VERSO L’URAGANO ENERGETICO/2

Dieci giorni fa (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/verso-luraganoenergetico.html) menzionavamo i drammi che stanno vivendo Cristian Bulgarelli e Andrea Franzese, e descrivemmo la situazione effettivamente drammatica che, a partire da quanto stava accadendo in Francia e Germania, rischiava di allargarsi a macchia d’olio in tutta l’Ue e da noi. In questi ultimi dieci giorni, purtroppo, la situazione è ulteriormente peggiorata. Ancora una volta, il ruolo di “battistrada” negativo l’ha avuto la Germania. Il governo di Olaf Scholz si è reso conto che per arginare la tremenda crisi energetica non basta più neanche la tassa sul consumo del gas a carico delle famiglie imposta fino al 2024, e ha varato, con ordinanza del 24 agosto, un piano di contenimento energetico, che prevede una limitazione nell’uso dei termosifoni negli uffici a 19 gradi (che scende a 12 gradi nei luoghi di lavoro a intensa attività fisica), il loro spegnimento in luoghi chiusi nei quali non si permane (come corridoi, magazzini destinati a macchinari, hall ecc.), lo spegnimento dell’illuminazione di negozi, insegne, monumenti ed edifici pubblici dalle 22 alle 6. Se tutto questo non basterà, scatterà lo stato di emergenza con un vero e proprio razionamento.
Le prospettive di un allineamento alle misure draconiane tedesche da parte degli altri Paesi europei, compreso il nostro, sono concrete. Alle sanzioni che danneggiano solo noi e alla siccità, delle quali abbiamo parlato dieci giorni fa, vanno aggiunti due fattori che probabilmente aggraveranno la situazione generale. Il primo è legato alla decisione della Freeport LNG, esportatore americano primario di gas liquefatto in Europa, di limitare le esportazioni almeno fino metà a novembre, lasciando, in pratica, l’Ue senza gas americano. Maliziosamente si potrebbe far notare che la misura perdurerà fino alle elezioni di mid-term che si preannunciano non facili per Joe Biden e i democratici, ai quali potrebbe essere fatale un aumento del costo energetico. Vera o no questa ipotesi, è bene domandarsi se la priorità degli Stati Uniti è fare anzitutto i loro interessi o difendere i loro alleati. Il secondo fattore è legato alla determinazione con la quale la Bce intende combattere l’inflazione alzando i tassi di interesse. La Fed sta facendo lo stesso negli Stati Uniti. Ma la situazione è diversa: negli Stati Uniti i prezzi sono alti perché è alta la domanda dei consumatori: circolano ancora molti dollari erogati per sostenere la ripresa post pandemica. Questo garantisce alti utili alle imprese, che possono produrre e collocare sul mercato i loro prodotti senza problemi (l’energia non è un problema così drammatico per gli Stati Uniti, dato che ne hanno più di noi, e il caroenergia, paragonato al nostro, è praticamente inesistente). Il rialzo deciso dalla Fed effettivamente protegge i cittadini americani da un’eccessiva impennata dei prezzi senza mettere a rischio gli utili delle imprese. Ma nell’Ue l’impennata dei prezzi è causata dalle sanzioni, cioè dalla carenza di energia che costringe le imprese, per mantenere gli utili, ad alzare i prezzi dei loro prodotti. In un contesto del genere, alzare i tassi di interesse stroncherebbe gli sforzi delle imprese per non andare in perdita, e ci porterebbe direttamente alla recessione. La crisi energetica diventerebbe subito una nuova crisi economica, più drammatica di quella del 2011 e dell’epoca Covid, anche perché la linea di austerità appena imboccata stroncherebbe anche le manovre di sostegno alle imprese e ai cittadini dei governi nazionali: la Bce, infatti, ha già annunciato che non sosterrà più i titoli legati all’emissione di debito pubblico se non a rigide condizioni fiscali e di bilancio (questo è il senso del nuovo scudo antispread che avevamo precedentemente spiegato). Non a caso, nel solo mese di agosto, gli hedge funds hanno preso in prestito Btp per 39 miliardi di dollari per scommettere al ribasso contro il nostro debito pubblico, che ha raggiunto il record assoluto sotto Mario Draghi per i continui sostegni a impresi e cittadini per la ripresa post pandemica, scommettendo, così, su un rischio default per il nostro Paese che potrebbe arrivare per la crisi energetica e per la non improbabile instabilità politica dopo le elezioni del 25 settembre. Ma il nostro debito pubblico non sarebbe il solo esposto alla speculazione. Insomma, per dirla terra terra, niente gas e niente soldi: a oggi questo sembra il destino più probabile che dovremo prepararci ad affrontare. Speriamo di sbagliarci o che avvenga un’imprevedibile inversione di tendenza (come la fine della guerra, o il varo di una politica comune europea energetica, o di un tetto europeo al prezzo del gas superando le resistenze dei Paesi del nord), altrimenti i casi Bulgarelli e Franzese si moltiplicheranno, così come le tragedie personali per fallimenti, chiusure e disoccupazione, e passeremo dai lockdown pandemici ai “lockdown” energetici: il contenimento e il razionamento energetico. Luci spente e poco (o niente) riscaldamento anche da noi. E già si sente parlare dell’ipotesi di un giorno di DAD settimanale per le scuole proprio per risparmiare energia.

 

R.M.


VERSO L’URAGANO ENERGETICO/1

Cristian Bulgarelli ha pubblicato su Tik Tok un video drammatico nel quale mostra una bolletta energetica e chiede aiuto per non chiudere la sua gelateria a Carpi. Andrea Franzese, titolare di un’impresa campana di conserve di pomodoro, pubblica una foto sui social con la sua bolletta e denuncia di essere lasciato solo sulla strada del fallimento. Sono le prime avvisaglie di quello che potrebbe essere un autentico uragano energetico che si sta per abbattere in tutta Europa e da noi, e che minaccia di essere anche più drammatico della pandemia. Nel pieno dei bagordi estivi pochissimi si sono accorti di quanto sta succedendo. I prezzi dell’energia sono saliti alle stelle, e non solo per la guerra. Si è aggiunta anche la siccità. I futures annuali sull’elettricità di Francia e Germania, nei giorni scorsi, sono saliti a 622 e a 455 euro per MWh. Non era mai successo. A causare questa impennata hanno contribuito la guerra russo-ucraina col sistema delle sanzioni che sta paradossalmente danneggiando l’Ue e non la Russia, e la siccità, che sta portato i grandi fiumi di quei Paesi al di sotto della soglia di navigabilità: poca acqua per trasformarla in energia elettrica, ma anche blocco delle navigazioni e delle forniture vitale per molte grandi e piccole industrie in arrivo, non solo franco-tedesche, ma anche di altri Paesi (specialmente nostre) per i contratti di fornitura e di partecipazione che li legano a quelle. In Germania si è aperta ufficialmente la crisi energetica: lo Stato ha provato a stanziare fondi per evitare il default delle utility dell’energia, ma ora non ce la fa più, e il governo di Olaf Scholz ha deciso di prorogare il funzionamento delle ultime tre centrali nucleari attive e di scaricare il salvataggio delle utility e delle industrie tedesche sulle famiglie imponendo una tassa sul consumo del gas fino al 2024, chiedendo con toni accorati l’aiuto dell’Ue (ma la bocciatura di un tetto sul prezzo del gas proposto qualche tempo fa da Mario Draghi da parte degli Stati venditori di energia che potrebbero lucrare sui prezzi non lascia ben sperare). La situazione è grave: si prospetta un autunno di prezzi stellari, fallimenti industriali, disoccupazione. I casi di Bulgarelli e di Franzese potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Non dimentichiamoci che il nostro debito pubblico non consente più di erogare sussidi e bonus come nel periodo emergenziale della pandemia, e che la BCE ha deciso di alzare i tassi d’interesse ripiegando su una politica di austerità per limitare l’inflazione. Questo peggiora ulteriormente la situazione drammatica del nostro debito pubblico. L’ultima vendita di titoli pubblici italiani si è chiusa con un tasso del 3,5%, due punti in più di quelli tedeschi, e la strada per uno spread verso i 300 punti sembra aperta. Certo, la BCE continuerà a comprare sul mercato secondario i titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, ma a condizione che dimostrino di aver attuato politiche di rigore economico e fiscale. Una condizionalità che è difficile scorgere da noi. Pertanto, alle tre sciagure che si prospettano per il prossimo autunno elencate sopra, se può aggiungere un’altra: quella di rimanere soli, o di ricevere aiuti dalla BCE tramite il nuovo scudo antispread (TIP, Trasmissions Protection Mechanism) accettando, però, di essere, di fatto, commissariati come accadde nel 2011. L’uragano sembra in arrivo, ma le nostre forze politiche impegnate in campagna elettorale sembrano vivere in un altro mondo: anziché offrire risposte a questo uragano energetico, si preoccupano di poltrone da spartire, promettono sussidi a pioggia e tagli alle tasse, e sognano incomprensibili riforme istituzionali. Un clima drammaticamente surreale. Ma attenzione, perché mentre a Roma si parla, Sagunto brucia.

R.M.


I BLASFEMI VERSETTI SATANICI

Sarebbe sbagliato concentrare l’attenzione del romanzo di Salman Rushdie, pakistano di religione musulmana emigrato in Inghilterra e diventato agnostico, sull’elemento religioso, quello che coinvolge Maometto e il Corano, rispetto a quello sociopolitico, decisamente prevalente. Il romanzo, di difficile lettura e piuttosto caotico, narra la vicenda dello smarrimento identitario e della discriminazione subita in territorio britannico da due attori indiani, Saladin Chamcha e Gibreel Farishta, caduti da un jumbo esploso per un’azione terroristica. E’ la narrazione del tipico dramma di esuli, profughi e migranti che spesso provano nel Paese di approdo, e che forse ha sperimentato lo stesso Rushdie. Ma l’attenzione si è poi concentrata sull’elemento religioso che, occorre rilevarlo, ha determinato il successo del romanzo. Personaggio centrale qui è Gibreel, divenuto arcangelo, ma condannato a fare sogni mostruosi per essersi ingozzato di carne suina e aver abbandonato l’islam. In uno di questi, ambientato nella Mecca degli anni di Maometto, Gibreel impersona due personaggi contemporaneamente: un oscuro uomo d’affari, Mahound, che predica l’unicità di Dio scontandosi con i notabili locali, la cui ricchezze dipendeva dal commercio delle statue degli idoli, e, appunto, l’arcangelo Gabriele, nel quale si era trasformato nella realtà. Poiché Mahound ha un certo seguito, i notabili gli chiedono di pregare Allah affinché accetti il culto di tre divinità (Lat, Uzza e Manat) come segno di riconciliazione. Mahound sale sulla montagna e interroga Allah. Gli appare un arcangelo che gli comunica che Allah ha acconsentito alla proposta. Ma poi un altro arcangelo, che sarebbe lo stesso Gibreel, gli rivela che quello precedente era Satana (Shaitan) travestito, e che la volontà di Allah è quella di bruciare anche quegli idoli, perché lui è l’unico vero dio (la momentanea concessione di Maometto, in questo caso, è accettata dalla tradizione islamica). Sul monte, Mahound avrà altre rivelazioni da Gibreel, che il suo scriba persiano Salman metterà per rischio. Lo scriba, però, ha un dubbio: tutte quelle regole così ferree sono realmente frutto di rivelazione o sono invenzioni di Mahound? Decidendo di metterlo alla prova, apporta di nascosto qualche cambiamento. Mahound non se ne accorge, e Salman ha la prova dell’inganno. Scoperto, però, da Mahound mentre apporta modifiche alla sua rivelazione, verrà messo a morte. Morale: la rivelazione coranica è inattendibile perché Mahound/Maometto si fabbricava da solo le rivelazioni che gli facevano comodo, confondendo i suoi sogni e le sue pulsioni con la voce di Allah. Non solo. Quella stessa rivelazione era, spesso, frutto dell’opera di Satana/Shaitan che aveva assunto le sembianze dell’arcangelo. Ma Gibreel, nel sogno, avverte anche che l’arcangelo e Satana erano la stessa persona, per cui Gibreel era l’avatar di Mahound, Satana e dell’arcangelo Gabriele contemporaneamente. Pertanto, Dio non c’è, e tutta la rivelazione coranica sarebbe un’impostura, fabbricata secondo gli interessi di Maometto, a partire da quelli sessuali, tanto che si sarebbe inventata la rivelazione che gli consentiva di avere dodici mogli (che erano, poi, dodici prostitute di un famoso bordello di La Mecca). 
E’ evidente, perciò, il contenuto dissacratorio, blasfemo e offensivo de “I versetti satanici” nei confronti dell’islam, dei quali Rushdie è responsabile. Se avesse inteso criticare l’islam da un punto di vista storico, letterario, filosofico, psicologico, non avrebbe offeso nessuno, perché il diritto di critica spetta a tutti. Non il diritto di offendere. I musulmani hanno ragione a sentirsi offesi, sebbene sia inammissibile in ragione di questo volere la morte di una persona. Va anche detto che Rushdie chiese subito scusa quando si rese conto della pressoché unanime reazione del mondo musulmano. In questo senso, più che esaltare falsamente Rushdie come un martire di una libertà troppo spesso maliziosamente e malignamente intesa come il diritto di dire e fare ciò che voglio a prescindere da chi mi sta davanti (come sostiene l’illustre scrittore Roberto Saviano), sarebbe da sottolineare, al contrario, il grande esempio da lui dato di un uomo che si è reso conto di aver sbagliato e ha avuto l’umiltà di chiedere scusa. Questa è la vera grandezza di questo pur discutibile scrittore. Tutti sbagliano, ma ben pochi, oggi (e non solo tra i musulmani), sanno chiedere scusa e perdonare. In questo, Rushdie ha molto da insegnarci.

 

R.M.

 IL CONIGLIO DAL CILINDRO

Il coniglio dal cilindro: così si più definire il colpo messo a segno da Enrico Letta nel candidare Carlo Cottarelli, rimediando almeno in parte a un inizio di campagna elettorale molto simile a una Caporetto, essendo prevalsa in lui la volontà di isolare il nemico Matteo Renzi costruendo un’alleanza tra Carlo Calenda e la sinistra estrema tanto innaturale da essere rotta nello spazio di poche ore. Il leader del PD non ha saputo sfruttare appieno il punto debole del centrodestra, e cioè il fatto di essere appiattito su partiti estremi, e ha compromesso la possibilità di presentarsi come un credibile prosecutore della linea Draghi (Sinistra Italiana è sempre stata ostile al governo di unità nazionale). L’ideale sarebbe stato costruire un’intesa tra PD, Renzi e Calenda i quali, intanto, seppur tardivamente (ma in politica non è mai troppo tardi) hanno deciso di correre assieme, e questo ha permesso loro di poter intercettare il voto moderato perplesso da un PD alleato con una parte dell’estrema sinistra e di sottrarre la carta “agenda Draghi” al PD, essendo l’unica lista presente alle elezioni formata da partiti che hanno sempre appoggiato il governo tecnico. Un’alleanza con Renzi e Calenda avrebbe sicuramente intercettato gran parte del voto moderato, avrebbe permesso di richiamarsi autorevolmente a Draghi come possibile futuro Capo di governo, e messo il centrodestra sulla difensiva. Così non è stato. Ma la decisione di candidare Cottarelli ha “rimesso le cose un po’ a posto”, per così dire. Intanto, l’autorevole peso di Cottarelli sposta fortemente il baricentro della lista di Letta sul suo partito e quello di Europa +, indebolendo le velleità di Verdi e Sinistra Italiana. Ricordiamoci che questa lista ha la pretesa di conciliare l’inconciliabile: sostenitori e oppositori del governo Draghi da una parte, estremisti liberisti e filoatlantici (Europa +) con il “filoputinismo” di estrema sinistra e ideologia ecologista dall’altra. Cottarelli, poi, non è diverso da Draghi: questo consente a Letta di richiamarsi a Draghi senza nominarlo, ma trovando un autorevole sostituto. Inoltre, Cottarelli, che potrebbe diventare il leader della lista di Letta, proprio per la sua vicinanza a Draghi, consentirà al leader del PD di gettare un ponte verso Renzi e Calenda per riaggregarli marginalizzando ulteriormente Verdi e Sinistra Italiana qualora il PD risultasse partito di maggioranza relativa e venisse incaricato dal Capo dello Stato di formare un governo. Lo stesso Cottarelli potrebbe venire indicato come premier dalla lista di Letta.
Quanto a Cottarelli, ci si può chiedere perché ha deciso di candidarsi in una lista caratterizzata dalla presenza di partiti estremi che non lo rappresentano. Al di là delle motivazioni che lui ha dato personalmente, è possibile immaginare che la proposta di Letta gli abbia aperto la possibilità di realizzare ciò che gli fu impedito all’ultimo momento nel 2018: l’accordo fra Lega e M5S che indusse Sergio Mattarella a mettere nel cassetto il governo tecnico guidato proprio da Cottarelli da presentare alle Camere come “governo del Presidente”. Proprio questa circostanza non avrebbe permesso di pensare a uno schieramento di Cottarelli col centrodestra; non solo perché i partiti estremi, come già detto, hanno un peso maggiore rispetto a quelli moderati, ma proprio per la presenza della Lega che gli sbarrò la strada nel 2018. Per gli stessi motivi sarebbe stato impensabile un suo schieramento con il M5S, mentre correre per Renzi e Calenda avrebbe significato bruciarsi: un uomo autorevole e con velleità di governo avrebbe ben poche possibilità di imporsi aderendo a una lista che, con ogni probabilità, avrà un numero di voti limitato. Ricordiamoci, a questo proposito, che l’attuale sistema elettorale prevede che il 36% dei candidati venga eletto con sistema maggioritario, e il 64% con sistema proporzionale e che la soglia minima di rappresentanza è del 3% per i partiti che fanno parte di liste di coalizione, e del 5% per i partiti che corrono senza aderire a liste di coalizioni (per le coalizioni la soglia è del 10%): gli eventuali voti dei non eletti andranno spartiti proporzionalmente tra le forze politiche elette. Inoltre, non è previsto alcun premio di maggioranza. Le coalizioni, perciò, devono puntare a superare il 50% dei voti, altrimenti bisognerà arrivare a compromessi con altre coalizioni e partiti. Non cambia il ruolo del Capo dello Stato, che conferirà il mandato di formare un governo anzitutto al partito di maggioranza relativa. Qualora si determinasse una situazione di stallo come quella del 2018, Cottarelli potrebbe diventare quel politico autorevole e credibile per aggregare una maggioranza al di là delle coalizioni e dividendole. Sarebbe, nell’occasione, un magnete in grado di attrarre i moderati di entrambi gli schieramenti, in una riedizione di un governo “alla Draghi”, ma molto più fondato sul PD. Anche questo è un punto incassato da Letta grazie al “colpo Cottarelli”.

 

R.M.

 IL KENYA A UNA SVOLTA?

Si attendono con ansia gli esiti delle elezioni presidenziali del 9 agosto in Kenya, un Paese nel quale politica interna ed estera si intrecciano perfettamente. Guardiamo, anzitutto, alla cartina. Il Kenya confina a nord-est con l’Etiopia, dilaniata dalla guerra civile, a est con la Somalia, tormentata dal gruppo terroristico islamico al Shabaab che controlla il sud del Paese, a sud, a ovest e a nord ovest, lungo la regione dei Grandi Laghi, rispettivamente con Tanzania, Uganda, e Sud Sudan, i primi due coinvolti ancora nelle violenze tribali che si diramano dalla Repubblica Democratica del Congo a seguito della guerra fra hutu e tutsi del 1994, l’ultimo teatro di una guerra tribale fra Dinka e Nuer. Se il Kenya rappresenta la confluenza dei più gravi e sanguinosi problemi dell’Africa orientale circondato com’è da Paesi in guerra, ne rappresenta anche un possibile luogo di distensione come già avvenuto nel recente passato: qui si sono svolti i negoziati tra i clan somali che hanno portato un governo, pur inefficiente, a Mogadiscio, quelli che hanno condotto alla pace in Sudan con la secessione del Sud Sudan, e quelli, seppur fragili, tra Nuer e Dinka per un accordo pacifico di questo neonato Stato. Non basta. Il Kenya ha creato i due campi profughi più grandi del mondo, Dadaab e Kakuma. Il tutto reso possibile dal fatto che il Paese è la “locomotiva” dell’Africa orientale con un Pil di 110 miliardi di dollari, anche se la crisi economica, l’inflazione, la disoccupazione giovanile, l’aumento del debito estero (specie quello con Cina, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) causati soprattutto dalla pandemia l’hanno parecchio frenata. Di fatto, il passato e il presente ci dicono che l’Africa orientale non può fare a meno del Kenya se vuole distensione, tanto più che, appartenendo alla regione dei Grandi Laghi e rappresentandone il principale snodo economico, qualora sprofondasse in una crisi economica e politica gravissima, tutti quei Paesi si bloccherebbero.
Questo ruolo da “grande potenza” africana, però, come dicevamo, è fortemente dipendente dalla stabilità interna. Essa, come in molti altri Paesi africani, è condizionata dalle divisioni etniche. In Kenya sono presenti 40 etnie, ma le più importanti sono quattro: kikuyu, luhya, luo e kalenjin. I politici appartenenti a una determinata etnia ne difendono gli interessi garantendone l’accesso alle risorse del territorio, o ne appoggiano la reazione violenta in caso di sconfitta. Inoltre, giocano volentieri la “carta etnica” per difendere i privilegi economici acquisiti col controllo delle risorse territoriali e degli appalti dei servizi che si sono più o meno onestamente aggiudicati. Alle presidenziali del 2013 e del 2018 kikuyu e kalenjin si sono spartiti presidenza (Uhuru Kenyatta, figlio di Yomo Kenyatta, primo presidente del Kenya indipendente) e vicepresidenza (William Ruto), ma l’intesa serviva a entrambi per evitare l’incriminazione per crimini contro l’umanità presso la Corte Penale Internazionale (furono i mandanti delle stragi etniche pre-elettorali del 2007-08). Infatti, già con le elezioni del 2018 si sono guardati in cagnesco. Stavolta, però, sembra che si sia avviato un passo avanti nei rapporti inter-etnici. Nella competizione fra i due maggiori candidati alla presidenza, Ruto e Raila Odinga, Kenyatta appoggia senza secondi fini il suo storico oppositore, Odinga, di etnia luo, e non un esponente della propria etnia, come era sempre accaduto nel passato. Inoltre, una nuova legge elettorale stabilisce che, per essere eletti, oltre a superare il 50% al secondo turno su base nazionale, occorre superarlo anche in 24 delle 47 contee del Paese. Ogni candidato deve, perciò, costruire un modus vivendi con etnie diverse da quella alla quale appartiene. Considerato che le violenze post-elettorali sono state un’altra costante storica del Paese, si apre la speranza di un Kenya diverso, che ha imboccato la strada della riconciliazione etnica. In una situazione delicata di crisi per il Paese e per l’Africa orientale, ciò è fondamentale perché il Kenya possa continuare a esercitare il suo ruolo di peso in politica estera. Vedremo quello che succederà.

 

R.M.

 L’INCHIESTA TRUMP E I SUOI “PRECEDENTI”

E’ la prima volta nella storia americana che l’FBI fa irruzione nella residenza di un presidente o ex presidente. Ma non è la prima volta che un presidente o ex presidente o candidato alla presidenza viene indagato per manipolazione, trafugamento o distruzione di documenti riservati. Il primo illustro precedente fu quello di Richard Nixon, travolto dal famoso “caso Watergate”. Nixon si rifiutò fino all’ultimo di consegnare le registrazioni dei colloqui avvenuti nello Studio Ovale che comprovavano il reato di spionaggio ai danni dei democratici. Oltretutto rassegnò le dimissioni l’8 agosto, lo stesso giorno nel quale 38 anni dopo sarebbe avvenuta la perquisizione in casa Trump. Ciò non gli impedì di ambire a ripresentarsi per le primarie per la corsa alle presidenziali del 1979: l’intervista imprudentemente concessa a David Frost nella quale l’abile e spregiudicato conduttore televisivo riuscì a fargli ammettere le sue personali responsabilità e a indurlo a chiedere pubblicamente scusa al popolo americano ne stoppò le velleità.
Nel 1986-87 il presidente Ronald Reagan rischiò grosso a causa dello scandalo Irangate, o Iran-Contras: anche in quel caso furono trafugati documenti che comprovavano il coinvolgimento di alti funzionari e militari americani nel traffico illegale di armi con l’Iran i cui proventi vennero destinati a finanziare i guerriglieri Contras antisandinisti in Nicaragua. Reagan, messo sotto accusa, se la cavò per insufficienza di prove.
In quegli stessi anni, il politico e attivista Lyndon LaRouche fu accusato di cospirazione, frode postale, evasione fiscale e finanziamenti illegali dopo che l’FBI, nell’ottobre 1986, ne aveva rilevato le prove a seguito di una perquisizione nel suo quartier generale in Virginia. In questo caso non parliamo di un presidente, ma di un pluricandidato alla presidenza (ben 8 volte). Ma a Trump può interessare il fatto che, pur condannato e messo agli arresti, dalla sua prigione poté partecipare, anche se senza successo, alla campagna elettorale del 1992. Lo stesso Trump potrebbe partecipare alla futura campagna elettorale anche se finisse in prigione.
Un altro personaggio politico candidato alla presidenza vide compromessa la sua campagna elettorale a causa di un’inchiesta dell’FBI relativa alla manipolazione di documenti riservati: Hillary Clinton, la candidata rivale di Trump. Lo scandalo si chiama Emailgate (2016): si tratta di uso illecito di email private da parte della Clinton quando era Segretario di Stato sotto la presidenza di Barack Obama per inviare e inoltrare documenti riservati. L’FBI ne ebbe prova sequestrando pc e smartphone a Huma Abedin, principale consigliera della Clinton, e a suo marito Anthony Weiner.
Trump si aggiungerà alla lista? Di certo, i repubblicani aspettano solo l’occasione per sbarazzarsi di una figura giudicata troppo ingombrante per i suoi eccessi e avrebbero già pronto il suo sostituto: il governatore della Florida Ron De Santis, conservatore ultimamente avvicinatosi a idee populiste. Intanto, grazie al duplice successo in politica estera (la visita di Nancy Pelosi a Taiwan e l’uccisione di Ayman al Zawahiri leader di al Qadea, cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/amargine-della-visita-di-nancy-pelosi.html), anche se a discapito della distensione internazionale, i democratici, e Joe Biden in particolare, hanno cancellato l’onta della fuga da Kabul di un anno fa e riacquisito smalto in vista delle elezioni di mid term di novembre.

R.M.

 ACCORDO A GAZA: COSA HA (E NON) OTTENUTO ISRAELE

In precedenza (https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unabomba-per-netanyahu-perche-israele.html)  avevamo già sottolineato come l’aggressione da parte di Israele a Gaza senza che vi fosse stato un casus belli sembrasse avere una motivazione principalmente politica: sottrarre a Benjamin Netanyahu, in vista delle ennesime elezioni anticipate, il “cavallo di battaglia” della difesa della sicurezza di Israele costi quello che costi. E quello che ha ottenuto, o non ottenuti a seconda della visuale che si intende adottare, è rappresentato dalle cifre: 44 persone uccise, tra cui molti civili palestinesi di cui sei bambini e oltre 300 feriti, numerosi dei quali molto gravi. E’ vero che molte vittime sono state causate dai razzi lanciati da Gaza. Ma è altrettanto lecito sottolineare che ciò si è determinato a causa dell’”operazione militare” di Israele. Lo stesso vescovo emerito del patriarcato di Gerusalemme dei Latini, monsignor Giacinto-Boulos Marcuzzo, lo ha dichiarato senza mezzi termini: «Sono azioni unicamente politiche. Non è una novità, basta consultare le varie annate della stampa, risulterà evidente che ogni qualvolta è in corso una consultazione elettorale, il governo israeliano “mostra i muscoli”. Purtroppo, questi scontri vanno a colpire soprattutto le persone indifese». Questo senza nulla togliere alle responsabilità dei terroristi palestinesi che non intendono garantire la sicurezza dello Stato ebraico. In ogni caso, lo stesso prelato precisa, infatti: «Le responsabilità sono di entrambe le parti». Ma azioni sproporzionate come quelle di Israele garantiscono veramente la sicurezza dello Stato ebraico? Quei morti e feriti ci sarebbero stati ugualmente se Israele non fosse intervenuta? Ehud Olmert nel 2009 fece lo stesso: invase Gaza sperando di trarne profitto per le elezioni presentandosi come il difensore assertivo della sicurezza di Israele, ma le perse, perché la guerra civile sprofondò nel terrore gli israeliani.
Ma gli israeliani hanno certamente ottenuto, se a loro vantaggio oppure no lo dirà il tempo, la divisione delle fazioni terroristiche palestinesi: Hamas, infatti, ha preso le distanze nei confronti della Jihad islamica, e l’ha lasciata sola a rispondere all’offensiva israeliana. Non basta. Hamas ha anche favorito (o, quantomeno, non ostacolato) la mediazione del suo storico protettore, l’Egitto, accreditandosi come vero difensore della sicurezza degli abitanti di Gaza, attirandosi la simpatia dei palestinesi moderati di Cisgiordania sfiduciati dal partito inefficiente e corrotto al Fatah (per non dire anche antidemocratico, dato che nega ai palestinesi il diritto di andare a votare) e, di fatto, proponendosi alla comunità internazionale come unico credibile interlocutore per riprendere i negoziati di pace in quella zona. E’ vero che Jihad islamica e Hamas hanno in comune l’appartenenza alla Fratellanza musulmana. Ma è anche vero che, negli ultimi anni, in Hamas hanno prevalso le correnti moderate (Ismail Haniyeh, suo attuale leader, ne fa parte) e nel 2021 il braccio armato di Hamas, le Brigate al Qassam, aveva arrestato miliziani della Jihad islamica che si preparavano ad attaccare Israele: sembra che il movimento si renda conto che la debolezza di al Fatah vada sfruttata per riempirne il vuoto accettando le regole democratiche, mentre la posizione estremista di stampo terroristico lo isolerebbe e lo priverebbe di libertà di manovra costringendolo a rinunciare all’appoggio dei sunniti egiziani e a sottostare a Iran e a Hezbollah, di appartenenza sciita (e Hamas è sunnita). Non a caso, entrambi hanno criticato la decisione di Hamas di non appoggiare Jihad islamica nei combattimenti. Insomma, Israele ha notevolmente favorito e accreditato la posizione di Hamas non solo nei confronti di Jihad islamica, ma anche degli altri gruppi terroristici presenti a Gaza (il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fronte democratico per la liberazione della Palestina e l’Isis). Non è la prima volta che lo Stato ebraico “flirta” con Hamas: non dimentichiamoci che fu proprio Israele a favorirne la nascita, quarant’anni fa, per dividere il campo palestinese a quel tempo praticamente monopolizzato dal partito di Yasser Arafat (l’OLP poi evolutosi in al Fatah). Auguriamoci che questa evoluzione prosegua e che il sangue versato nel corso dell’aggressione israeliana non sia stato inutile.

 

R.M.

 L’”ALTRA SINISTRA”: ARGENTINA A RISCHIO DEFAULT

Da una sinistra innovativa e riformista che vince, quella colombiana, a una sprofondata in una gravissima crisi, quella peronista argentina. Già l’anno scorso, alle elezioni di mid term, il governo di Alberto Fernàndez, in carica a seguito della vittoria alle elezioni presidenziali del 2019, aveva subito un sonoro schiaffo dalle destre perdendo la maggioranza in Senato. La crisi economica si era aggravata terribilmente nell’ultimo anno anche a causa della pandemia: inflazione al 52,1% (la terza più alta del mondo, dopo Venezuela e Sudan), crollo del Pil del 9,9%, una percentuale di poveri al 40% e una moneta in svalutazione continua. Una crisi che ha approfondito crepe già evidenti nella maggioranza di governo, con la divaricazione fra lo stesso Fernàndez e la vicepresidente Cristina Kirchner che, ormai, punta apertamente a scalzarlo. Le mosse della Kirchmer, tuttavia, appaiono avventate e scriteriate. Il 3 luglio ha praticamente imposto le dimissioni al Ministro dell’Economia Martin Guzman, fedelissimo di Fernàndez, che aveva comunque ottenuto il rifinanziamento del debito argentino di 45 miliardi e una dilazione dei pagamenti. Il suo posto l’aveva assegnato a Silvina Batakis, un’economista di origine greche dai precedenti inquietanti (nel governo della provincia di Buenos Aires guidato da Daniel Scioli, dal 2011 al 2015, lasciò un debito colossale e mancati pagamenti di opere pubbliche e stipendi). Infatuata di ideologia castrista, ha affrontato la crisi del debito pubblico con altro… debito pubblico, e cioè stampando banconote nonostante la precaria situazione della Banca centrale ed elargendo un ulteriore sussidio statale per tutti (lo “Stipendio Universale”, in pratica, un sostanzioso bonus stipendiale). Misure che hanno fatto crollare la moneta argentina (330 pesos per un dollaro: all’epoca della presidenza di Mauricio Macrì ci furono tumulti con un dollaro a “soli” 49 pesos) e che hanno fatto impennare ulteriormente i prezzi impoverendo la gente. Accortasi, specie dopo la sua sanguinosa “ricetta” politica, che la Batakis non riscuoteva la credibilità internazionale, un mese dopo l’ha subito licenziata sostituendola con Sergio Massa, altra figura piuttosto inquietante in Argentina. Anzitutto, non ha nessuna esperienza economica (ha una laurea in giurisprudenza), cionondimeno la Kirchner gli ha assegnato anche il Ministero dell’Agricoltura e delle Attività Produttive. Poi, è famoso per essere un cinico trasformista simile a Luigi Di Maio (ma non è ancora arrivato a fondare un suo partito per presentarsi poi, alle elezioni, con un altro). Vedremo come saprà gestire l’accordo concluso col Fondi Monetario Internazionale per la restituzione di 44,5 miliardi di dollari (l’FMI, nel 2018, concesse 57 miliardi all’Argentina per evitare il default). Alla sua incompetenza, però, si aggiunge una maggioranza divisa, unita solo dagli slogan classisti tipici dell’ideologia peronista che accusano agricoltori e industriali di essere degli sfruttatori. Insomma, un disastro che, secondo qualcuno, è volutamente provocato dalla Kirchner per far cadere Fernàndez e sostituirlo alla presidenza (sarebbe il suo terzo mandato) per beneficiare ancora dell’immunità a fronte di una causa di corruzione nelle opere pubbliche intentata contro di lei (è riuscita ad evitare già 10 processi da quando è vicepresidente). Intanto, i prezzi sono alle stelle, gli scaffali dei supermercati sono vuoti, il mercato nero spadroneggia. La situazione è molto simile a quella del 2001 quando l’Argentina dichiarò un default di 132 miliardi di dollari. E manca anche la carta igienica.

R.M.

 UNA NUOVA, INTERESSANTE SINISTRA IN COLOMBIA

Esordisce oggi il primo governo di sinistra della storia della Colombia: lo guida Gustavo Petro, ex guerrigliero negli anni Ottanta, poi convertitosi a una linea più “riformista”. Vicepresidente sarà Francia Màrquez, afrocolombiana, ambientalista, di origine contadina, che ha lavorato come donna delle pulizie pagandosi gli studi universitari e diventando avvocato difensore dei diritti ambientali. Petro ha vinto le elezioni battendo al secondo turno, il 19 giugno scorso, l’imprenditore Rodolfo Hernandez, espressione di uno dei tanti partiti indipendenti. Proprio il ballottaggio ha rappresentato la novità più grande nella storia colombiana: i partiti storici, liberale e conservatore, hanno tutti perso al primo turno. Proprio questo bipolarismo ha caratterizzato la storia della Colombia nell’ultimo mezzo secolo: una spartizione del potere fra questi due partiti più affini che diversi culminata nel “Frente Nacional”, un patto di alternanza secondo il quale la presidenza sarebbe dovuta durare al massimo 16 anni (cioè quattro mandati). Di fatto, il potere è sempre rimasto ostaggio di élite e di famiglie che si avvicendavano ai vertici dello Stato. Dal 2002 al 2022 l’ultima espressione di questa gestione di “casta” del potere ha portato alla presidenza i conservatori Alvaro Uribe, Juan Manuel Santos e Ivàn Duque. Ma già il 29 maggio i colombiani hanno detto uno storico “basta” promuovendo per il ballottaggio due candidati al di fuori dell’establishment colombiano. Al ballottaggio hanno poi premiato Petro a scapito di Hernandez (49,77% contro 46,74%), il cui programma era eccessivamente incentrato sulla lotta alla corruzione e sul linguaggio di denuncia aperta, e per il resto non molto innovativo e farcito più di slogan che di proposte concrete (libertà d’impresa, rafforzamento del settore industriale e degli idrocarburi). Va detto, comunque, che al ballottaggio i votanti sono stati il 58,17% degli aventi diritto, il massimo dal 1998: il desiderio dei colombiani di voltare pagina si comprende anche da questo dato. La Colombia, perciò, svoltando a sinistra, si è aggiunta a Cile, Perù, Bolivia, Honduras, Messico, Argentina, Nicaragua e Venezuela. Ma quella di Petro è una sinistra ben diversa da quella messicana, venezuelana, nicaraguense o a quella ideologica neosocialista che caratterizzava la politica dell’America latina di un paio di decenni fa. E’ una sinistra non dissimile da quella moderata europea, dialogante, progressista, per certi versi riformista, orientata verso una concezione positiva del mercato e dell’economia e favorevole ai settori produttivi. In cima al programma di Petro c’è la lotta ai cambiamenti climatici: Petro intende ridurre progressivamente la ricerca di nuovi pozzi petroliferi e le emissioni di carbonio (la Colombia è Paese esportatore di petrolio e carbone) a vantaggio di una altrettanto graduale transizione verso le energie pulite (solare ed eolica), con l’impegno a puntare verso un modello economico più produttivo che estrattivista. La lotta contro la fame e la povertà è un altro punto cardine: sono previsti potenziamenti dei settori nazionali agroindustriali, tessile e turistico per ridurre la disoccupazione, e consistenti sostegni alle popolazioni rurali, oltre che l’applicazione di una riforma agraria distributiva che colpisca il latifondo. Altra proposta è la riduzione della violenza tramite la riapertura dei colloqui di pace con i guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale e un appoggio ai processi dei colloqui regionali per risolvere democraticamente i conflitti sociali.  In politica estera spicca la proposta di ristabilire le relazioni diplomatiche col Venezuela (interrotte nel 2019): Petro non simpatizza per Maduro, ma intende uscire da una crisi che ha impoverito venezuelani e colombiani riattivando le economie dei due Paesi, ripristinando i voli diretti, garantendo i reciproci diritti consolari e stroncando le mafie che controllano alle frontiere il transito clandestino di persone e merci. La lotta alla droga privilegiando il dialogo tra i Paesi della regione e gli Stati Uniti sostituendola alla fallimentare strategia dello scontro e la difesa della foresta amazzonica minacciata dallo sfruttamento perpetrato dalle industrie minerarie e petrolifere saranno ulteriori banchi di prova di questa interessante sinistra che si affaccia in America Latina, e che forse ha qualcosa da insegnare anche alla nostra sinistra.

 

R.M.

 

UNA "BOMBA" PER NETANYAHU?

Perché Israele ha deciso un’operazione militare nel cuore di Gaza? Occorre premettere che la tensione nella cosiddetta Terra Santa era iniziata il 1° agosto con l’arresto di Bassem a-Saadi, leader della jihad islamica in Cisgiordania. L’ala militare del movimento, le Brigate al-Quds, aveva minacciato ritorsioni, così Israele ha subito chiuso per ragioni di sicurezza le strade intorno al territorio occupato da Hamas. La reazione israeliana si era limitata a questo. Poi il 5 agosto ecco il colpo di scena: l’esercito israeliano decide per un’operazione militare a Gaza durante la quale viene ucciso Taysir al-Jabari, responsabile del coordinamento fra Jihad islamica e Hamas. Perché questa decisione? La motivazione militare ha certamente un suo peso, tuttavia lascia perplessi tanto la sproporzione dell’intervento per arrestare, ci mancherebbe altro, un esponente del terrorismo islamico, ma che aveva compiti di coordinamento, non era certamente un leader in prima linea, quanto la decisione di metterla in atto cinque giorni dopo l’arresto di a-Saadi senza che vi fosse una concreta minaccia al di là dei proclami bellicosi piuttosto scontati della Jihad islamica. Se la motivazione militare lascia perplessi, occorre provare ad andare più in profondità, tentando di individuarne una politica. Sappiamo che l’attuale governo israeliano, guidato da Yair Lapid, è provvisorio, perché in autunno si terranno le quinte elezioni politiche in meno di tre anni e mezzo. Il governo di Naftali Bennett era formato da una maggioranza eterogenea il cui unico scopo era sconfiggere Benjamin Netanyahu e isolarlo all’opposizione. Ora che il governo è caduto, Netanyahu torna a diventare una minaccia per i suoi avversari, e si prepara a formare un blocco di centrodestra che, nel solco della ormai tradizionale politica israeliana, si basa anzitutto sulla sicurezza. Ecco che allora i suoi avversari potrebbero cercare di sottrarre questa arma propagandistica a Netanyahu mostrando la loro assertività. Lapid ha giustificato l’operazione militare, appunto, con la sua volontà di riportare Israele alla normalità, cioè alla sicurezza: in questa logica di calcolo politico elettoralistico non diversa da quella che ha motivato il contestato viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan potrebbe collocarsi l’operazione militare decisa da Lapid, avendo anche probabilmente incassato il “via libera” dagli Stati Uniti come contraccambio al proseguimento dei negoziati con l’Iran. In tal caso l'obiettivo dell'operazione militare, paradossalmente, è più Netanyahu che i terroristi islamici. Va, però, detto che questa strategia politica mirata alle elezioni era già stata tentata in passato: Ehud Olmert aveva deciso di attaccare la striscia di Gaza pochi mesi prima del voto per mostrare agli israeliani la sua assertività nel garantire, appunto, la sicurezza. I risultati militari ed elettorali furono, però, disastrosi, perché la sicurezza, al contrario, diminuì: da Gaza partirono missili che raggiunsero il cuore di Israele, proprio come oggi. Lapid, che sicuramente non è uno sprovveduto e conosce la storia dei suoi predecessori, ha messo in conto questo rischio?  Probabilmente si, ma è anche vero che, sentendosi con le spalle al muro per il fallimento governativo e non avendo più nulla da perdere, potrebbe aver deciso di “giocare d’azzardo”. Ultimamente, però, pare si giochi un po’ troppo d’azzardo. E non solo in Israele.

R.M.


 ALCUNE PRECISAZIONI (NON SCONTATE) SU TAIWAN

La reazione della Cina alla visita di Nancy Pelosi c’è stata, per fortuna prevalentemente dimostrativa. Xi Jimping non poteva fare altrimenti per non perdere la faccia in vista del Congresso del Partito Comunista Cinese dal quale si aspetta un terzo mandato. Ma non deve neanche esagerare nella reazione: in uno scontro aperto avrebbe tutto da perdere, considerando che gli Stati Uniti sono nettamente superiori dal punto di vista militare, e che la Cina stessa è economicamente in sofferenza per i continui lockdown pandemici. Anche oltrepassare un certo limite potrebbe compromettere il suo obiettivo. La Cina è stata, comunque, messa alle corde: come avevamo scritto precedentemente (https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/amargine-della-visita-di-nancy-pelosi.html) gli Stati Uniti incassano indiscutibilmente un successo, ma la distensione internazionale incassa un altrettanto indiscutibile insuccesso, così come la situazione di Taiwan non è cambiata di una virgola. Lascia perplessi la modalità con la quale le grandi potenze giocano a Risiko sulla pelle delle persone. Dopotutto, è interesse anche di Taiwan non mettere in discussione la sovranità cinese: è la migliore garanzia per difendere la loro autonomia da reazioni aggressive che non potrebbero che comportare tragiche conseguenze. Ricordiamoci che mai nessuno, nella storia, ha inteso considerare Taiwan come uno Stato indipendente. La questione taiwanese è nata nel 1949, quando i nazionalisti di Chang Kai Shek lasciarono la Cina sconfitti dai comunisti di Mao Zedong. A Taiwan diedero vita a un governo in esilio. In nome della Cina, però, non di un Taiwan indipendente. Né Mao, né Chang Kai Shek, né alcun cinese o taiwanese di oggi metterebbe in discussione l’appartenenza di Taiwan alla Cina. Anche a livello internazionale si è sempre rimasti su questa linea: non c’è mai stato un seggio all’Onu per Taiwan. Quello occupato fino al 1971 dal governo di Chang Kai Shek fu sempre il seggio appartenente alla Cina: infatti, la comunità internazionale fino a quell’anno non aveva riconosciuto legittimo il governo di Mao. Ricordiamoci che la guerra di Corea fu decisa dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu perché l’Unione Sovietica boicottò la seduta protestando perché il seggio della Cina era stato assegnato al governo in esilio a Taiwan: ne scaturì una decisione all’unanimità che fece scattare la guerra. Tutto si ricompose, appunto, nel 1971, quando il seggio fu tolto a Taiwan e assegnato al governo comunista di Pechino. La riassegnazione del seggio comportò l’apertura di relazione diplomatiche da parte di moltissimi Stati, compresi gli Stati Uniti: proprio questi ultimi hanno riconosciuto il governo comunista di Pechino come autentica espressione della Cina, pur difendendo l’autonomia (ma mai l’indipendenza) di Taiwan. E’, d’altra parte, vero che la questione taiwanese, negli ultimi anni, ha subito un’involuzione della quale la prima responsabile è la Cina: Xi Jimping ha usato toni minacciosi verso lo status quo di Taiwan. Vale anche qui quanto detto sopra: la crisi interna del Covid ha indotto Xi a una maggiore assertività verso l’isola per non offuscare la sua immagine. All’assertività cinese, però, si è aggiunta quella americana nell’arrivare a mettere in discussione la storica linea di politica estera sostenendo addirittura l’indipendenza di Taiwan in nome della democrazia. Anche in questo caso, il motivo principale è stato quello di riguadagnare prestigio e consenso in vista delle elezioni di novembre dopo la disastrosa fuga da Kabul dello scorso anno. Viene, però, da chiedersi se, per riguadagnare prestigio e consenso, non ci siano altri modi più soft e meno rischiosi del cinico viaggio di Pelosi. Questi sono giochi pericolosi che ci interrogano sulla bassa qualità e pochezza intellettiva delle attuali classi dirigenti mondiali.

 

R.M.

 A MARGINE DELLA VISITA DI NANCY PELOSI A TAIWAN

La discussa visita e provocatoria di Nancy Pelosi a Taiwan è stata un successo per la politica americana oppure no? Occorre rilevare che quasi contemporaneamente al gesto della portavoce democratica alla Camera del Congresso è avvenuto un altro fatto assolutamente imprevedibile: l’uccisione del nuovo leader di al-Qaeda Ayman al Zawahiri, avvenuta per ordine del presidente Joe Biden. I due fatti ravvicinati, combinati o no, sembrano dirci che gli Stati Uniti, in politica estera, sono ben diversi da quelli di un anno fa, quando scapparono da Kabul, e sono pronti a mostrare i muscoli senza farsi troppi scrupoli. Lo avevamo già intuito nell’oltranzismo antirusso adottato nella guerra russo-ucraina, ci pare di vederlo confermato in questi due fatti accaduti nel giro di pochissimi giorni. Va aggiunto che la visita della Pelosi ha provocato la reazione della Cina che ha, non senza ragione, accusato gli americani di aver violato la sovranità cinese su Taiwan (che gli Stati Uniti hanno sempre riconosciuto), ma è anche vero che, alla fine (e fortunatamente) la Cina è rimasta a guardare, sapendo bene che lo scontro non le conveniva. A meno che prepari una ritorsione nei giorni che verranno (già si parla, ad esempio, di sanzioni commerciali a Taiwan), al momento forse è addirittura il primo grave scacco subito da Xi Jinping, che fra pochi mesi si presenterà al Congresso del Partito Comunista Cinese per ottenere un terzo mandato. Uno scacco che potrebbe avere strascichi antipatici per lui: qualcuno potrebbe iniziare a sospettare che la Cina, dopotutto, è una “tigre di carta”. Se interpretassimo in questo modo gli avvenimenti, la visita di Pelosi, combinata con l’uccisione di al Zawahiri, è stata un successo per la politica americana. Ma i due fatti sono realmente combinati, cioè preventivamente premeditati, per così dire? Non ci sono prove per sostenerlo. Inoltre, resta da capire come mai Biden abbia sconfessato il viaggio di Pelosi in un modo politicamente ingenuo, cioè pubblicamente, rischiando di dare un’immagine di un Paese diviso. Come dice un proverbio, infatti, “i panni sporchi si lavano in convento”. Tenendo conto del “fatto nuovo” subentrato quasi contemporaneamente alla visita di Pelosi, l’assassinio del leader di al-Qaeda, è, forse, possibile fare due ipotesi. La prima è che tutto sia stato studiato “a tavolino” appunto per dimostrare la rinnovata assertività della politica estera americana: Biden voleva umiliare la Cina e Pelosi è andata a Taiwan d’accordo con lui. La sconfessione pubblica serviva solo per non impegnare il presidente e la nazione ed evitare una crisi diplomatica dagli esiti imprevidibili; contemporaneamente, per ordine dello stesso presidente, ecco l’uccisione di al Zawahiri (che già si sapeva dov’era). Due colpi ravvicinati, due gesti dimostrativi per mostrare al mondo che gli Stati Uniti possono colpire quando vogliono. La seconda ipotesi è che Biden e Pelosi fossero realmente in disaccordo. Ciò mostrerebbe da un lato la clamorosa ingenuità politica di Biden nel rendere pubblico il suo disaccordo, e da un lato la presenza di gravi spaccature tra i democratici. Va detto che secondo un recente sondaggio del New York Times/Siena College il 64% degli elettori democratici vorrebbe per il 2024 un nuovo presidente. Forse Pelosi ci sta facendo un pensierino? Il gesto clamoroso della visita a Taiwan non potrebbe, allora, essere un modo per smarcarsi da Biden e iniziare a porre in essere una sua eventuale candidatura? In tal caso, però, Biden avrebbe prontamente “parato” il colpo con l’uccisione di Zawahiri: uno a uno, palla al centro, come si suol dire. Lascerebbe, però, perplessi il modo col quale gli americani fanno campagna elettorale, strumentalizzando pericolosamente i rapporti internazionali. Sono, ovviamente, tutte ipotesi, compresa quella relativa al fatto che gli americani già sapessero dove il leader di al-Qaeda si trovasse. Ma una cosa è certa: quanto è successo non è d’aiuto a chi si impegna per la pace. Gesti come quello della Pelosi non favoriscono la distensione, ma complicano le relazioni internazionali radicalizzando i rapporti fra le grandi potenze. D’altra parte, come spesso si dice (lo ha detto anche il Papa all’Angelus di domenica), le guerre sono il più grosso affare del mondo.

R.M.

LA SCELTA DI LETTA

L’accordo raggiunto ieri fra il Pd di Enrico Letta e Azione di Carlo Calenda è la grande novità politica nell’area di centrosinistra. Il Pd ha, in pratica, deciso di non sottoscrivere alcun accordo col M5S, schierandosi più al centro anziché a sinistra. Il pregio di questa scelta è legato alle maggiori possibilità di intercettare il voto dei moderati che ritengono il baricentro del centrodestra troppo spostato su partiti tendenzialmente estremi (Fdi e Lega), isolando il M5S che, pertanto, si assesterebbe lui stesso su posizioni estreme a beneficio dell’ala guidata da Alessandro Di Battista. L’intesa semplifica, ma non risolve il problema di redigere un programma condiviso. A parte la mina vagante di Luigi Di Maio, che ha dato un’altra volta prova di cinico trasformismo senza ideali decidendo di candidarsi nelle liste del Pd e non di Insieme per il futuro, il cartello da lui fondato, Calenda e Letta devono fare i conti con Europa +, un partito che si contraddistingue per una duplice contraddizione: pretende di schierarsi al centro pur essendo dominato da radicali (quindi, estremisti di stampo liberista e ultracapitalista) e, in politica estera, pur invocando, come dal nome, più Europa, sono schierati su posizioni filoamericane anche più estreme di Fdi (lasciano perplessi le accuse mosse al centrodestra di essere filorusso). Anzi, potremmo considerare Europa + il partito filoamericano più estremo di tutto l’arco politico costituzionale italiano. Essi si ritrovano in un’intesa che privilegia un maggiore dirigismo economico e la difesa della mano pubblica in campo amministrativo (quindi, una linea marcatamente sociale, se non, a tratti, socialista), e che rispetto all’alleanza con gli Stati Uniti, privilegia gli interessi che ci legano all’Ue, sebbene si sia appiattita sulla linea di Washington. Non sarà facile fare una sintesi programmatica. Pertanto, perfino questa piccola intesa (un partito consistente e solo tre piccoli partiti) appare molto divisa nelle sue componenti. Va rilevato, infine, come Letta e Calenda, comunque, siano riusciti a isolare non solo il M5S, ma anche Italia di Viva di Matteo Renzi, sul quale sembrano ancora prevalere rivalità personali non solo da parte di Letta per via della caduta del suo governo provocata dall’ex sindaco di Firenze, ma anche da parte di Calenda, che parrebbe voler diventare il “nuovo Renzi” della politica italiana, cercando, cioè, di condizionare più da vicino il Pd per poi, magari, soffiarlo a Letta e diventare segretario, proprio come fece Renzi. Fantapolitica? Vedremo. In ogni caso, l’intesa non basta per battere il centrodestra, ma potrebbe bastare per non farlo vincere, specie se quest’ultimo non formula un programma credibile e condiviso e non trova una leadership altrettanto convincente e credibile.
Intanto, il centrodestra formula proposte programmatiche più simili a slogan che a veri e propri contenuti articolati. La Lega si riscopre autonomista dopo averne tradito, con Salvini, le sue origini (fece sparire l’aggettivo “Lombarda” dal nome del partito, non diede seguito ai referendum per l’autonomia svolti al nord, approvò una riforma del taglio dei parlamentari di stampo autoritario e centralistico allontanando la rappresentanza politica dal rapporto con gli elettori, passando da un politico su 96.006 elettori a un politico ogni 151.210 elettori, mentre al Senato si è  passati addirittura da uno su 188.424 a uno su 302.420). Fdi rispolvera, invece, il presidenzialismo, senza curarsi, però, di precisarne meglio i contenuti: una riforma in senso presidenzialista, infatti, prevede una non facile redistribuzione di competenze fra Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio e Parlamento, mentre il cancellierato sembrerebbe più confacente al nostro attuale assetto istituzionale, confermando i poteri del Presidente del Consiglio e rafforzandone la posizione assegnandogli la facoltà di sciogliere le Camere per controbilanciare un’eventuale riforma amministrativa in senso federale. Ma questo è il tempo degli slogan, non dei contenuti.

 

R.M.

 TREGUA NEI BALCANI

Nel precedente articolo dedicato alla polveriera balcanica (https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unapolveriera-pronta-esplodere-la.html) ci chiedevamo se qualcuno si sarebbe mai accorto dei venti di guerra che soffiavano in quella regione. Fortunatamente, gli Stati Uniti se ne sono accorti. L’ambasciatore americano in Kosovo Jeffrey M.Hovenier ha gettato acqua sul fuoco con grande tempismo proponendo un compromesso alle parte contendenti sulla questione delle targhe automobilistiche e delle carte d’identità rinviando di un mese l’applicazione della norma contestata (stabiliva che targhe e carte d’identità emesse emesse dal 1° agosto in Serbia ai cittadini del Kosovo non erano più valide). Va anche rilevato come il presidente serbo Aleksandar Vučić abbia intelligentemente mantenuto come priorità politica quella dell’adesione all’Unione Europea, che sarebbe stata irrimediabilmente compromessa qualora avesse deciso per una prova di forza aggressiva in Kosovo. Si tratta, però, di una tregua, ricordiamocelo bene. La situazione resta quella da noi delineata nel precedente articolo, e comprende anche una Bosnia-Erzegovina sull’orlo della dissoluzione stante le pretese dei bosgniacco musulmani contro i croati e la maggiore assertività di Milorad Dodik presidente di parte serba. Va aggiunto, in relazione all’obiettivo europeista di Vučić, che il periodo che deve trascorrere prima chel a candidatura all’Ue vada a buon fine rischia di essere molto lungo. Ecco perché qui, più che gli Stati Uniti, sono gli europei che devono intervenire, rispolverando, per esempio, la proposta di Emmanuel Macron di una Confederazione europea che preveda un allargamento dell’attuale Unione Europea ad altri Paesi che ne hanno fatto richiesta (Ucraina,Moldavia, Georgia, Macedonia del Nord, Albania, Serbia, Bosnia, Montenegro e Kosovo) affinché possano da subito partecipare a progetti condivisi e a cooperazione rafforzate su vari ambiti in attesa che la loro adesione all’Ue venga perfezionata. Una proposta troppo frettolosamente messa nel cassetto. Se il coinvolgimento di questi Paesi, soprattutto la Serbia e gli altri Stati balcanici, venisse continuamente ritardato, la frustrazione prenderebbe il posto dell’aspirazione a entrare nell’Ue, e le spinte disgregative avrebbero più possibilità di emergere. E una situazione esplosiva come quella dei Balcani, basta veramente poco per far saltare tutto. 
                                                                                                                                      R.M.


 

 

VERSO UNA BULGARIA FILORUSSA?

Il Presidente della Repubblica Rumen Radev, dopo un mese di fallimentari consultazioni per cercare di formare un nuovo governo, ha sciolto il Parlamento nominando Primo Ministro ad interim Galab Donev: si va verso le quarte elezioni anticipate in autunno. Il governo uscente, guidato da Kiril Petkov, si è caratterizzato in politica interna per una forte connotazione populista, e in politica estera per una marcata impronta antirussa, europeista, ma piuttosto filoatlantica. Ha, però, sottovalutato il legame con la Russia alla quale la mentalità dei bulgari, al di là di qualsivoglia schieramento politico, è ancora legata. E’ bastato, infatti, che a febbraio licenziasse incautamente il Ministro della Difesa Stefan Yanev per aver osato definire l’invasione russa in Ucraina con le identiche parole di Vladimir Putin, una «operazione militare», per provocare il primo smottamento nella sua maggioranza. Per tutta risposta, infatti, Yanev è uscito dalla maggioranza con un manipolo di parlamentari creando un suo partito filorusso indebolendo il governo. Intanto, Petkov continuava la sua politica decisamente antirussa, al punto da provocare la reazione di Putin che ha privato del tutto la Bulgaria della fornitura di gas. L’impennata dei prezzi energetici ha reso dura la vita all’economia e al popolo bulgaro: il governo, già indebolito, ha iniziato a perdere rapidamente consenso. Ne ha approfittato il partito nazionalista e populista guidato dal cantante Stanislas Trifonov (una specie di Movimento Cinque Stelle e di Beppe Grillo in salsa bulgara) che, il 22 giugno scorso, opponendosi alla candidatura all’Unione Europea della Macedonia del Nord, è uscito dal governo provocandone la caduta dopo solo otto mesi di vita. Si andrà, dunque, a elezioni. Cosa succederà?  Le elezioni bulgare ci interessano da vicino, perché la Bulgaria, avendo a est uno sbocco sul Mar Nero, influisce direttamente sulla guerra russo-ucraina. Il malcontento causato dall’impennata del prezzo del gas potrebbe portare a un rovesciamento della maggioranza con la vittoria dei partiti filorussi. Se così fosse, la Russia (che, con ogni probabilità riaprirebbe i rubinetti del gas) avrebbe un alleato in più. L’Unione Europea e gli Stati Uniti, invece, un nemico in più. Inoltre, il vento dell’Unione Europea potrebbe soffiare con più consistenza verso Mosca, più che verso Kiyv. Indipendentemente da quello che accadrà in Bulgaria (ma anche in Italia, dove la politica estera continua a rimanere un rebus viste e considerate le più disparate forze politiche anche facenti parte di una stessa coalizione in lizza nella campagna elettorale), un riequilibrio della politica estera di Bruxelles troppo allineata agli Stati Uniti sarebbe auspicabile.

 

R.M.

 UNA POLVERIERA PRONTA A ESPLODERE

La guerra russo-ucraina ha oscurato e potrebbe provocare un’eventuale esplosione della polveriera balcanica. Due sono le aree nevralgiche: la Bosnia-Erzegovina, lo Stato binazionale serbo-croato, e il Kosovo. Già dall’anno scorso un documento attribuito all’ex Primo Ministro sloveno Janez Janša pubblicato sul portale informativo sloveno https://necenzurirano.si/ proponeva il definitivo smantellamento della Bosnia-Erzegovina, con l’annessione delle aree a maggioranza croata e serba rispettivamente alla Croazia e alla Serbia e l’assegnazione del resto del territorio alla componente bosgnacco-musulmana. Per il Kosovo, invece, proponeva l’unione con l’Albania attribuendo alla minoranza serba l’autonomia politica. L’unificazione dell’entità serba in Bosnia garantirebbe la rinuncia della Serbia al Kosovo. Il documento, sebbene non avesse avuto risposte ufficiali da nessuno, rappresentava la “punta dell’iceberg” di una situazione via via sempre più critica. I bosgnacchi e i croati si guardano sempre più in cagnesco: sembra che il loro odio reciproco sia maggiore rispetto a quello che provano verso la Serbia e i serbi bosniaci. I bosgnacchi, infatti, hanno cancellato ogni forma di rappresentanza istituzionale ai croati bosniaci, contribuendo all’elezione alla presidenza per parte croata di Željko Komšić. Quest’ultimo è molto sensibile alla causa bosgniacca perché, oltretutto, non ha nemmeno la cittadinanza croata. Quindi, i bosgniacchi possono, di fatto, contare su due presidenti: Šefik Džaferović, presidente eletto da loro, e, appunto, Komšić, che dovrebbe rappresentare i croati, ma che difende i bosgniacchi. Risultato: i croati hanno perso la loro tv pubblica e subiscono pesanti limitazioni, a partire da quelle culturali (si vedono perfino ridotta la libertà di usare la loro lingua). Per parte sua, il presidente di parte serba, Milorad Dodik, ha ritirato i serbi da varie istituzioni comuni e ha formato un esercito serbo. Pur non fornendo risposte al documento di Janša, l’anno scorso dichiarò quello che ha sempre pensato e che pensa tuttora, e cioè che la Bosnia Erzegovina va smantellata. Lo stesso Dodik, in relazione al Kosovo, sembrava, però, essersi dichiarato disponibile, seppur non ufficialmente, a un compromesso che prevedesse la cessione all’Albania della Valle di Preševo, un’area della Serbia meridionale confinante con il Kosovo ma abitata in prevalenza da albanesi, e il ritorno alla Serbia dell’enclave a maggioranza serba del Kosovo settentrionale. Il piano è saltato. Considerata la direzione oltranzista che sta prendendo la politica serba in Bosnia-Erzegovina, implicitamente fiancheggiata da quella bosgnacca, la latitanza della comunità internazionale “distratta” per la guerra russo-ucraina, l’appoggio che la Russia può offrire per aprire agli occidentali un altro fronte bellico che alleggerisca il loro appoggio all’Ucraina, i presupposti per un’intesa fra serbi di Bosnia e Serbia che risolva i contenziosi in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo con la forza ci sono tutti. La polveriera balcanica è pronta ad esplodere. Qualcuno se ne accorgerà?

 

R.M.

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...