomart Toqaev, in carica dal 20 marzo 2019, ha ereditato dal suo predecessore, Nursultan Nazarbayev, ex comunista aderente al PCUS, che ha governato dal 1991 il Paese imponendo, appunto, un regime autoritario fondato sulla sua persona, per poi dare le dimissioni. Per tre anni, tuttavia, Nazarbayev ha potuto controllare dall’esterno l’operato di Toqaev grazie alla permanenza di un establishment ancora a lui vicino, nell’ambito del quale primeggiava la figura di Karim Masimov, suo ex capo di governo e della sicurezza nazionale. Una prima svolta, però, si è avuta con le proteste scoppiate il 2 gennaio scorso nelle regioni più ricche di gas e petrolio (il Kazakistan è un vero crocevia energetico nella regione, oltre che principale esportatore di uranio), ma le più povere come reddito pro capite e sussistenza. La miccia che le fece scoppiare fu l’aumento dei prezzi del gas liquido, che si aggiungeva a una situazione divenuta insopportabile con un’inflazione del 20-30%, stipendi da fame e disoccupazione alle stelle. Le proteste, come dicevamo, hanno costituito una svolta perché in esse erano implicate persone vicine all’ex presidente: il braccio di ferro tra i dimostranti e il governo vinto da quest’ultimo, ha fornito l’occasione a Toqaev di sbarazzarsi dell’influenza di Nazarbayev: l’arresto di Masimov con l’accusa di alto tradimento per aver sobillato le sommosse ha avuto come conseguenza un progressivo ricambio dell’establishment, ora più favorevole a Toqaev. Liberatosi dall’ingombrante pressione di Nazarbayev, Toqaev ha iniziato a dare la sua impronta personale al Paese: il 16 marzo, in un discorso alla nazione, ha annunciato la costruzione di un “nuovo Kazakistan”, che avrebbe avuto come pietra angolare una riforma in senso democratico della Costituzione che, tuttavia, sarebbe stata sottoposta all’approvazione di un referendum, tenutosi il 5 giugno. Il 77,18% dei kazaki ha approvato le riforme proposte da Toqaev: esse prevedevano una riduzione del potere presidenziale a vantaggio del parlamento, l’abolizione della pena di morte, la creazione di una corte costituzionale e di un commissariato per i diritti umani, un marcato decentramento amministrativo e un maggior ruolo dei cittadini nella partecipazione politica. Tuttavia, se si analizza più nel dettaglio la nuova Costituzione, ci si accorge che si è ben lontani dai parametri democratici tipici di un Paese occidentale. Basti pensare che la procedura per registrare un partito politico resta farraginosa (per fondarlo, poi, occorrono ben 20.000 firme) e che, per entrare nel parlamento, deve arrivare al 5% dei voti; per essere eletto presidente, inoltre, occorre essere vissuti in Kazakistan da almeno 15 anni prima del voto, e questo esclude già per le elezioni del 2024 la possibilità che molti politici dell’opposizioni che si sono rifugiati all’estero possano parteciparvi. Bisognerà, poi, capire quanto il Kazakistan saprà staccarsi dall’ingombrante influenza della Russia: proprio l’intervento armato dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (l’alleanza militare sottoscritta nel 1992 da Armenia, Bielorussia, Kirghikistan, Tagikistan e, appunto, Russia e Kazakistan) a guida russa ha consentito a Toqaev di stroncare le proteste di gennaio. Invischiato nella guerra contro l’Ucraina, Vladimir Putin lascerà libero il Kazakistan di intraprendere liberamente la via verso la democrazia, o farà di tutto per stringerlo ancor più a sé, affamato com’è di clienti per la sua Gazprom? Putin sembra aver già dimostrato a Toqaev di essere il solo a poter intervenire direttamente a proteggere il suo governo. Saprà Toqaev emanciparsi da questa soffocante dipendenza? Il Kazakistan che Papa Francesco si troverà sembra veramente in mezzo al guado: democrazia o rinnovato autoritarismo? Toqaev dovrà scegliere da che parte andare. E in tempi brevi.

R.M.

 LA RUSSIA PERDE PEZZI?

A preoccupare il Cremlino, oltre all’eventualità di una politica unitaria energetica europea, è l’atteggiamento dell’Iran. Sembrerebbero, infatti, pronte per un museo di archeologia storico-politica le immagini di Putin che si accorda con Teheran per la copertura energetica. L’Iran, infatti, sarebbe disponibile a offrire a Stati Uniti e Unione Europea energia a buon mercato in cambio del raggiungimento di un accordo sul nucleare. Ciò significa che gli occidentali scaricherebbero Israele, nemico storico dell’Iran, mentre l’Iran scaricherebbe la Russia. Questo provocherebbe un paradossale riavvicinamento tra Israele e Russia per far saltare le trattative. In questa logica può essere ricompreso quanto è accaduto nei giorni scorsi in Siria col bombardamento delle infrastrutture civili da parte di Israele. La martoriata Siria è oggetto delle ambizioni, oltre che di Russia (per l’aspetto energetico) e di Turchia (controllare un territorio “cuscinetto” per stroncare il movimento curdo), anche di Iran, difende la dittatura militare di Bashar el Assad: l’affinità religiosa dei due regimi, pur diversi (teocratico quello iraniano, laico quello siriano) li ha sempre portati a spalleggiarsi per contendere ai musulmani sunniti il predominio nell’area mediorientale. Ma l’Iran sostiene anche il movimento politico e paramilitare Hezbollah al governo a Beirut e che agisce militarmente in Siria. Perché? Per contendere a Israele, per conto del Libano, i confini delle rispettive zone marittime ricche di energia. Il bombardamento israeliano di Aleppo mirerebbe a ostacolare il rifornimento di armi dall’Iran ai combattenti di Hezbollah in area siriana, ma anche ad alzare la tensione con l’Iran per provocarlo e far saltare la trattativa con gli occidentali di cui si diceva sopra. Va, peraltro, detto che mettere a disposizione petrolio e gas agli occidentali significa tagliarli agli israeliani. Pur trovandosi nella guerra di Siria dalla stessa parte di Turchia e Iran, la Russia non ha contestato l’azione antiiraniana di Tel-Aviv: anche Mosca, come Israele, ha tutto l’interesse a impedire un accordo che la renderebbe ancora più dipendente dalla Cina. Aprendo queste trattative, l’Iran ha fatto capire alla Russia che ragiona come la Cina: Teheran non si allea con nessuno; intrattiene solo rapporti di clientela che è pronto a rompere nel momento in cui non sono più convenienti. La Russia è solo un momentaneo cliente dell’Iran, non un suo alleato. A questo messaggio, la Russia ha risposto con un altro: non contestando il bombardamento israeliano, ha cercato di far capire all’Iran che senza il suo ombrello militare rimarrà indifeso.  Se, però, la trattativa dovesse andare in porto, potrebbe chiudersi l’annosa crisi nucleare con l’Iran aprendo inedite prospettive di pace in Medio Oriente e, contemporaneamente, isolare ulteriormente la Russia e aprire altrettante inedite prospettive di pace anche per la guerra russo-ucraina. In pratica, si potrebbero prendere due piccioni con una fava. Sarebbe un capolavoro diplomatico. Fantapolitica? Vedremo.

R.M. 
 UNIONE + CONFEDERAZIONE:
IL NUOVO “RILANCIO EUROPEO”

L’8 ottobre si terrà a Praga la prima della Comunità Politica Europea, lanciata nel maggio scorso dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta e dal presidente francese Emmanuel Macron. Si tratta di un allargamento dell’attuale Unione Europea ad altri Paesi che ne hanno fatto richiesta (Ucraina, Moldavia, Georgia, Macedonia del Nord, Albania, Serbia, Bosnia, Montenegro e Kosovo) affinché possano da subito partecipare a progetti condivisi e a cooperazione rafforzate su vari ambiti in attesa che la loro adesione all’Ue venga perfezionata. In realtà, l’idea non è nuova: i due politici avevano “rispolverato” una proposta lanciata nel 1991 dall’allora presidente francese François Mitterand per coinvolgere da subito i Paesi dell’Europa centrale e orientale usciti dal comunismo nell’allora Comunità Economica Europea, in modo che potessero avere un ruolo attivo nella Cee prima ancora di una loro ipotetica futura adesione. La proposta, però, aveva due punti deboli. Per prima cosa, non intercettava il desiderio più pressante di quei Paesi: una garanzia militare per la loro sicurezza che, con lo scioglimento del Patto di Varsavia, non avevano più. Oggi come allora la Comunità/Unione europea non aveva un esercito e una difesa comune. In secondo luogo, Mitterand intendeva allargare la Confederazione anche all’Unione Sovietica, e questo era inaccettabile per quei Paesi che volevano affrancarsi finalmente (e completamente) da un vecchio padrone del quale non volevano più saperne. A mandare a monte il progetto di Confederazione di Mitterand pensarono gli Stati Uniti, che offrirono a quei Paesi ex satelliti dell’Unione Sovietica una rapida adesione alla Nato. Da “satelliti” dell’Unione Sovietica, quei Paesi divennero “satelliti” degli Stati Uniti, e tali sono rimasti fino a oggi anche successivamente al loro ingresso nell’Unione Europea. Negli Stati Uniti e nella Nato essi trovano le armi delle quali hanno bisogno; nell’Unione Europea hanno successivamente trovato i soldi per ricostruire la loro economia. Di ideali europeistici ce ne sono ben pochi: essi “mungono” soldi dall’Ue, ma appoggiano gli interessi strategici degli americani. Ecco perché fu un errore ammetterli nell’Unione Europea, come lo stesso Letta ammette. Ma perché il vecchio progetto di Mitterand può oggi avere successo? Perché la realtà dei Paesi aspiranti all’adesione nell’Ue è diversa rispetto ai Paesi ex satelliti dell’Urss del 1991: prima ancora che un ombrello militare, essi cercano una struttura alla quale aderire. L’adesione, però, sarà un percorso lungo. La confederazione consentirebbe loro di soddisfare da subito in parte questa loro richiesta. Sarebbe, inoltre, un buon “test” per verificarne la propensione a condividere o meno gli ideali europeistici che caratterizzano l’Ue, la cui condivisione è imprescindibile per l’adesione. In pratica, per l’Ue diminuirebbero i rischi, nel futuro, di allargarsi a dei Paesi ostili ai suoi ideali, come invece si è verificato con l’adesione dei Paesi dell’ex “cortina di ferro”. Per questi motivi, la Comunità Politica Europea rappresenta, a oggi, il più evidente e promettente “rilancio europeo” degli ultimi quindici anni: un suo eventuale successo non solo incentiverebbe a un rasserenamento nella polveriera balcanica, ma potrebbe riaprire inedite prospettive di un riavviamento dell’integrazione politica europea.


R.M.

 BOCCIATA LA COSTITUZIONE CILENA: PERCHE’?

Col 62% dei voti, i cileni hanno bocciato la nuova Costituzione, elaborata in più di due anni di lavoro. Eppure i cileni dal 2019 attendevano un grande evento riformatore che desse una svolta alle istituzioni. Erano scesi anche in piazza. Perché allora hanno bocciato quell’evento che poteva venire incontro alle loro aspirazioni? Crediamo di individuare almeno tre motivi alla base di questa bocciatura. Il primo è riconducibile alla farraginosità del testo: ben 388 articoli e 57 disposizioni transitorie. Un’autentica selva che certo non ha aiutato i cileni a ben orientarsi: come si fa a votare qualche cosa che non si capisce? Un secondo motivo è riconducibile agli eventi che hanno posto in essere il lavoro di redazione di una nuova Costituzione: in essa, la sinistra massimalista al potere (il presidente è Gabriel Boric, ed è a capo della maggioranza più a sinistra della storia del Cile dai tempi di Salvador Allende) ha fatto confluire le proteste sociali che si sono scatenate tra l’ottobre del 2019 e il marzo 2020 nel tentativo di disinnescarne la miccia una volta per tutte. Così, il testo è diventato un crogiuolo di rivendicazioni e diritti tra i più disparati ideologicamente in pieno stile populista, ben lontano dall’affrontare i reali problemi dei cileni: assistenzialismo di Stato, ambientalismo, diritti LGTB, digitalizzazione, bioetica, limitazioni alla libertà di stampa e di parola a tutela della sicurezza nazionale (termini che ricordano tristemente il testo varato dall’Assemblea Nazionale francese durante la rivoluzione iniziata nel 1789 e che fu all’origine della deriva totalitaria), dirigismo economico e stroncatura della libertà d’impresa, controllo del potere giudiziario da parte dell’esecutivo, difesa del pluriculturalismo e della plurinazionalità. Proprio quest’ultima ha allontanato le simpatie dei cileni, perché prevedeva un autonomismo etnico-territoriale sganciato dal potere centrale che poteva dar luogo a diverse forme di governo territoriali e, pertanto, a una frammentazione giuridica, politica ed amministrativa che avrebbe spaccato il Cile in diverse micronazionalità: un cileno poteva trovarsi di fronte a leggi e a pratiche giudiziarie completamente diverse a seconda del territorio in cui si trovava. Né questo aspetto veniva incontro alle rivendicazioni delle popolazioni indigene (oltre il 70% dei Mapuche si oppone all’indipendenza della propria comunità). Il terzo motivo è riconducibile al precedente: il massimalismo sul quale si fonda l’ideologico testo della nuova Costituzione ha convinto le aggregazioni politiche centriste a schierarsi per il no, provocando la prima frattura in seno alla maggioranza di governo: non hanno voluto ripetere l’errore dei centristi che, pur di sostenere il governo di Salvador Allende, cedettero completamente alla sinistra estrema. Ora sembra che Boric intenda ripartire daccapo e dare il via ai lavori per preparare un nuovo testo. Un procedimento che si annuncia lungo perché dovrà passare attraverso una nuova assemblea costituente. Ma più a breve termine Boric dovrà aggiornare la sua agenda politica e recuperare la frattura coi centristi abbandonando il massimalismo populista e aprendo alle istanze più riformiste e moderate. Non sarà facile, perché la sua è una sinistra che si ispira a quella che governa i regimi di Cuba, Venezuela e Nicaragua. Una sinistra ben lontana da quella colombiana (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unanuova-interessante-sinistra-in.html).

R.M.

 IL FILOATLANTISMO DI FDI: ALCUNE “NOTE A MARGINE”

La divergenza in politica estera emersa nel corso del Forum Ambrosetti di Cernobbio tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini rende necessario, a nostro avviso, un chiarimento relativo al filoatlantismo di Fdi. Mentre una linea decisamente più filorussa non era dubbia per quanto riguarda la Lega, il filoatlantismo di Fdi sembra sorprendere e deludere alcuni, specialmente coloro i quali individuano (giustamente) le radici di Fdi nel vecchio Movimento Sociale Italiano, dando per assodato che quest’ultimo fosse non solo visceralmente anticomunista e antisovietico, ma altrettanto visceralmente anticapitalista e antiamericano. La matrice sociale e statalista (e, quindi, anticapitalista) del vecchio Msi non è in dubbio, anche se pare messa da parte nel programma di Fdi. Ma non è vero che l’Msi fosse antiamericano. Fin dalle origini il partito di estrema destra, coerentemente col suo antieuropeismo (questo realmente ereditato da Fdi) spinse per legare l’Italia e l’Europa agli Stati Uniti. Nel 1951 il segretario Augusto de Marsanich, ex membro del Gran Consiglio del Fascismo, fu tra i più accaniti sostenitori dell’adesione dell’Italia alla Nato e, successivamente, dell’intervento dell’Onu “a trazione americana” contro la Corea del Nord. La linea fu ereditata da Giorgio Almirante. Il filoatlantismo divenne più radicale dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica (1956) e fu in parte contraccambiato dagli Stati Uniti che lo guardarono con un certo interesse, perplessi dall’apertura a sinistra della Democrazia Cristiana. Varato il primo governo organico di centrosinistra (1963-68) i contatti fra esponenti legati all’Msi e all’establishment statunitense si intensificarono: nel 1968 Francesco Servello e Raffaele Delfino si recarono negli Stati Uniti e fecero campagna elettorale per Richard Nixon presso la comunità italoamericana. Parallelamente, attraverso la mediazione dell’industriale italoamericano Francesco Talenti, molto vicino a Nixon, arrivarono dagli Stati Uniti finanziamenti all’Msi (Giulio Caradonna, esponente missino, in un’intervista rilasciata a Giovanni Minoli nel 2013, parlò di 600.000 dollari): gli americani sembravano volersi coprire le spalle nel caso in cui la Dc avesse ceduto troppo ai comunisti in cambio di una convergenza col Pci per combattere la guerra civile strisciante iniziata dai gruppi di lotta armata (erano gli anni del famoso “compromesso storico”). Non dimentichiamoci che in Cile il tentativo centrista di formare un governo con la sinistra guidato da Salvador Allende finì per favorire le tendenze politicamente più estreme dei partiti di sinistra: gli Stati Uniti, per impedire l’avvento di un regime comunista in Cile, appoggiarono il colpo di Stato di Augusto Pinochet (1973). La “sindrome cilena” fu un elemento non trascurabile nella politica estera americana, specialmente nei riguardi della situazione politica italiana. Gli americani, infatti, finanziarono anche gruppi di destra extraparlamentare nell’ambito della cosiddetta organizzazione Stay Behind (che in Italia prese il nome di Gladio). Come si vede, nessun dubbio sul filoatlantismo antieuropeista dell’Msi, del quale Fdi è coerentemente l’erede.

R.M.

 MA DELPINI HA CONTESTATO IL PAPA?

A beneficio di quanti, magari un po’ troppo frettolosamente, hanno pensato che le parole pronunciate da monsignor Mario Delpini alla celebrazione della festa di Sant’Abbondio relativamente alla nomina a cardinale del vescovo di Como Oscar Cantoni fossero di critica a Papa Francesco per questa sua decisione (preferire, cioè, il vescovo di Como e non lui stesso, monsignor Delpini in qualità di arcivescovo metropolita, come nuovo cardinale), sottolineo alcuni passaggi che potrebbero dare un’interpretazione diversa. Delpini, dopo aver augurato a monsignor Cantoni di poter vivere al meglio la sua nuova condizione ministeriale a partire da un rapporto più intenso col Papa, ha espresso al pontefice tutto il suo affetto e la sua gratitudine per questa sua decisione. Ha poi definito “sfacciate” le persone che si sono chieste il perché Papa Francesco non ha scelto lui, Delpini, in quanto metropolita, come nuovo cardinale, rammentando loro che è sempre difficile interpretare il pensiero di un Papa, ricorrendo a qualche aneddoto ironico, accusando indirettamente costoro di essere anche arroganti e presuntuosi. Ne ha difeso la scelta sostenendo, al contrario di quanto pensano e dicono quegli “sfacciati”, che essa rivela chiaramente la sapienza del Papa, cioè la saggezza, che è molto di più dell’intelligenza. E ha tentato di darne alcune motivazioni: la necessità di non sovraccaricare l’arcivescovo di Milano di ulteriori impegni (l’arcidiocesi di Milano è una tra le più complicate al mondo, con un numero altissimo di sacerdoti diocesani da gestire per non parlare dei problemi pastorali che sono immensi) collegata a una seconda motivazione, espressa con un taglio più ironico (la difficoltà di impegnarsi in una prospettiva di Chiesa universale essendo già impegnato in quella ambrosiana), e poi la predilezione per gli “ultimi”, i “perdenti” (anche qui ricorrendo all’ironia nel riferirsi al minor blasone calcistico del Como rispetto alle squadre milanesi), che deve contraddistinguere l’esempio di ogni cristiano. Un invito, questo di Delpini, agli “sfacciati” a leggere questa nomina al tempo stesso come la predilezione di Cristo per gli “ultimi” rispetto ai più “titolati”, e come un richiamo che è ancora un augurio per Oscar Cantoni a saper vivere questo significato della sua nomina cardinalizia, e, quindi, di spenderla non secondo le logiche umane di natura carrieristica, ma come un ulteriore incentivo a dare tutto sé stesso, appunto, agli “ultimi” e ai “perdenti”. Nella Chiesa, infatti, conta di più non chi ha grandi titoli, ma chi maggiormente praticato la logica del servizio incondizionato per tutti. A partire dagli “ultimi” e dai “perdenti”.
Siamo proprio sicuri che Delpini ha voluto contestare la decisione di Papa Francesco?

 

R.M.

 IL GRANDE EUROPEISTA “FILOATLANTICO”

Se la Germania, alla fine, ha accettato il progetto di un tetto europeo al prezzo del gas, grande merito va senza dubbio ascritto a Mario Draghi. Il nostro presidente del Consiglio è certamente filoatlantico, molto di più di Emmanuel Macron e di Olaf Scholz. Chi lo accusa di questa sua appartenenza ideologica capitalista e liberale non ha tutti i torti, ma per avere un giudizio equilibrato occorre tenere conto del fatto che altrettanto indiscutibilmente Draghi è un europeista convinto e, pur in un quadro severamente agganciato a Washington, privilegia gli interessi europei e, indirettamente, italiani (basti pensare al salvataggio dell’euro di una decina d’anni fa operato in qualità di presidente della Bce piegando la tenace resistenza tedesca all’accettazione dello scudo antispread). A titolo di esempio, si possono ricordare alcune iniziate da lui prese successivamente all’invasione russa dell’Ucraina che lo dimostrano: dapprima ha tentato di opporsi senza riuscirci all’estromissione della Russia dal sistema di pagamento Swift; poi si è allineato a Francia e Germania nel tentativo di smarcarsi dalla linea oltranzista antirussa decisa dalla Nato nella riunione di Ramstein prendendo due iniziative: volando a Washington e tentando di convincere Joe Biden a un approccio più negoziale verso Mosca, fallendo anche in questo caso (questa apertura filorussa del nostro Presidente del Consiglio fece saltare la conferenza stampa congiunta con Biden), e poi associandosi a Macron e a Scholz nel viaggio diplomatico a Kiev rappresentando davanti a Volodymyr Zelensky quell’Europa che non si mette “a rimorchio” né degli Stati Uniti (come Polonia e Paesi baltici), né della Russia (come l’Ungheria). Anche questo fu un fallimento. Ma la linea autenticamente europeista di Draghi è chiara. Fino a pochi giorni fa era stata un fallimento un’altra sua proposta europeista, quella di avviare una politica energetica comunitaria attraverso l’idea di fissare un tetto europeo al prezzo del gas. Il banchiere prestato alla politica si era da subito reso conto che le sanzioni, doverose verso uno Stato aggressore, avrebbero paradossalmente colpito il sanzionante, cioè noi e gli europei, se non ci fossimo coperti le spalle anzitutto attraverso una politica di solidarietà verso i Paesi europei più esposti alla questione energetica, e poi emancipandosi da qualsiasi dipendenza energetica (russa o americana) attraverso, appunto, una politica unitaria. Quella politica unitaria che sia Vladimir Putin che Joe Biden intendono impedire. Ora Draghi ha incassato il pesante appoggio della “locomotiva europea”, la Germania. Certo, il cammino non sarà facile. Intanto, occorrerà convincere gli altri Paesi Ue. Dopodiché, è bene tenere presente un fatto: un prezzo calmierato consente di avere bollette meno care, ma consente anche di consumare di più, e il differenziale fra il prezzo calmierato e quello di mercato dovrà essere versato dagli Stati con le loro casse pubbliche, cioè ancora da noi, anche se il costo pro capite per ogni cittadino di un Paese Ue sarà “spalmato” dall’intervento di più casse pubbliche contemporaneamente (e lo sarà ancora di più se separeremo i prezzi dell’elettricità da quelli del gas e se ci affideremo per la fissazione del prezzo non più al mercato di Amsterdam, troppo ristretto e troppo volatile ed esposto alla speculazione, ma ad un altro più ampio, con scambi mondiali come quello del gas liquido, l’Henry Hub americano, il cui prezzo è addirittura fissato su quote nettamente più basse di quello via tubo). Per questo il tetto europeo è da intendersi come una mossa esclusivamente emergenziale e come primo tassello dell’unica via d’uscita che abbiamo per metterci al riparo di altri ricatti energetici: una politica energetica europea. Insomma, Draghi può piacere o no, ma c’è da chiedersi se abbiamo un altro politico, in Italia, della stessa statura e autorevolezza che ci potrà garantire il medesimo peso e le medesime possibilità di essere quantomeno ascoltati in Europa.

R.M.

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...