VERSO L’URAGANO ENERGETICO/2
VERSO L’URAGANO ENERGETICO/2
VERSO L’URAGANO
ENERGETICO/1
Cristian Bulgarelli ha pubblicato su Tik Tok un video drammatico nel quale mostra una bolletta energetica e chiede aiuto per non chiudere la sua gelateria a Carpi. Andrea Franzese, titolare di un’impresa campana di conserve di pomodoro, pubblica una foto sui social con la sua bolletta e denuncia di essere lasciato solo sulla strada del fallimento. Sono le prime avvisaglie di quello che potrebbe essere un autentico uragano energetico che si sta per abbattere in tutta Europa e da noi, e che minaccia di essere anche più drammatico della pandemia. Nel pieno dei bagordi estivi pochissimi si sono accorti di quanto sta succedendo. I prezzi dell’energia sono saliti alle stelle, e non solo per la guerra. Si è aggiunta anche la siccità. I futures annuali sull’elettricità di Francia e Germania, nei giorni scorsi, sono saliti a 622 e a 455 euro per MWh. Non era mai successo. A causare questa impennata hanno contribuito la guerra russo-ucraina col sistema delle sanzioni che sta paradossalmente danneggiando l’Ue e non la Russia, e la siccità, che sta portato i grandi fiumi di quei Paesi al di sotto della soglia di navigabilità: poca acqua per trasformarla in energia elettrica, ma anche blocco delle navigazioni e delle forniture vitale per molte grandi e piccole industrie in arrivo, non solo franco-tedesche, ma anche di altri Paesi (specialmente nostre) per i contratti di fornitura e di partecipazione che li legano a quelle. In Germania si è aperta ufficialmente la crisi energetica: lo Stato ha provato a stanziare fondi per evitare il default delle utility dell’energia, ma ora non ce la fa più, e il governo di Olaf Scholz ha deciso di prorogare il funzionamento delle ultime tre centrali nucleari attive e di scaricare il salvataggio delle utility e delle industrie tedesche sulle famiglie imponendo una tassa sul consumo del gas fino al 2024, chiedendo con toni accorati l’aiuto dell’Ue (ma la bocciatura di un tetto sul prezzo del gas proposto qualche tempo fa da Mario Draghi da parte degli Stati venditori di energia che potrebbero lucrare sui prezzi non lascia ben sperare). La situazione è grave: si prospetta un autunno di prezzi stellari, fallimenti industriali, disoccupazione. I casi di Bulgarelli e di Franzese potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Non dimentichiamoci che il nostro debito pubblico non consente più di erogare sussidi e bonus come nel periodo emergenziale della pandemia, e che la BCE ha deciso di alzare i tassi d’interesse ripiegando su una politica di austerità per limitare l’inflazione. Questo peggiora ulteriormente la situazione drammatica del nostro debito pubblico. L’ultima vendita di titoli pubblici italiani si è chiusa con un tasso del 3,5%, due punti in più di quelli tedeschi, e la strada per uno spread verso i 300 punti sembra aperta. Certo, la BCE continuerà a comprare sul mercato secondario i titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, ma a condizione che dimostrino di aver attuato politiche di rigore economico e fiscale. Una condizionalità che è difficile scorgere da noi. Pertanto, alle tre sciagure che si prospettano per il prossimo autunno elencate sopra, se può aggiungere un’altra: quella di rimanere soli, o di ricevere aiuti dalla BCE tramite il nuovo scudo antispread (TIP, Trasmissions Protection Mechanism) accettando, però, di essere, di fatto, commissariati come accadde nel 2011. L’uragano sembra in arrivo, ma le nostre forze politiche impegnate in campagna elettorale sembrano vivere in un altro mondo: anziché offrire risposte a questo uragano energetico, si preoccupano di poltrone da spartire, promettono sussidi a pioggia e tagli alle tasse, e sognano incomprensibili riforme istituzionali. Un clima drammaticamente surreale. Ma attenzione, perché mentre a Roma si parla, Sagunto brucia.
R.M.
I
BLASFEMI VERSETTI SATANICI
IL CONIGLIO DAL CILINDRO
IL KENYA A UNA SVOLTA?
R.M.
L’INCHIESTA TRUMP E I SUOI “PRECEDENTI”
ACCORDO A GAZA: COSA HA (E NON) OTTENUTO ISRAELE
L’”ALTRA SINISTRA”: ARGENTINA A RISCHIO DEFAULT
Da una sinistra
innovativa e riformista che vince, quella colombiana, a una sprofondata in una
gravissima crisi, quella peronista argentina. Già l’anno scorso, alle elezioni
di mid term, il governo di Alberto Fernàndez, in carica a seguito della
vittoria alle elezioni presidenziali del 2019, aveva subito un sonoro schiaffo
dalle destre perdendo la maggioranza in Senato. La crisi economica si era
aggravata terribilmente nell’ultimo anno anche a causa della pandemia:
inflazione al 52,1% (la terza più alta del mondo, dopo Venezuela e Sudan),
crollo del Pil del 9,9%, una percentuale di poveri al 40% e una moneta in
svalutazione continua. Una crisi che ha approfondito crepe già evidenti
nella maggioranza di governo, con la divaricazione fra lo stesso Fernàndez e la
vicepresidente Cristina Kirchner che, ormai, punta apertamente a scalzarlo. Le
mosse della Kirchmer, tuttavia, appaiono avventate e scriteriate. Il 3 luglio
ha praticamente imposto le dimissioni al Ministro dell’Economia Martin Guzman,
fedelissimo di Fernàndez, che aveva comunque ottenuto il rifinanziamento del
debito argentino di 45 miliardi e una dilazione dei pagamenti. Il suo posto
l’aveva assegnato a Silvina Batakis, un’economista di origine greche dai
precedenti inquietanti (nel governo della provincia di Buenos Aires guidato da
Daniel Scioli, dal 2011 al 2015, lasciò un debito colossale e mancati pagamenti
di opere pubbliche e stipendi). Infatuata di ideologia castrista, ha affrontato
la crisi del debito pubblico con altro… debito pubblico, e cioè stampando
banconote nonostante la precaria situazione della Banca centrale ed elargendo
un ulteriore sussidio statale per tutti (lo “Stipendio Universale”, in pratica,
un sostanzioso bonus stipendiale). Misure che hanno fatto crollare la moneta
argentina (330 pesos per un dollaro: all’epoca della presidenza di Mauricio
Macrì ci furono tumulti con un dollaro a “soli” 49 pesos) e che hanno fatto
impennare ulteriormente i prezzi impoverendo la gente. Accortasi, specie dopo
la sua sanguinosa “ricetta” politica, che la Batakis non riscuoteva la
credibilità internazionale, un mese dopo l’ha subito licenziata sostituendola
con Sergio Massa, altra figura piuttosto inquietante in Argentina. Anzitutto,
non ha nessuna esperienza economica (ha una laurea in giurisprudenza),
cionondimeno la Kirchner gli ha assegnato anche il Ministero dell’Agricoltura e
delle Attività Produttive. Poi, è famoso per essere un cinico trasformista
simile a Luigi Di Maio (ma non è ancora arrivato a fondare un suo partito per
presentarsi poi, alle elezioni, con un altro). Vedremo come saprà gestire
l’accordo concluso col Fondi Monetario Internazionale per la restituzione di
44,5 miliardi di dollari (l’FMI, nel 2018, concesse 57 miliardi all’Argentina
per evitare il default). Alla sua incompetenza, però, si aggiunge una
maggioranza divisa, unita solo dagli slogan classisti tipici dell’ideologia
peronista che accusano agricoltori e industriali di essere degli sfruttatori.
Insomma, un disastro che, secondo qualcuno, è volutamente provocato dalla
Kirchner per far cadere Fernàndez e sostituirlo alla presidenza (sarebbe il suo
terzo mandato) per beneficiare ancora dell’immunità a fronte di una causa di
corruzione nelle opere pubbliche intentata contro di lei (è riuscita ad evitare
già 10 processi da quando è vicepresidente). Intanto, i prezzi sono alle
stelle, gli scaffali dei supermercati sono vuoti, il mercato nero spadroneggia.
La situazione è molto simile a quella del 2001 quando l’Argentina dichiarò un
default di 132 miliardi di dollari. E manca anche la carta igienica.
UNA NUOVA, INTERESSANTE SINISTRA IN COLOMBIA
Esordisce oggi il primo
governo di sinistra della storia della Colombia: lo guida Gustavo Petro, ex
guerrigliero negli anni Ottanta, poi convertitosi a una linea più “riformista”.
Vicepresidente sarà Francia Màrquez, afrocolombiana, ambientalista, di origine
contadina, che ha lavorato come donna delle pulizie pagandosi gli studi
universitari e diventando avvocato difensore dei diritti ambientali. Petro ha
vinto le elezioni battendo al secondo turno, il 19 giugno scorso,
l’imprenditore Rodolfo Hernandez, espressione di uno dei tanti partiti
indipendenti. Proprio il ballottaggio ha rappresentato la novità più grande
nella storia colombiana: i partiti storici, liberale e conservatore, hanno
tutti perso al primo turno. Proprio questo bipolarismo ha caratterizzato la
storia della Colombia nell’ultimo mezzo secolo: una spartizione del potere fra
questi due partiti più affini che diversi culminata nel “Frente Nacional”, un
patto di alternanza secondo il quale la presidenza sarebbe dovuta durare al
massimo 16 anni (cioè quattro mandati). Di fatto, il potere è sempre rimasto
ostaggio di élite e di famiglie che si avvicendavano ai vertici dello Stato.
Dal 2002 al 2022 l’ultima espressione di questa gestione di “casta” del potere
ha portato alla presidenza i conservatori Alvaro Uribe, Juan Manuel Santos e
Ivàn Duque. Ma già il 29 maggio i colombiani hanno detto uno storico “basta”
promuovendo per il ballottaggio due candidati al di fuori dell’establishment colombiano. Al ballottaggio
hanno poi premiato Petro a scapito di Hernandez (49,77% contro 46,74%), il cui
programma era eccessivamente incentrato sulla lotta alla corruzione e sul
linguaggio di denuncia aperta, e per il resto non molto innovativo e farcito
più di slogan che di proposte concrete (libertà d’impresa, rafforzamento del
settore industriale e degli idrocarburi). Va detto, comunque, che al
ballottaggio i votanti sono stati il 58,17% degli aventi diritto, il massimo
dal 1998: il desiderio dei colombiani di voltare pagina si comprende anche da
questo dato. La Colombia, perciò, svoltando a sinistra, si è aggiunta a Cile,
Perù, Bolivia, Honduras, Messico, Argentina, Nicaragua e Venezuela. Ma quella
di Petro è una sinistra ben diversa da quella messicana, venezuelana, nicaraguense
o a quella ideologica neosocialista che caratterizzava la politica dell’America
latina di un paio di decenni fa. E’ una sinistra non dissimile da quella moderata europea, dialogante, progressista, per
certi versi riformista, orientata verso una concezione positiva del mercato e
dell’economia e favorevole ai settori produttivi. In cima al programma di Petro c’è la lotta ai cambiamenti
climatici: Petro intende ridurre progressivamente la ricerca di nuovi pozzi
petroliferi e le emissioni di carbonio (la Colombia è Paese esportatore di
petrolio e carbone) a vantaggio di una altrettanto graduale transizione verso
le energie pulite (solare ed eolica), con l’impegno a puntare verso un modello
economico più produttivo che estrattivista. La lotta contro la fame e la
povertà è un altro punto cardine: sono previsti potenziamenti dei settori
nazionali agroindustriali, tessile e turistico per ridurre la disoccupazione, e
consistenti sostegni alle popolazioni rurali, oltre che l’applicazione di una riforma
agraria distributiva che colpisca il latifondo. Altra proposta è la riduzione
della violenza tramite la riapertura dei colloqui di pace con i guerriglieri
dell’Esercito di Liberazione Nazionale e un appoggio ai processi dei colloqui
regionali per risolvere democraticamente i conflitti sociali. In politica estera spicca la proposta di
ristabilire le relazioni diplomatiche col Venezuela (interrotte nel 2019):
Petro non simpatizza per Maduro, ma intende uscire da una crisi che ha impoverito
venezuelani e colombiani riattivando le economie dei due Paesi, ripristinando i
voli diretti, garantendo i reciproci diritti consolari e stroncando le mafie
che controllano alle frontiere il transito clandestino di persone e merci. La
lotta alla droga privilegiando il dialogo tra i Paesi della regione e gli Stati
Uniti sostituendola alla fallimentare strategia dello scontro e la difesa della
foresta amazzonica minacciata dallo sfruttamento perpetrato dalle industrie
minerarie e petrolifere saranno ulteriori banchi di prova di questa
interessante sinistra che si affaccia in America Latina, e che forse ha
qualcosa da insegnare anche alla nostra sinistra.
UNA "BOMBA" PER NETANYAHU?
Perché Israele ha deciso un’operazione
militare nel cuore di Gaza? Occorre premettere che la tensione nella cosiddetta
Terra Santa era iniziata il 1° agosto con l’arresto di Bassem a-Saadi, leader
della jihad islamica in Cisgiordania. L’ala militare del movimento, le Brigate
al-Quds, aveva minacciato ritorsioni, così Israele ha subito chiuso per ragioni
di sicurezza le strade intorno al territorio occupato da Hamas. La reazione
israeliana si era limitata a questo. Poi il 5 agosto ecco il colpo di scena: l’esercito
israeliano decide per un’operazione militare a Gaza durante la quale viene
ucciso Taysir al-Jabari, responsabile del coordinamento fra Jihad islamica e
Hamas. Perché questa decisione? La motivazione militare ha certamente un suo
peso, tuttavia lascia perplessi tanto la sproporzione dell’intervento per
arrestare, ci mancherebbe altro, un esponente del terrorismo islamico, ma che
aveva compiti di coordinamento, non era certamente un leader in prima linea,
quanto la decisione di metterla in atto cinque giorni dopo l’arresto di a-Saadi
senza che vi fosse una concreta minaccia al di là dei proclami bellicosi
piuttosto scontati della Jihad islamica. Se la motivazione militare lascia
perplessi, occorre provare ad andare più in profondità, tentando di individuarne
una politica. Sappiamo che l’attuale governo israeliano, guidato da Yair Lapid,
è provvisorio, perché in autunno si terranno le quinte elezioni politiche in
meno di tre anni e mezzo. Il governo di Naftali Bennett era formato da una
maggioranza eterogenea il cui unico scopo era sconfiggere Benjamin Netanyahu e
isolarlo all’opposizione. Ora che il governo è caduto, Netanyahu torna a
diventare una minaccia per i suoi avversari, e si prepara a formare un blocco
di centrodestra che, nel solco della ormai tradizionale politica israeliana, si
basa anzitutto sulla sicurezza. Ecco che allora i suoi avversari potrebbero
cercare di sottrarre questa arma propagandistica a Netanyahu mostrando la loro
assertività. Lapid ha giustificato l’operazione militare, appunto, con la sua
volontà di riportare Israele alla normalità, cioè alla sicurezza: in questa
logica di calcolo politico elettoralistico non diversa da quella che ha
motivato il contestato viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan potrebbe collocarsi
l’operazione militare decisa da Lapid, avendo anche probabilmente incassato il
“via libera” dagli Stati Uniti come contraccambio al proseguimento dei
negoziati con l’Iran. In tal caso l'obiettivo dell'operazione militare,
paradossalmente, è più Netanyahu che i terroristi islamici. Va, però,
detto che questa strategia politica mirata alle elezioni era già stata tentata
in passato: Ehud Olmert aveva deciso di attaccare la striscia di Gaza pochi
mesi prima del voto per mostrare agli israeliani la sua assertività nel garantire,
appunto, la sicurezza. I risultati militari ed elettorali furono, però,
disastrosi, perché la sicurezza, al contrario, diminuì: da Gaza partirono
missili che raggiunsero il cuore di Israele, proprio come oggi. Lapid, che sicuramente non è uno
sprovveduto e conosce la storia dei suoi predecessori, ha messo in conto questo
rischio? Probabilmente si, ma è anche vero che, sentendosi con le
spalle al muro per il fallimento governativo e non avendo più nulla da perdere,
potrebbe aver deciso di “giocare d’azzardo”. Ultimamente, però, pare si giochi
un po’ troppo d’azzardo. E non solo in Israele.
R.M.
ALCUNE PRECISAZIONI (NON SCONTATE) SU TAIWAN
La reazione della Cina
alla visita di Nancy Pelosi c’è stata, per fortuna prevalentemente dimostrativa.
Xi Jimping non poteva fare altrimenti per non perdere la faccia in vista del
Congresso del Partito Comunista Cinese dal quale si aspetta un terzo mandato.
Ma non deve neanche esagerare nella reazione: in uno scontro aperto avrebbe
tutto da perdere, considerando che gli Stati Uniti sono nettamente superiori
dal punto di vista militare, e che la Cina stessa è economicamente in sofferenza
per i continui lockdown pandemici. Anche oltrepassare un certo limite potrebbe
compromettere il suo obiettivo. La Cina è stata, comunque, messa alle corde: come
avevamo scritto precedentemente (https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/amargine-della-visita-di-nancy-pelosi.html)
gli Stati Uniti incassano indiscutibilmente un successo, ma la distensione
internazionale incassa un altrettanto indiscutibile insuccesso, così come la
situazione di Taiwan non è cambiata di una virgola. Lascia perplessi la
modalità con la quale le grandi potenze giocano a Risiko sulla pelle delle
persone. Dopotutto, è interesse anche di Taiwan non mettere in discussione la
sovranità cinese: è la migliore garanzia per difendere la loro autonomia da
reazioni aggressive che non potrebbero che comportare tragiche conseguenze. Ricordiamoci
che mai nessuno, nella storia, ha inteso considerare Taiwan come uno Stato
indipendente. La questione taiwanese è nata nel 1949, quando i nazionalisti di
Chang Kai Shek lasciarono la Cina sconfitti dai comunisti di Mao Zedong. A
Taiwan diedero vita a un governo in esilio. In nome della Cina, però, non di un
Taiwan indipendente. Né Mao, né Chang Kai Shek, né alcun cinese o taiwanese di
oggi metterebbe in discussione l’appartenenza di Taiwan alla Cina. Anche a
livello internazionale si è sempre rimasti su questa linea: non c’è mai stato
un seggio all’Onu per Taiwan. Quello occupato fino al 1971 dal governo di Chang
Kai Shek fu sempre il seggio appartenente alla Cina: infatti, la comunità
internazionale fino a quell’anno non aveva riconosciuto legittimo il governo di
Mao. Ricordiamoci che la guerra di Corea fu decisa dal Consiglio di Sicurezza
dell’Onu perché l’Unione Sovietica boicottò la seduta protestando perché il
seggio della Cina era stato assegnato al governo in esilio a Taiwan: ne scaturì
una decisione all’unanimità che fece scattare la guerra. Tutto si ricompose, appunto,
nel 1971, quando il seggio fu tolto a Taiwan e assegnato al governo comunista
di Pechino. La riassegnazione del seggio comportò l’apertura di relazione
diplomatiche da parte di moltissimi Stati, compresi gli Stati Uniti: proprio
questi ultimi hanno riconosciuto il governo comunista di Pechino come autentica
espressione della Cina, pur difendendo l’autonomia (ma mai l’indipendenza) di
Taiwan. E’, d’altra parte, vero che la questione taiwanese, negli ultimi anni,
ha subito un’involuzione della quale la prima responsabile è la Cina: Xi Jimping
ha usato toni minacciosi verso lo status
quo di Taiwan. Vale anche qui quanto detto sopra: la crisi interna del
Covid ha indotto Xi a una maggiore assertività verso l’isola per non offuscare
la sua immagine. All’assertività cinese, però, si è aggiunta quella americana
nell’arrivare a mettere in discussione la storica linea di politica estera sostenendo
addirittura l’indipendenza di Taiwan in nome della democrazia. Anche in questo
caso, il motivo principale è stato quello di riguadagnare prestigio e consenso in
vista delle elezioni di novembre dopo la disastrosa fuga da Kabul dello scorso
anno. Viene, però, da chiedersi se, per riguadagnare prestigio e consenso, non
ci siano altri modi più soft e meno
rischiosi del cinico viaggio di Pelosi. Questi sono giochi pericolosi che ci
interrogano sulla bassa qualità e pochezza intellettiva delle attuali classi
dirigenti mondiali.
A MARGINE DELLA VISITA DI NANCY PELOSI A TAIWAN
La discussa visita e
provocatoria di Nancy Pelosi a Taiwan è stata un successo per la politica
americana oppure no? Occorre rilevare che quasi contemporaneamente al gesto
della portavoce democratica alla Camera del Congresso è avvenuto un altro fatto
assolutamente imprevedibile: l’uccisione del nuovo leader di al-Qaeda Ayman al
Zawahiri, avvenuta per ordine del presidente Joe Biden. I due fatti
ravvicinati, combinati o no, sembrano dirci che gli Stati Uniti, in politica
estera, sono ben diversi da quelli di un anno fa, quando scapparono da Kabul, e
sono pronti a mostrare i muscoli senza farsi troppi scrupoli. Lo avevamo già
intuito nell’oltranzismo antirusso adottato nella guerra russo-ucraina, ci pare
di vederlo confermato in questi due fatti accaduti nel giro di pochissimi
giorni. Va aggiunto che la visita della Pelosi ha provocato la reazione della
Cina che ha, non senza ragione, accusato gli americani di aver violato la
sovranità cinese su Taiwan (che gli Stati Uniti hanno sempre riconosciuto), ma è
anche vero che, alla fine (e fortunatamente) la Cina è rimasta a guardare,
sapendo bene che lo scontro non le conveniva. A meno che prepari una ritorsione nei giorni che verranno (già si parla, ad esempio, di sanzioni commerciali a Taiwan), al momento forse è addirittura il primo
grave scacco subito da Xi Jinping, che fra pochi mesi si presenterà al
Congresso del Partito Comunista Cinese per ottenere un terzo mandato. Uno
scacco che potrebbe avere strascichi antipatici per lui: qualcuno potrebbe
iniziare a sospettare che la Cina, dopotutto, è una “tigre di carta”. Se
interpretassimo in questo modo gli avvenimenti, la visita di Pelosi, combinata
con l’uccisione di al Zawahiri, è stata un successo per la politica americana. Ma
i due fatti sono realmente combinati, cioè preventivamente premeditati, per
così dire? Non ci sono prove per sostenerlo. Inoltre, resta da capire come mai
Biden abbia sconfessato il viaggio di Pelosi in un modo politicamente ingenuo,
cioè pubblicamente, rischiando di dare un’immagine di un Paese diviso. Come dice
un proverbio, infatti, “i panni sporchi si lavano in convento”. Tenendo conto del
“fatto nuovo” subentrato quasi contemporaneamente alla visita di Pelosi,
l’assassinio del leader di al-Qaeda, è, forse, possibile fare due ipotesi. La
prima è che tutto sia stato studiato “a tavolino” appunto per dimostrare la
rinnovata assertività della politica estera americana: Biden voleva umiliare la
Cina e Pelosi è andata a Taiwan d’accordo con lui. La sconfessione pubblica
serviva solo per non impegnare il presidente e la nazione ed evitare una crisi
diplomatica dagli esiti imprevidibili; contemporaneamente, per ordine dello
stesso presidente, ecco l’uccisione di al Zawahiri (che già si sapeva dov’era).
Due colpi ravvicinati, due gesti dimostrativi per mostrare al mondo che gli
Stati Uniti possono colpire quando vogliono. La seconda ipotesi è che Biden e
Pelosi fossero realmente in disaccordo. Ciò mostrerebbe da un lato la clamorosa
ingenuità politica di Biden nel rendere pubblico il suo disaccordo, e da un
lato la presenza di gravi spaccature tra i democratici. Va detto che secondo un
recente sondaggio del New York Times/Siena College il 64% degli elettori
democratici vorrebbe per il 2024 un nuovo presidente. Forse Pelosi ci sta
facendo un pensierino? Il gesto clamoroso della visita a Taiwan non potrebbe,
allora, essere un modo per smarcarsi da Biden e iniziare a porre in essere una
sua eventuale candidatura? In tal caso, però, Biden avrebbe prontamente
“parato” il colpo con l’uccisione di Zawahiri: uno a uno, palla al centro, come
si suol dire. Lascerebbe, però, perplessi il modo col quale gli americani fanno
campagna elettorale, strumentalizzando pericolosamente i rapporti
internazionali. Sono, ovviamente, tutte ipotesi, compresa quella relativa al
fatto che gli americani già sapessero dove il leader di al-Qaeda si trovasse.
Ma una cosa è certa: quanto è successo non è d’aiuto a chi si impegna per la
pace. Gesti come quello della Pelosi non favoriscono la distensione, ma
complicano le relazioni internazionali radicalizzando i rapporti fra le grandi
potenze. D’altra parte, come spesso si dice (lo ha detto anche il Papa all’Angelus
di domenica), le guerre sono il più grosso affare del mondo.
LA
SCELTA DI LETTA
TREGUA NEI BALCANI
VERSO
UNA BULGARIA FILORUSSA?
Il Presidente della
Repubblica Rumen Radev, dopo un mese di fallimentari consultazioni per cercare
di formare un nuovo governo, ha sciolto il Parlamento nominando Primo Ministro ad interim Galab Donev: si va verso le
quarte elezioni anticipate in autunno. Il governo uscente, guidato da Kiril
Petkov, si è caratterizzato in politica interna per una forte connotazione populista,
e in politica estera per una marcata impronta antirussa, europeista, ma
piuttosto filoatlantica. Ha, però, sottovalutato il legame con la Russia alla
quale la mentalità dei bulgari, al di là di qualsivoglia schieramento politico,
è ancora legata. E’ bastato, infatti, che a febbraio licenziasse incautamente il
Ministro della Difesa Stefan Yanev per aver osato definire l’invasione russa in
Ucraina con le identiche parole di Vladimir Putin, una «operazione militare»,
per provocare il primo smottamento nella sua maggioranza. Per tutta risposta, infatti,
Yanev è uscito dalla maggioranza con un manipolo di parlamentari creando un suo
partito filorusso indebolendo il governo. Intanto, Petkov continuava la sua
politica decisamente antirussa, al punto da provocare la reazione di Putin che
ha privato del tutto la Bulgaria della fornitura di gas. L’impennata dei prezzi
energetici ha reso dura la vita all’economia e al popolo bulgaro: il governo,
già indebolito, ha iniziato a perdere rapidamente consenso. Ne ha approfittato
il partito nazionalista e populista guidato dal cantante Stanislas Trifonov (una
specie di Movimento Cinque Stelle e di Beppe Grillo in salsa bulgara) che, il
22 giugno scorso, opponendosi alla candidatura all’Unione Europea della
Macedonia del Nord, è uscito dal governo provocandone la caduta dopo solo otto
mesi di vita. Si andrà, dunque, a elezioni. Cosa succederà? Le elezioni bulgare ci interessano da vicino, perché
la Bulgaria, avendo a est uno sbocco sul Mar Nero, influisce direttamente sulla
guerra russo-ucraina. Il malcontento causato dall’impennata del prezzo del gas potrebbe
portare a un rovesciamento della maggioranza con la vittoria dei partiti
filorussi. Se così fosse, la Russia (che, con ogni probabilità riaprirebbe i
rubinetti del gas) avrebbe un alleato in più. L’Unione Europea e gli Stati
Uniti, invece, un nemico in più. Inoltre, il vento dell’Unione Europea potrebbe
soffiare con più consistenza verso Mosca, più che verso Kiyv. Indipendentemente
da quello che accadrà in Bulgaria (ma anche in Italia, dove la politica estera
continua a rimanere un rebus viste e considerate le più disparate forze
politiche anche facenti parte di una stessa coalizione in lizza nella campagna elettorale),
un riequilibrio della politica estera di Bruxelles troppo allineata agli Stati
Uniti sarebbe auspicabile.
R.M.
UNA POLVERIERA PRONTA A ESPLODERE
La guerra russo-ucraina
ha oscurato e potrebbe provocare un’eventuale esplosione della polveriera
balcanica. Due sono le aree nevralgiche: la Bosnia-Erzegovina, lo Stato
binazionale serbo-croato, e il Kosovo. Già dall’anno scorso un documento
attribuito all’ex Primo Ministro sloveno Janez Janša pubblicato sul portale
informativo sloveno https://necenzurirano.si/
proponeva il definitivo smantellamento della Bosnia-Erzegovina, con l’annessione
delle aree a maggioranza croata e serba rispettivamente alla Croazia e alla
Serbia e l’assegnazione del resto del territorio alla componente
bosgnacco-musulmana. Per il Kosovo, invece, proponeva l’unione con l’Albania attribuendo
alla minoranza serba l’autonomia politica. L’unificazione dell’entità serba in
Bosnia garantirebbe la rinuncia della Serbia al Kosovo. Il documento, sebbene
non avesse avuto risposte ufficiali da nessuno, rappresentava la “punta dell’iceberg”
di una situazione via via sempre più critica. I bosgnacchi e i croati
si guardano sempre più in cagnesco: sembra che il loro odio reciproco sia
maggiore rispetto a quello che provano verso la Serbia e i serbi bosniaci. I
bosgnacchi, infatti, hanno cancellato ogni forma di rappresentanza
istituzionale ai croati bosniaci, contribuendo all’elezione alla presidenza per
parte croata di Željko Komšić. Quest’ultimo è molto sensibile alla causa
bosgniacca perché, oltretutto, non ha nemmeno la cittadinanza croata.
Quindi, i bosgniacchi possono, di fatto, contare su due presidenti: Šefik Džaferović, presidente
eletto da loro, e, appunto, Komšić, che dovrebbe rappresentare i croati,
ma che difende i bosgniacchi. Risultato: i croati hanno perso la loro
tv pubblica e subiscono pesanti limitazioni, a partire da quelle culturali (si
vedono perfino ridotta la libertà di usare la loro lingua). Per parte sua, il
presidente di parte serba, Milorad Dodik, ha ritirato i serbi da varie
istituzioni comuni e ha formato un esercito serbo. Pur non fornendo risposte al
documento di Janša, l’anno scorso dichiarò quello che ha sempre pensato e che
pensa tuttora, e cioè che la Bosnia Erzegovina va smantellata. Lo stesso Dodik,
in relazione al Kosovo, sembrava, però, essersi dichiarato disponibile, seppur
non ufficialmente, a un compromesso che prevedesse la cessione all’Albania
della Valle di Preševo, un’area della Serbia meridionale confinante con il
Kosovo ma abitata in prevalenza da albanesi, e il ritorno alla Serbia
dell’enclave a maggioranza serba del Kosovo settentrionale. Il piano è saltato.
Considerata la direzione oltranzista che sta prendendo la politica serba in Bosnia-Erzegovina,
implicitamente fiancheggiata da quella bosgnacca, la latitanza della
comunità internazionale “distratta” per la guerra russo-ucraina, l’appoggio che
la Russia può offrire per aprire agli occidentali un altro fronte bellico che
alleggerisca il loro appoggio all’Ucraina, i presupposti per un’intesa fra
serbi di Bosnia e Serbia che risolva i contenziosi in Bosnia-Erzegovina e in
Kosovo con la forza ci sono tutti. La polveriera balcanica è pronta ad
esplodere. Qualcuno se ne accorgerà?
I RUGGITI DEI “LEONI” Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...