ORE DI FUOCO IN GUINEA BISSAU



Le origini della crisi

La Guinea Bissau sta vivendo ore piuttosto convulse. Cerchiamo di capirne le origini e di fare un po' di ordine. 
Il Paese è, purtroppo, un classico esempio di instabilità che caratterizza gran parte degli Stati africani. Indipendente dal 1974, l’ex colonia portoghese in 45 anni ha vissuto continue crisi politiche e istituzionali: tra colpi di Stato, una violenta guerra civile, l’assassinio di un presidente in carica e di un capo dell’esercito.

 

Presidenza vs governo: primo round. La presidenza Vaz (2014-19).

 

Il primo presidente a concludere il proprio mandato dal 1994, anno delle prime elezioni democratiche, fu Josè Màrio Vaz, leader del più blasonato partito del Paese, il Paigc (Partito Africano dell’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde): in carica dal 23 giugno 2014, giunse alla scadenza naturale del suo mandato (23 giugno 2019). Ma anche il suo quinquennio fu tutt’altro che tranquillo: volendo governare da solo senza lasciarsi imbrigliare dal suo partito, lasciò il Paigc causando fin dall’agosto del 2015 (quindi, appena un anno dopo essere stato eletto) una scissione fra i suoi fedelissimi, usciti dal partito, e il suo primo ministro Domingos Simoes Pereira, storico leader del partito. Da allora si è scatenata una lunga lotta di potere tra Vaz e Pereira: presidenza contro governo. Arroccatosi alla presidenza dopo la sconfitta alle legislative del 10 marzo 2019, fu necessario l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per curare l’indizione delle elezioni presidenziali. Vaz si presentò come candidato indipendente; i favori del pronostico, però, andavano tutti a Pereira. Vaz, infatti, fu sconfitto al primo turno (24 novembre). Al secondo turno, il ballottaggio (29 dicembre) si tenne fra Pereira del Paigc e Umaro Sissoco Embalò (ex militare e già primo ministro sotto Vaz dal novembre 2016 al gennaio 2018) del Madem G-15 (Movimento di Alternanza Democratica, partito nato da una scissione dal Paigc originata, appunto, da 15 membri del Paigc). Quando tutti si aspettavano il trionfo di Pereira, ecco il colpo di scena: Embalò sbancò vincendo col 53,5% dei voti.

 

Presidenza vs governo: secondo round. La presidenza Embalò.

 

Pereira contestò i risultati: si aprì un nuovo periodo di instabilità che culminò con il tentativo (fallito) di colpo di Stato del febbraio 2022, a seguito del quale nel mese di maggio Embalò sciolse il parlamento. Anch’egli, come Vaz, cercò di governare da solo attraverso un primo ministro di “facciata”. Rinviò più volte l’indizione delle elezioni legislative, che si tennero il 4 giugno scorso. Stavolta, i pronostici furono rispettati: vinse il Paigc dell’immarcescibile Pereira. Per evitare un nuovo scontro istituzionale, con un parlamento dominato dalle opposizioni Embalò riuscì a strappare un compromesso varando un governo di larghe intese con il Paigc cedendogli il Ministero degli Interni e, quindi, il controllo della Guarda Nazionale. Pereira, inoltre, ottenne la presidenza del Parlamento. L’instabilità, però, continuò a farla da padrona: quello scontro istituzionale che si tentò di evitare, si verificò. Si è ripetuto, e ancora si ripete, quello scontro fra presidenza e governo (e tra Guardia Presidenziale, che fa capo al presidente, e Guardia Nazionale, che fa capo al Ministero dell’Interno) già visto negli anni della presidenza Vaz. Il “casus belli” è stato provocato dallo stesso Embalò, che il 30 novembre ha fatto arrestare il Ministro delle Finanze Suleimane Seidi e il Segretario al Tesoro Antònio Montero accusandoli di essere responsabili di un ammanco di dieci milioni di dollari nelle casse dello Stato (ma Seidi il 27 aveva detto in parlamento che si trattava di un prelievo a sostegno del settore privato). La sera stessa, elementi della Guardia Nazionale hanno fatto irruzione nella stazione di polizia e liberato momentaneamente i due uomini di governo: subito dopo, infatti, è intervenuta la Guardia Presidenziale. Gli scontri nelle strade di Bissau fra Guardia Presidenziale (presidenza) e Guardia Nazionale (governo) sono durati tutta la notte provocando almeno due morti. Embalò si è trovato costretto a tornare da Dubai lasciando la Cop25 sul clima. Embalò ha ripreso il controllo della situazione: la Guardia Presidenziale ha prevalso e il capo della Guardia Nazionale, il comandante Victor Tchongo, è stato arrestato. Le ore successive, però, sono state piuttosto caotiche. Embalò ha sciolto il Parlamento come in occasione del precedente tentativo di colpo di Stato senza indicare la data di indizione delle nuove elezioni legislative, ma la decisione è stata respinta come incostituzionale dal suo grande rivale Pereira.

 

Tentativi di “golpe”

 

A rendere ancora più caotica la situazione è stato l’annuncio da parte dell’agenzia di stampa Lusa secondo il quale un gruppo di militari ha occupato la sede delle emittenti radiotelevisive statali, annunciando che la stazione sarebbe stata chiusa fino a nuovo ordine. Embalò ha poi dichiarato che “dopo questo tentativo di colpo di Stato il normale funzionamento delle istituzioni della Repubblica è diventato impossibile”. La dichiarazione è piuttosto inquietante e rende ancora più tesa la situazione, dal momento che essa sembra preludere a un tentativo di colpo di Stato del presidente in carica (e l’anno prossimo si dovrebbero tenere le presidenziali, ma il condizionale è d’obbligo). Sono, insomma, ore di fuoco. Ricordiamo che la Guinea Bissau è fra i dieci Paesi più poveri dell’Africa ed è contesa a livello geopolitico: da una parte abbiamo Portogallo e Stati Uniti, con i quali il Paese sta combattendo il narcotraffico proveniente dal Sud America (la Guinea Bissau è un importante hub di smistamento); dall’altra la Russia che, attraverso i mercenari della Wagner, sta allargando la propria sfera di influenza in Africa a colpi di… colpi di Stato (Guinea, Mali, Niger) o giocando la carta dell’instabilità politica (Senegal, Ciad, Burkina Faso). Ed è proprio a Mosca che Embalò sembra, ormai, guardare.

 

R.M.
 ISRAELIANI E PALESTINESI:
CHI CI GUADAGNA E CHI CI PERDE?


A chi giova e a chi no il nuovo conflitto israelo-palestinese iniziato sabato 7 ottobre? La domanda può apparire di primo acchito piuttosto cinica. Non c’è dubbio che, come ha sottolineato Papa Francesco nell’Angelus di domenica, con la guerra tutti perdono. Ma ipotizzare i vantaggi, ovviamente di natura egoistica (chi fa guerra è tutto meno che altruista), e gli svantaggi delle parti in causa potrebbe aiutarci a capire il perché, o i perché, di questo nuovo conflitto, e le prospettive internazionali che potrebbe aprire. Iniziamo dai probabili “vincitori”.

 I “vincitori”: Hamas…

Hamas lo è sicuramente: dimostra di essere l’unica forza credibile a battersi per i palestinesi, abbandonati veramente da tutti. Se nei territori palestinesi si votasse in questi giorni (ma il presidente, anche se si dovrebbe dire dittatore, Abu Mazen non lo permetterà mai) è probabile che raccoglierebbe voti a palate, anche se l’esercito israeliano dovesse riprendere il controllo della situazione.

 … il “camaleontico” Netanyahu…

 Accanto ad Hamas, l’altro vincitore, per quanto paradossale possa essere, è Israele o, per meglio dire, Benjamin Netanyahu. Al di là delle gravi lacune dell’intelligence israeliana incapace di prevedere l’attacco in grande stile di Hamas, Netanyahu sembra uscirne, al momento, rafforzato. Gli opposti estremismi sembrano “darsi una mano”: le difficoltà interne di Netanyahu, derivate in primis dalla contestatissima riforma della giustizia che sottoporrebbe la magistratura all’esecutivo, spariscono. L’aggressione di Hamas ricompatta dietro di lui tutto Israele, tanto che non si esclude un governo di unità nazionale che lo libererebbe da alleati estremisti e fondamentalisti troppo scomodi. Il suo, da governo più estremista della storia di Israele, diventerebbe il governo più patriottico: del resto, non sarebbe la prima volta nella storia che un governo debole e diviso all’interno provoca o sfrutta una crisi internazionale per ricompattarsi contro un nemico esterno.

 … il “tris” dell’Iran

 Un terzo vincitore ci sembra senz’altro l’Iran: con un colpo solo, sostenendo Hamas ottiene almeno tre risultati: mette in difficoltà l’Arabia Saudita in procinto di siglare un accordo con Israele, spiazza i Paesi arabi presentandosi, pur persiano e sciita, l’unico a sostenere Hamas e i palestinesi, e si rilancia nella lotta per l’egemonia in Medio Oriente, trascinandosi dietro la Siria di Bashar el Assad e aprendo un nuovo fronte per lo Stato ebraico distraendolo da quello siriano, dove non ha mai rinunciato a periodici raid aerei. E, sempre con un occhio all’infinita guerra civile in Siria, potrebbe trascinare con sé Russia, Cina e, in parte, anche la Turchia, sempre insofferente a un ruolo guida in Medio Oriente di qualsivoglia Paese arabo, soprattutto se si chiama Arabia Saudita.

 Gli “sconfitti”: israeliani e palestinesi…

 Passando agli sconfitti, i primi della lista sono gli innocenti civili israeliani e palestinesi: soprattutto i secondi (perché la loro situazione non migliorerà certo attraverso la violenza) saranno quelli che pagheranno il più alto tributo di sangue da questo nuovo conflitto.

 … l’Arabia Saudita “in mezzo al guado”…

 Dopodiché, un altro grande sconfitto appare proprio l’Arabia Saudita. In procinto di firmare un accordo con Israele sulla testa dei palestinesi, l’iniziativa di Hamas l’ha spiazzata. Riyad si trova, ora, a metà del guado: che cosa farà? Se si ritirerà dall’accordo, Mohammed bin Salman rischia di perdere la faccia e di indebolirsi perdendo credibilità all’interno del Paese e di lasciare agli Emirati Arabi  (e, in parte, al Bahrein) tutti i vantaggi geopolitici degli accordi di Abramo con Israele a partire dal progetto di “corridoio economico” che congiungerà India, Medio oriente ed Europa; se proseguirà, l’accordo con Israele gli aprirà la possibilità di un’intesa con gli Stati Uniti per ottenere garanzie militari americane e sostegno al suo programma nucleare a scopi civili, ma sarà considerato acerrimo nemico dal terrorismo fondamentalista islamico e dai palestinesi.

 … l’inconsistente Abu Mazen…

 Tra gli sconfitti c’è senza dubbio il già citato Abu Mazen, ormai totalmente isolato non solo all’esterno, ma anche all’interno. Resta al governo solo perché si rifiuta di indire elezioni politiche. Ma la simpatia dei palestinesi lo ha abbandonato da un pezzo, e ora è in gran parte per Hamas.

 … gli ambiziosi americani…

 Concludiamo la lista degli sconfitti con Stati Uniti e Unione Europea. Gli americani vedono implodere buona parte della loro politica estera mediorientale: un’alleanza fra Israele e Paesi arabi avrebbe coperto il fronte mediorientale per dedicarsi agli impegni Nato in Europa orientale e in Asia. Così, invece, con l’indebolimento dell’Arabia Saudita e il rafforzamento di Iran, Siria e, in parte, di Russia e Cina, per Washington potrebbe aprirsi un altro fronte. Una iattura per Joe Biden in vista delle presidenziali: non a caso il presidente americano ha reagito subito con i muscoli al conflitto, stornando, in pratica, forniture militari dall’Ucraina a Israele.

 … la masochista Unione Europea

L’Unione Europea, ormai masochisticamente abituata a subire fallimenti in politica estera, paga ancora una volta la sua assenza in uno scacchiere fondamentale, non solo per vicinanza geografica: Israele ha già bloccato il giacimento Tamar che, tramite l’Egitto, rifornisce l’Europa di gas liquefatto. Se il blocco continuerà, l’Egitto potrebbe congelare i suoi rifornimenti, aggravando la già seria crisi energetica in Europa causata dalla guerra russo-ucraina. Per non parlare di quello che potrebbe succedere, sempre in tema di crisi energetica, se Israele volesse punire non solo Hamas, ma anche l’Iran con un attacco militare. A rischio, come mostra il grafico qui sotto, sarebbe gran parte della rete energetica mediorientale che farebbe impennare i prezzi a quote veramente mai viste.

 



R.B.

 LAUDATE DEUM: UN’ESORTAZIONE AMBIENTALISTA?

«Un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso». Così fanno le attuali classi dirigenti che, in nome del «paradigma tecnocratico», considerano «la realtà non umana» (ma non solo quella) come «una mera risorsa al suo servizio», da sfruttare indiscriminatamente e senza pietà. La soluzione non arriverà da ideologie ambientaliste che vogliono mettere al centro la natura a discapito dell’uomo, ma solo se si recupererà la centralità della persona e della realtà come dono si potrà uscire da un degrado che non è solo ambientale, ma anzitutto sociale. Questo, in sintesi, quanto scritto nell’esortazione apostolica di Papa Francesco Laudate Deum, uscita il 4 ottobre, giorno di san Francesco d’Assisi. Si tratta dell’attesa prosecuzione della sua enciclica Laudato sì.

 

Un manifesto ecologista?

 

Emblematico il titolo scelto da Papa Francesco: significa “Lodate Dio”. A differenza della Laudato sì, centrata su una lode a Dio per il dono del creato, il pontefice ha scelto un titolo decisamente esortativo (del resto, è un’esortazione apostolica) e accorato. I toni, infatti, sono completamente diversi rispetto all’enciclica: molto più duri e severi. Molti già travisano il senso della Laudate Deum, a partire dagli stessi cattolici: il Papa sarebbe diventato un leader ambientalista, e l’esortazione apostolica un manifesto ecologista. Non è affatto così. Un primo errore nel quale cadono coloro che dipingono il pontefice come leader ecologista è quello di leggere l’esortazione apostolica separatamente dall’enciclica Laudato sì. No. I due documenti vanno letti assieme, perché l’esortazione apostolica ne è la continuazione e ne tira le conclusioni rispetto alla situazione di fatto. Su 47 citazioni, 20 sono della Laudato sì. Il secondo errore, conseguente al primo, è di non connettere quanto Francesco ha scritto nell’esortazione con la più ampia enciclica. Ci si accorgerebbe che le coordinate sono le medesime, anche se i toni, come abbiamo detto, sono più accorati.

 

Un approccio realistico, non ideologico

 

Ciò è comprensibile se si riflette sul fatto che ben poco è stato fatto a difesa dell’ambiente da quando Papa Francesco scrisse la sua enciclica (il pontefice fa addirittura la storia delle varie conferenze per l’ambiente sottolineandone i sostanziali fallimenti), e dai dati che presenta: «la temperatura globale aumenta di 0,5 gradi centigradi, aumentano anche l’intensità e la frequenza di forti piogge e inondazioni in alcune aree, di gravi siccità in altre, di caldo estremo in alcune regioni e di forti nevicate in altre ancora». Ci sono scienziati che imputano questi dati inoppugnabili a cause naturali, sostenendo che «il pianeta ha sempre avuto e avrà sempre periodi di raffreddamento e riscaldamento». Papa Francesco rigetta queste opinioni, e sposa la spiegazione di altri scienziati che sostengono, al contrario, l’origine umana, antropica, della crisi ambientale. Tale origine, per il Papa, «non può essere messa in dubbio» perché, se è vero che «non tutte le catastrofi possono essere attribuite al cambiamento climatico globale, tuttavia è verificabile che alcuni cambiamenti climatici indotti dall’uomo aumentano significativamente la probabilità di eventi estremi più frequenti e più intensi». Non a caso, dice il pontefice, «oltre il 42% delle emissioni nette totali» di gas serra «dal 1850 è avvenuto dopo il 1990», in coincidenza col massimo progresso scientifico dell’uomo. Come si vede, non è per nulla un approccio ideologico, ma realistico al problema.

 

Contro il paradigma tecnocratico liberistico-capitalista

 

Oltretutto, Papa Francesco “sposa” l’origine antropica della crisi ambientale proprio a causa di quel paradigma tecnocratico, di quell’ideologia liberistico-capitalistica, delle classi dirigenti che, in nome del profitto a tutti i costi e della cultura dello “scarto” di ciò che non è utile, così come sfrutta le persone a seconda dei suoi interessi e del “tutto, sempre e subito” (aborto, eutanasia, manipolazione genetica, fecondazione assistita, disprezzo per i migranti ecc.: tutti argomenti esplicitamente presenti nella Laudato sì), sfrutta, per coerenza ideologica, anche l’ambiente. Infatti, Papa Francesco le accusa esplicitamente: a loro non importa la causa ambientale perché «si preoccupano» esclusivamente «di ottenere il massimo profitto al minor costo e nel minor tempo possibile». Ciò che addolora il Papa è che queste classi dirigenti sono fiancheggiate da una certa parte del mondo cattolico, altrettanto ideologica nel difendere a spada tratta embrioni e malati terminali, ma imbevuta di individualismo e consumismo quando si parla di ambiente: «Sono costretto a fare queste precisazioni, che possono sembrare ovvie, a causa di certe opinioni sprezzanti e irragionevoli che trovo anche all’interno della Chiesa cattolica», ha scritto il Papa.

 

Contro l’ideologia ecologista-ambientalista

 

Ma Francesco non si arruola nell’ecologismo ambientalista, che rifiuta: «il senso sociale della nostra preoccupazione va oltre un approccio meramente ecologico, perché la nostra cura per l’altro e la nostra cura per la terra sono intimamente legate». Contrariamente alle ideologie ecologiste e ambientaliste, la soluzione di quella che, prima ancora di una crisi ambientale, è una crisi sociale, «non si troverà in una negazione dell’essere umano, ma comprende l’interazione dei sistemi naturali con i sistemi sociali». Si deve mettere al centro la persona, non l’ambiente o il profitto.

 

Un necessario, duplice capovolgimento: sussidiarietà e cambiamento culturale

 

Ben venga allora la transizione energetica verso energie rinnovabili (che, anzi, «non sta procedendo abbastanza speditamente»), ma non tramite progetti di stampo “sovietico” calati dall’alto animati solo dagli interessi capitalistici delle classi dirigenti (il Green Deal dell’Unione Europea è da considerarsi un triste esempio), bensì attraverso un nuovo multilateralismo che “parta dal basso”, per così dire, che coinvolga in prima battuta la società civile: «Più che salvare il vecchio multilateralismo, sembra che oggi la sfida sia quella di riconfigurarlo e ricrearlo alla luce della nuova situazione globale. Vi invito a riconoscere che tante aggregazioni e organizzazioni della società civile aiutano a compensare le debolezze della Comunità internazionale, la sua mancanza di coordinamento in situazioni complesse, la sua carenza di attenzione rispetto a diritti umani. A tale riguardo, il processo di Ottawa contro l’uso, la produzione e la fabbricazione delle mine antiuomo è un esempio che dimostra come la società civile e le sue organizzazioni siano in grado di creare dinamiche efficienti che l’ONU non raggiunge. In questo modo, il principio di sussidiarietà si applica anche al rapporto globale-locale». Si tratta, appunto, di «un multilateralismo “dal basso” e non semplicemente deciso dalle élite del potere», che generi «necessari spazi di conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti, supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella sfera globale, per esprimere e includere le diverse situazioni», in modo da favorire più direttamente il controllo del cittadino verso il potere politico. Un nuovo multilateralismo che, purtroppo, «la vecchia diplomazia non è ancora riuscita a generare». D’altra parte, «non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali, e non ci sono cambiamenti culturali senza cambiamenti nelle persone». Qualcuno sostiene ancora seriamente che Papa Francesco è diventato un ecologista?

 

R.B.

 CASSE VUOTE?

Le dichiarazioni, ma sarebbe meglio dire le ammissioni, dei ministri Giancarlo Giorgetti (Economia e Finanze) e Raffaele Fitto (Affari Europei e Attuazione del Pnrr), relative a una manovra complicata da elaborare in autunno (Legge di Bilancio e Documento di Economia e Finanza), non possono che preoccupare, e evidenziano, finalmente, ciò che ci finora ci è stato “prudentemente” nascosto: abbiamo un serio problema nei conti pubblici.

L’esplosione del disavanzo

I dati forniti dal governo, infatti, parlano chiaro. Ponendo il Covid come spartiacque, la spesa in conto capitale ha avuto un incremento di ben 77 miliardi (98 contro i 22 del 2019), con un indebitamento netto, a fine 2022, dell’8% del Pil; 50 miliardi vengono dai bonus facciate e superbonus 110%, contabilizzati come crediti d’imposta rimborsabili in virtù del loro regime di cedibilità e, quindi, da considerare non come minori entrate future, ma come maggior spesa attuale. Il loro impatto è del 2,6% del Pil. La spesa pubblica complessiva sale parimenti dal 48,5% al 57,5% del Pil, aumentando di 231 miliardi. La ripresa post Covid ha portato a 99 miliardi di euro di maggiori entrate contabilizzati su base annua in riferimento al primo trimestre del 2023. Detraendoli dai 231 miliardi di maggior spesa pubblica, l’attuale peggioramento del disavanzo pubblico è di 132 miliardi, pari addirittura al 6,5% circa del Pil (sarebbe poco più di 80 miliardi se togliamo i bonus edilizi, comunque si resterebbe a oltre il 4% del Pil). In totale, la spesa pubblica complessiva è passata dal 48,5% del Pil di epoca pre Covid all’attuale 57% del Pil. La situazione si aggrava ulteriormente se consideriamo che le tasse sono aumentate dell’1,2% in più rispetto al pre Covid (43,5% del 2022 contro il 42,3% del 2019), perché questo incide molto negativamente sulla produttività delle imprese, e non ha portato benefici al disavanzo. La decisione del governo di non tagliare le accise nel periodo di maggior costo del carburante, approfittando, pertanto, del maggior gettito fiscale derivato dalle partenze per le vacanze, e la tassazione degli extra-profitti bancari sono sintomi della disperata ricerca di soldi, così come il compromesso raggiunto con Bruxelles sullo sblocco delle rate del Pnrr destinate non più a realizzare i progetti a suo tempo presentati, ma a racimolare soldi per sbloccare nuovi superbonus senza i quali il settore edilizio andrà a fondo. Va anche detto che sulla tassazione degli extraprofitti Forza Italia e Noi Moderati si sono messi di traverso: per loro, e non senza ragione, è una misura illiberale che mina la fiducia dei mercati sulla stabilità economica del nostro Paese, e faranno di tutto per depotenziarne gli effetti fino a dimezzarne la misura (non entrerebbero più di 2,5 miliardi).

Le promesse del governo

Considerando 5-6 miliardi di missioni internazionali da rifinanziare, le promesse del governo in tema di taglio del cuneo fiscale fino a 35.000 euro (servono 10 miliardi), di taglio delle tasse in busta paga, di detassazione dei fringe benefits (almeno un miliardo), di assunzioni di dipendenti pubblici e relativi stipendi da corrispondere su richieste del Ministero della Salute (4 miliardi), di rinnovo dei contratti nel settore del pubblico impiego (3 miliardi), per non parlare degli 11 miliardi per gli alluvionati dell’Emilia Romagna ancora da sbloccare perché non ci sono, ci sarebbe davvero da chiedersi da dove si potranno rastrellare quei soldi.

Verso un taglio dei servizi pubblici?

Certamente dobbiamo partire da un presupposto: Bruxelles non ci lascerà margini di manovra. Anzi, ci ricatterà perché negli ultimi 16 mesi si è assicurata l’emissione del 61% dei nostri Btp. Ma c’è un altro presupposto che sarebbe bene mettere nel conto: la pressione fiscale, combinata con l’inflazione, si sta rivelando non solo inutile per i nostri conti pubblici, ma anche controproducente per la drastica diminuzione del potere d’acquisto degli italiani, anche causata dai bassi salari. A oggi, pertanto, sembra realistica una sola drammatica previsione: un drastico taglio ai servizi pubblici. Non siamo lontani da quel tragico 2011.

R.B.

 L’ACCORDO SUL DEBITO USA: PROPRIO «GRANDE VITTORIA»?

 

Ogni volta che in Italia si parla di debito pubblico si scatena una specie di psicodramma collettivo: si sa benissimo che il nostro Paese balla pericolosamente sul filo della sostenibilità. Anche gli Stati Uniti hanno un debito pubblico piuttosto colossale. Qual è la differenza fra noi e gli americani? Il Prodotto Interno Lordo (Pil) che ne garantisce, appunto, la sostenibilità: quello degli Stati Uniti è il più grande del mondo, non altrettanto quello italiano. Però, lunghe ombre si addensano anche sulla sostenibilità del debito americano, non a caso oggetto, quest’anno, di una soffertissima contrattazione tra repubblicani e democratici. Perché tanta paura? Una breve cronistoria sul tetto del debito americano in rapporto al Pil ci può aiutare a capire i termini del problema. Le date chiave sono quattro: il 1° ottobre 1917 (la sua istituzione); il 16 giugno 1933 (la separazione tra banche d’affari e commerciali); il 12 novembre 1999 (il ritorno al sistema bancario antecedente al 1933); il 2 giugno 2023 (l’accordo raggiunto in extremis dal Congresso sul tetto del debito per evitare l’insolvenza).

 

1° ottobre 1917: nasce il tetto del debito pubblico americano

 

Il tetto del debito pubblico americano fu istituito il 1° ottobre 1917 col Second Liberty Bond Act: si trattava di autorizzare tramite un voto al Congresso le ingenti spese da sostenere con l’ingresso nella prima guerra mondiale. A partire dal 1917, ogni anno il Congresso avrebbe dovuto trovare un accordo per fissarne il limite, alzandolo o abbassandolo. Diciamo subito che il tetto è stato più volte innalzato, specie dopo il crollo di Wall Street del 1929 quando lo Stato decise di intervenire per uscire dalla gravissima crisi economica. Proprio a causa di questo drammatico default, il Congresso approvò una seconda legge che, sebbene riservata al sistema bancario, avrebbe avuto ripercussioni positive non solo sull’economia americana, ma anche sulla sostenibilità del debito pubblico: la Glass-Steagall Act del 16 giugno 1933.

 

16 giugno 1933: la “boccata d’ossigeno” per il tetto del debito

 

Essa prevedeva una separazione fra banche d’affari e banche commerciali che teneva distinte le banche che si occupavano di investimenti finanziari da quelle che agivano nel settore economico: in questo modo si impediva che l’economia fosse esposta a rischi finanziari. Era una tutela in più per il debito pubblico, un’autentica “boccata d’ossigeno”, perché non più vincolato a massicci interventi per salvare possibili fallimenti delle banche tradizionali. Infatti, il tetto del debito fu costantemente aumentato senza particolari preoccupazioni, garantito, inoltre, da un Pil in costante aumento. Solo nel 1945 il tetto superò la soglia del 100% del Pil: ma si trattò di un evento eccezionale legato alla partecipazione alla seconda guerra mondiale. Infatti, già dieci anni dopo era tornato a essere il 56% del Pil (ed era appena finita la guerra di Corea), per abbassarsi al 23% del Pil nel 1974. I problemi iniziarono a partire dal 12 novembre 1999.

 

12 novembre 1999: verso il disastro…

 

Quel giorno la Glass Steagall Act fu abolita. Il Gramm-Leach-Bliley Act consentì nuovamente alle banche di operare sia nel settore economico che in quello finanziario. Ben presto i soldi dei risparmiatori furono usati dalle banche per azzardate operazioni finanziarie: in pochi anni ci si ritrovò nella drammatica situazione del 1929. Fu un disastro le cui ricadute segnarono gli anni successivi. La finanza tornò a dominare sull’economia con risultati catastrofici: il fallimento di Lehman Brothers del 2008 scatenò una nuova crisi. Lo Stato decise di intervenire per salvare le cinque banche più grandi del Paese: il tetto del debito, come si vede dal grafico, iniziò la sua crescita esponenziale degli anni a venire, cominciando con l’impennarsi da 5.500 miliardi di dollari del 2000 a 12.000 miliardi del 2008, con un Pil che viaggiava sui 1.000 dollari.




 







Ma fu proprio la convinzione che lo Stato avrebbe comunque impedito i fallimenti a incoraggiare la prosecuzione dei cosiddetti “azzardi morali” finanziari. Nel 2011 il tetto del debito fu fissato a 14.000 dollari, poco sotto il 100% del Pil. Una situazione simile al 1945, ma senza che vi fosse stata una guerra mondiale. Fu proprio il presidente Barack Obama il maggior responsabile dell’aumento del tetto sul debito pubblico al punto da causare in quello stesso anno il declassamento della sua sostenibilità da parte dell’agenzia di rating Standard & Poors (poi condannata dal Dipartimento di Giustizia per manipolazione fraudolenta del rating, nonostante che i dati non potessero che andare in quella direzione). Col Covid-19 e i relativi sussidi, il tetto del debito toccò nuovamente il 100% del Pil (presidente era il repubblicano Donald Trump) per arrivare ai 31.400 miliardi di dollari di oggi dopo estenuanti trattative, sapendo che la cifra è forse troppo alta, perché il Pil è pari solo a circa 22.000 miliardi di dollari.


L’accordo del 2 giugno 2023: una «grande vittoria»?


Il presidente Joe Biden ha definito l’accordo bipartisan sul tetto del debito raggiunto la notte del 2 giugno come una «grande vittoria». Non sembra proprio così. Né i repubblicani, né i democratici, in realtà, hanno voluto passare alla storia come quelli che hanno deciso di tagliare la spesa pubblica per la prima volta dopo quarant’anni alla viglia di una difficile campagna elettorale e di una possibile, nuova grave crisi bancaria. I salvataggi della Silicon Valley Bank e di First Republic Bank potrebbero essere, infatti, i primi di una lunga serie. Né a nessuno viene in mente di mettere fine al dominio della finanza sull’economia iniziando col rovesciare quella sciagurata legge del 1999: fare affari sembra far gola a chiunque. Ma potrebbe costare molto caro. L’accordo raggiunto tra democratici e repubblicani, pertanto, non risolve nulla: è solo una strategia per prendere tempo (e per fare qualche affare in più, almeno per qualcuno). Infatti, prevede una rinegoziazione del debito pubblico fra due anni, nel 2025, l’anno dopo le presidenziali. Ma tra calo demografico e invecchiamento con aumento delle spese sanitarie senza un adeguato aumento delle tasse che non vuole decidere nessuno (lo decise nel 1992 George W. Bush e perse le elezioni) per quanto tempo ancora gli Stati Uniti potranno reggere un tetto del debito pubblico così alto?

R.M.

 L’UNGHERIA OGGI





Papa Francesco era già stato in Ungheria per una breve sosta il 12 settembre 2021 per la conclusione del congresso eucaristico internazionale. E’ passato, perciò, poco più di un anno e mezzo da allora. Che Ungheria si troverà davanti nei prossimi giorni? 

L'Ungheria dal 12 settembre 2021 a oggi


L’Ungheria di oggi non è molto diversa da quella di allora. E’ il panorama internazionale che coinvolge l’Ungheria, semmai, a essere molto cambiato. Il Covid-19 è, ormai, un ricordo, ma la guerra russo-ucraina è una tragica realtà. Non è mutato, invece, il quadro politico ungherese guidato da Viktor Orbán. Anzi, è il caso di dire che si è rafforzato. Il 3 aprile 2022 si sono svolte le elezioni parlamentari stravinte dal suo partito nazional-conservatore, Fidesz (Unione Civica Ungherese), che ha raccolto la maggioranza assoluta dei voti, il 54,1%. Una vittoria ancora più significativa se si pensa che le opposizioni si erano presentate unite, raccogliendo, però, solo il 34,5 % dei voti: 135 seggi su 199 sono andati appannaggio del partito di Orbán, che, con una maggioranza di due terzi dei parlamentari, è stato riconfermato senza problemi Primo Ministro dalla Presidente della Repubblica Katalin Novák, anch’ella di Fidesz (è stata eletta dal parlamento ungherese il 10 marzo 2022). Orbán, dopo un primo mandato (1998-2002), governa ininterrottamente l’Ungheria dal 2010 e l’ha gradualmente trasformata in un regime la cui piattaforma può piacere a Papa Francesco in quegli ambiti affini ai valori espressi dal cattolicesimo, ma non gli potrà piacere il modo col quale la porta avanti, e cioè l’autoritarismo che contraddistingue il suo governo, a partire dalle restrizioni sulla libertà di espressione (i principali media sono stati messi sotto controllo statale tramite una fondazione), su quella accademica (la prestigiosa Central European University promossa da George Soros è stata costretta a trasferirsi a Vienna), proseguendo con la mortificazione dei diritti delle minoranze (rom ed ebrei hanno subìto diverse forme di discriminazione, né si respira un’aria tranquilla per il mondo omosessuale) per finire con le porte chiuse ai migranti e ai rifugiati, con rifiuti di accoglienza, espulsioni e messa fuori legge delle Ong. Allo stesso modo, difficilmente il pontefice gradirà lo schieramento filorusso di Orbán: la decisione del premier di non inviare truppe in Ucraina e di non comminare sanzioni in ambito energetico nei confronti della Russia ha spaccato il Gruppo di Visegrad e isolato l’Ungheria all’interno dell’Ue agganciandola a Mosca (il Cremlino ha garantito a Budapest massicce forniture di gas a prezzi convenienti). L’Ungheria non pare avere le carte in regola per vantare quella posizione libera e credibile richiesta dal pontefice (e per lui imprescindibile) per svolgere un ruolo di pacificazione fra Russia e Ucraina.

Cosa disse e cosa dirà papa Francesco

Il 12 settembre 2021 Papa Francesco aveva, in parte, preso il “toro per le corna”, come si suol dire: nell’incontro coi vescovi, per esempio, aveva sollecitato l’episcopato a professare la fede in libertà, senza imporsi in modo autoritario, e allontanando la tentazione di cercare privilegi e vantaggi; aveva fatto appello a essere testimoni di fraternità, opponendosi a chiusure preconcette, e aprendosi all’incontro con le altre etnie, minoranze, ai migranti provenienti da altri popoli per coltivare il sogno di una società fraterna; aveva invocato “nuovi ponti di dialogo”, non la costruzione di altri muri. Inviti che mal si conciliano con la natura illiberale del regime di Orbán, anche se non privo di riferimenti a valori cristiani.
Cosa dirà Papa Francesco nei prossimi giorni? Su una cosa si può essere sicuri: non mancheranno appelli a una pace giusta e duratura, e non di parte, alla speranza e ancora alla fraternità. Probabilmente, non tutto sarà di gradimento a Orbán.

 

R.M.

 SUDAN: VERSO UNA NUOVA GUERRA AFRICANA?

 


Per avere un quadro della situazione di quanto sta accadendo e di quanto potrebbe accadere in Sudan è sempre utile cercare di dipingere il quadro nel quale la situazione si è involuta. Le date da ricordare sono tre: 11 aprile 2019 (il colpo di Stato che ha deposto il dittatore Omar Hassan al-Bashir), 25 ottobre 2021 (il colpo di Stato col quale il generale Abdel Fattah al-Burhan ha ripristinato la dittatura militare escludendo i civili dal governo), 15 aprile 2023 (inizio della guerra civile fra i sostenitori di al-Burhan e quelli del suo rivale, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti).

 

11 aprile 2019: dalla speranza all’illusione

 

Il colpo di Stato dell’11 aprile 2019 che mise fuori gioco al-Bashir, al potere dal 1989, aveva acceso molte speranze per una transizione democratica del Paese: al-Bashir era stato l’autore del genocidio in Darfur, iniziato nel 2003 e perpetrato attraverso le forze paramilitari Janjaweed, i “diavolo a cavallo”, e per questo nel 2009 incriminato dalla Corte Penale Internazionale. Uno dei primi provvedimenti della giunta militare che aveva preso il potere (il Consiglio Militare di Transizione, Tfc, guidato dal generale al-Burhan) fu quello di un graduale superamento della sharia, la legge islamica imposta fin dal 1983 dall’allora presidente Jafar al-Nimeyri. Il generale al-Burhan aveva, inoltre, aperto il governo del Paese ai civili con la nomina dell’economista Abdallah Hamdok. Iniziarono, quindi, trattative fra il Tfc e i civili inquadrati nell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento. Si raggiunse un accordo che prevedeva in tre anni, cioè al 2022, il periodo di transizione a un governo civile con tanto di elezioni. Ma si capì presto che i militari ben difficilmente avrebbero accettato di disfarsi del potere e dei loro privilegi economici che li avevano arricchiti. Le resistenze emersero quando si decise di istituire un nuovo Consiglio sovrano nel quale i militari pretendevano la maggioranza in modo da “blindare” la loro posizione. La tensione esplose il 3 giugno, quando i militari spararono alla folla di dimostranti. Intanto, l’inchiesta contro al-Bashir convolse presto alcuni militari che partecipavano al governo, e che avevano condiviso il potere con l’ex dittatore, primo fra tutti Hemetti: era lui il capo dei Janjaweed che imperversavano nel Darfur. L’evolversi dell’inchiesta spaventò i militari: una transizione a un governo civile li avrebbe potuti deferire al tribunale. Si arrivò, così a un nuovo colpo di Stato.

 

25 ottobre 2021: da un regime a un altro

 

Il 25 ottobre 2021, a pochi mesi dal trasferimento del potere ai civili, i militari misero fine al governo di transizione estromettendo i civili dal governo: il premier Hamdok venne arrestato, assieme ad altri civili, poi liberati in novembre. Hamdok venne reintegrato nella sua carica ma, non avendo più margini di manovra, si dimise il 3 gennaio 2022. A capo del nuovo regime si insediò il generale al-Burhan, in qualità di capo di Stato e presidente. Vicepresidente fu il generale Hemetti. Quest’ultimo, però, non si rassegnò a rimanere il “numero due” del regime. Per tutto il 2022 si aprì un conflitto interno fra i due generali: punto di attrito principale era l’inserimento della forza paramilitare dei Janjaweed guidata da Hemetti nell’esercito regolare voluta da al-Burhan per toglierla a Hemetti e metterla sotto il suo controllo. In tal modo, al-Burhan avrebbe sottratto una pericolosissima “carta” a Hemetti, privandolo di un suo esercito personale col quale avrebbe potuto condizionare, per non dire minacciare il regime da lui guidato. Hemetti, ovviamente, si oppose. Intanto, serrò i suoi rapporti con la Russia (si incontrò con Vladimir Putin a Mosca) e col gruppo mercenario Wagner, che aveva operato al fianco dei Janjaweed nel genocidio del Darfur fin dal 2017 mettendo le mani su alcune delle più ricche risorse minerarie aurifere del Paese. Nel mese di dicembre, forse per bloccare definitivamente Hemetti, al Burhan decise di riaprire un nuovo dialogo fra il regime e i civili che portò a un’intesa per dar vita a un governo a guida civile in due fasi, il 3 e l’11 aprile 2023, nel quale ritagliarsi un posto di prestigio a spese del suo avversario. E’ a questo punto che arriviamo all’ultima data fatale per il Paese: il 15 aprile 2023, lo scoppio della guerra civile.

 

15 aprile 2023: verso una nuova guerra africana?

 

Quel giorno, Hemetti, fiutata la trappola che lo avrebbe probabilmente messo fuori gioco, ha deciso di rompere gli indugi e di dichiarare apertamente guerra ad al-Burhan lanciando contro il regime e l’esercito regolare i suoi “diavoli a cavallo”. La pericolosità della guerra civile scatenata da Hemetti non è legata solo al bagno di sangue che sta già causando nel Paese, ma anche a un possibile allargamento del conflitto ai Paesi confinanti, e non solo a questi. Il Sudan ha un contenzioso territoriale aperto con l’Etiopia e, sempre con l’Etiopia, l’irrisolta questione della grande diga che Addis Abeba vuole costruire riempiendola con le acque dell’Alto Nilo, mettendo a rischio l’approvvigionamento idrico del Paese. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non vogliono assolutamente che si formi un governo civile per non perdere l’alleanza dell’esercito sudanese nella guerra in Yemen, e a questo scopo potrebbero ingerirsi pesantemente nella guerra civile. Se lo facesse anche l’Etiopia, l’Egitto potrebbe correre in soccorso del Sudan, perché la diga dell’Alto Nilo ostacola anche il suo approvvigionamento idrico. Inoltre, in Etiopia potrebbe riaprirsi la guerra civile nel Tigrai (da lì sono sempre arrivati gli approvvigionamenti militari per i ribelli “tigrini”). Sullo sfondo, poi, potrebbero ingerirsi anche Russia e Cina: la Cina ha già in essere ingenti investimenti in Sudan, e non accetterà mai che la Russia approfitti della presenza del gruppo Wagner per impossessarsi delle risorse aurifere del Paese. Al tempo stesso, la Russia farebbe di tutto per ostacolare le ambizioni di Pechino. Se la guerra civile non verrà spenta subito, le fiamme che si sono accese rischiano di trasformarsi in un incontrollabile, estesissimo incendio.

 R.M.

 LE DUE ANIME DELL’EUROPA

C’era una volta…

C’era una volta (un anno fa) una parte dell’Unione Europea (Ue), guidata dalla Francia (presidente Emmanuel Macron) e della quale facevano parte i “pesi massimi” storicamente europeistici di Germania (cancelliere Olaf Scholz), e Italia (premier Mario Draghi) che, pur condannando giustamente l’aggressione russa all’Ucraina, cercava di smarcare l’Europa dall’intransigenza antirussa degli Stati Uniti. Di quella parte dell’Ue, già minoritaria e perdente, in autunno si è sfilata l’Italia, con l’insediarsi di uno dei governi più filoamericani e antieuropeisti della nostra storia, quello di Giorgia Meloni. Recentemente si è sfilata anche la Germania, che ha riaffermato l’indispensabilità di una comunanza d’intenti con gli Stati Uniti. Macron è rimasto solo. Nessuno lo ha appoggiato nel suo duplice tentativo in Cina e nei Paesi Bassi di riaffermare l’autonomia politica ed economica europea rispetto agli opposti intransigentismi americano e cinese. Non basta. C’era una volta un presidente americano, George Bush jr, che, proprio vent’anni fa, accusava i Paesi membri dell’Ue che non avevano appoggiato la sua dichiarazione di guerra all’Iraq di far parte di una “vecchia Europa”, egoista e nazionalista, elogiando la “nuova Europa” composta dai Paesi membri che si erano schierati con gli Stati Uniti. Di quella “vecchia Europa” erano capofila la Germania (presidente Gerhard Schröder) e ancora la Francia (presidente Charles De Gaulle). Di quella “nuova Europa” facevano, invece, parte i Paesi membri ex sovietici dell’Europa orientale, la Gran Bretagna (premier Tony Blair, laburista) e i governi euroscettici di centrodestra di Spagna (presidente Josè Maria Aznar) e Italia (premier Silvio Berlusconi). Sono passati vent’anni, ma sembra accaduto ieri. Macron, come Chirac, ha subìto la stessa etichettatura da parte del premier polacco Mateusz Morawiecki, che lo ha accusato di far parte di una “vecchia Europa” da contrapporsi a una “nuova Europa” che deve indissolubilmente legare il suo destino sempre e comunque agli Stati Uniti. Rispetto a vent’anni fa, come rispetto a un anno fa, la situazione si è, però, aggravata: Macron, stavolta, è solo.

 

… la “vecchia Europa”, libera e sovrana

 

Quando aveva annunciato il suo viaggio a Pechino per perorare non solo i suoi interessi nazionali, ma anche quelli europei, noi avevamo facilmente immaginato il rischio che correva, pur lodandone il coraggio (cf. https://twitter.com/robyfrancy94/status/1642967697347452933). E avevamo anticipato che il suo successo lo si sarebbe misurato al ritorno del suo viaggio, in base al consenso che tra gli Stati membri dell’Ue avrebbe riscosso. Purtroppo, peggio di così non poteva andare. Perfino Ursula Von Der Leyen, giunta con lui a Pechino, ha fatto di tutto per marcarne le distanze e ostacolare la sua iniziativa. Macron, rientrando da Pechino, ha rilasciato un’intervista alle testate Les Echos, France Inter e Politico nella quale ha dichiarato che l’Ue deve resistere alle pressioni di diventare vassalla degli Stati Uniti, perché ha interessi che non sempre coincidono con quelli americani; deve puntare a un’autonomia politica, militare, strategica, energetica ed economica. Su Twitter ha ribadito il concetto di sovranità economica europea, essenziale per proteggere le aziende e i lavoratori europei, combattere le distorsioni della concorrenza (fra le righe, certamente faceva un indiretto riferimento all’Inflaction Reduction Act, il pacchetto di sussidi pubblici che gli Stati Uniti offrono alle aziende che operano in territorio americano), ridurre le dipendenze energetiche e proteggere i brevetti europei. Insomma, ha fatto appello a un’Ue terzaforzista, libera da qualsiasi condizionamento ideologico e, pertanto, in grado si svolgere un credibile ruolo di pacificazione mondiale.

 

La “nuova Europa” di oggi: vassalla e inconsistente

 

Le critiche degli Stati Uniti erano scontate: Marco Rubio ha sarcasticamente proposto di abbandonare l’Europa al suo destino, guerra in Ucraina in primis, mentre l’ex presidente Donald Trump lo ha accusato di “leccaculismo” verso la Cina. Più dolorose le critiche giunta all’interno dell’Ue: se Finlandia e Svezia fanno sempre più totale affidamento sulla Nato, le bordate più micidiali sono arrivate dalla Polonia. Morawiecki, come abbiamo anticipato, ha accusato Macron di voler far rivivere la “vecchia Europa” che ha fallito, dichiarando che la “nuova Europa”, della quale la Polonia si pone come leader, deve legarsi indissolubilmente agli Stati Uniti perché condividono gli stessi obiettivi e valori, a partire dall’intransigentismo bellico antirusso (già aveva definito su Twitter la Russia un “nuovo impero del Male”, chiarendo che solo la “nuova Europa” l’aveva capito). Non dimentichiamoci che la Polonia aveva esultato il giorno della distruzione dei gasdotti Nord Stream proprio mentre inaugurava un nuovo gasdotto dalla Norvegia. Varsavia sembra diventata la nuova “testa di ponte” antieuropea di Washington dopo l’uscita dall’Ue della Gran Bretagna. Ancora più male fanno le ripetute dichiarazioni filoamericane del nostro governo, sempre più determinato a invocare l’Ue solo per difendere i propri interessi nazionali, e della Germania: Norbert Röttgen, della CDU, ha detto che il suo viaggio è stato un disastro per l’Europa (sic!). Metin Hakverdi, responsabile per la politica estera dell’Spd, il partito del cancelliere Scholz, ha fatto presente che americani ed europei hanno valori comuni inscindibili: il richiamo dei sussidi pubblici americani sembra più forte della libertà e dell’indipendenza politica, economica, militare ed energetica, ma condanna l’Ue a essere perennemente vassalla e inconsistente. La Spagna del socialista Pedro Sanchez, per parte sua, sembra voler giocare una partita tutta sua, all’insegna del più esplicito egoismo nazionale.

 

Macron, l’ultimo europeista

 

Insomma, se qualcuno ancora sperava che l’Ue potesse almeno provare a far sentire una voce alternativa e autorevole nel panorama internazionale, soprattutto a vantaggio di una cessazione delle ostilità e di un’apertura di negoziati tra Russia e Ucraina, queste speranze sembrano definitivamente svanite. Forse nemmeno Macron ci crede più: dopo la levata di scudi generale e l’isolamento politico al quale il presidente francese è stato sottoposto, l’Eliseo ha emanato una nota ufficiale nel quale sembra fare “macchina indietro”, rinnovando la partnership privilegiata con gli Stati Uniti, Paese col quale vi è sempre stata e sempre vi sarà comunanza di interessi. Ora, se è vero che Macron ha “usato” anche lui, in chiave nazionalista, l’Ue (il rifiuto alla solidarietà migratoria verso l’Italia, i progetti militari indipendenti da quelli in seno all’Ue, come l’European Intervention Initiative o la Task Force Takuba nel Sahel), è altrettanto vero che solo da lui sono venute parole e iniziative (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/unione-confederazione-il-nuovo-rilancio.htmlda vero europeista. Onore al merito, nonostante il suo fallimento.

R.M.

 

PASQUA E RAMADAN DI SANGUE

Dopo gli episodi della scorsa estate (cf.https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/accordoa-gaza-cosa-ha-e-non-ottenuto.html), torna a scatenarsi la violenza in Israele e nei Territori Santi. E’ sempre particolarmente intricato delineare lo scenario e le rispettive responsabilità in casi unici al mondo come quello di Israele, dove si intrecciano in modo altrettanto inestricabile interessi politici e religiosi. Forse mettendo in ordine i fatti avvenuti può aiutare almeno a comprendere il “filo logico” di quanto accaduto, sempre ammesso che si possa parlare di logica quando si fa violenza.
Il clima in Israele si è arroventato col tentativo da parte del governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu di far approvare una riforma della Corte Suprema di Giustizia che la metterebbe, di fatto, sotto il controllo dell’esecutivo, che potrà nominare la maggioranza dei suoi membri e invalidarne le sentenze con maggioranza esecutiva della Knesset. La riforma è stata fortemente voluta dagli estremisti religiosi ebraici al governo perché con le sue sentenze ostacola gli insediamenti ebraici nei territori palestinesi. Gli estremisti religiosi sono stati spalleggiati dallo stesso Netanyahu, interessato a “ingabbiare” i giudici per i suoi guai giudiziari. La rivolta di piazza e l’intervento americano in un momento di isolamento diplomatico di Israele (Arabia Saudita e Iran, acerrimo nemico di Israele, hanno trovato un accordo grazie alla mediazione della Cina) hanno indotto Netanyahu a rinviarla. Intanto, la Corte Suprema di Giustizia ha dato ragione a una famiglia palestinese che il Fondo Nazionale Ebraico voleva sfrattare. Il rinvio della riforma e l’ennesima sentenza a loro sfavore sono stati, per gli estremisti religiosi, la miccia che ha acceso la loro sete di vendetta. Questo è il retroscena che spiega il clima di altissima tensione che si respira da un po’ di giorni in Israele. Dopodiché ci è “scappato” il primo morto: un medico beduino proveniente da Haifa che protestava contro la polizia israeliana perché impediva l’accesso alla Spianata a una donna palestinese è stato ucciso dai poliziotti crivellato di colpi. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato Rafael Morris, estremista religioso ebraico capo del movimento Ritorno al Tempio: il 31 marzo è stato arrestato dalla polizia israeliana perché stava pianificando il rito del sacrificio della Pasqua sulla Spianata delle Moschee, area sacra ai musulmani, poi liberato grazie all’intervento del Ministro della Sicurezza, l’avvocato Ben Gvir. Dopodiché nella notte fra il 4 e il 5 aprile si sono verificati gli scontri tra i poliziotti israeliani e i musulmani palestinesi nella moschea Al Aqsa con l’arresto di oltre 350 persone: i poliziotti hanno tentato di giustificare il loro intervento sostenendo che nella moschea erano entrati uomini mascherati armati di pietre, bastoni e petardi, ma la violenza del blitz è stata sproporzionata, e i poliziotti hanno dato prova della loro incapacità di comprendere gli effetti devastanti che avrebbe avuto un gesto del genere, e che si sono verificati la notte successiva con ulteriori scontri ai quali è seguito il lancio di razzi da postazioni di Hamas ed Hezbollah in Libano. Forse era quello che gli estremisti religiosi ebrei volevano: Ben Gvir, novello Jean Marat, ha subito dichiarato: «Bisogna mozzare teste a Gaza». Detto fatto: Israele ha reagito a sua volta attaccando con l’aviazione varie postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza e distruggendo più di 10 siti di Hamas in Libano rischiando una nuova escalation mediorientale. Violenza chiama violenza: in Cisgiordania, lungo l’autostrada 57, vicino a Hamra, due sorelle ebree di 20 anni sono state uccise da un terrorista palestinese come rappresaglia per la sproporzionata reazione israeliana. Risposta degli estremisti ebrei: a Kafr Wasim, a circa 20 km da Tel-Aviv, alcune automobili sono state date alle fiamme e su un recinto di proprietà di una famiglia musulmana sono comparse delle scritte minacciose che intimavano i residenti ad andarsene. La spirale della violenza non si è arrestata, arrivando all’attacco terroristico nel quale è stato ucciso il turista italiano Alessandro Parini, e sembra non arrestarsi ancora.
Aver messo ordine ai serrati, sanguinosi avvenimenti accaduti in questi giorni aiuta, forse, a dare un giudizio equilibrato su quanto è successo: premesso che l’esecrabilità del ricorso alla violenza da tutte le parti in causa è da condannare, appare, d’altra parte, evidente come la responsabilità maggiore degli scontri e degli attentati sia, come l’estate scorsa, di Israele e, più precisamente, dell’estremismo religioso ebraico che ha fatto di tutto per alzare il livello della tensione dopo il rinvio della riforma sulla Corte Suprema di Giustizia, e cercando una rivincita nell’appropriarsi di una parte della Spianata delle Moschee, area sacra anche a cristiani e musulmani, per poter poi costruire la loro tanto sospirata sinagoga a ricordo del Tempio di Erode distrutto dai Romani (70 d.C.) offendendo le altre due religioni (attualmente gestita da un’istituzione musulmana secondo uno accordo del 1990 tra Israele, Egitto e Giordania). E’ estremamente riduttiva, perciò, la posizione del nostro governo, che si è limitato a manifestare solidarietà con Israele senza evidenziarne le responsabilità, sottovalutando, per non dire dimenticando, che israeliani e palestinesi devono trovare una modalità di convivenza reciproca politica (al momento, l’unica, seppur difficilmente praticabile, sembra la soluzione dei due Stati) e religiosa (qui, l’unica soluzione ragionevole, anch’essa, però, al momento difficilmente praticabile a causa delle scriteriate rivendicazioni dell’estremismo ebraico, è quella da tempo proposta dalla Santa Sede: uno statuto speciale internazionalmente garantito per i luoghi santi appartenenti alle tre religioni monoteiste).

 R.M.

 ELEZIONI FRIULI: VINCE FEDRIGA, NON LA LEGA

Le elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia, rispetto a quelle della Lombardia, non hanno riservato sorprese rispetto a quelle di cinque anni: se in Lombardia aveva trionfato l’astensione (58,32%!), che aveva causato il crollo di tutti i partiti (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2023/02/la-sconfitta-dei-vincenti-e-il-tracollo.html), in Veneto l’affluenza si è confermata quella del 2018 (45% circa), così come i partiti all’opposizione hanno confermato le loro (minoritarie) posizioni, eccezion fatta per il Movimento 5 Stelle che dal 7% precipita al 2,4%. Inconsistente il risultato di Azione (il partito di Carlo Calenda), superato da Insieme Liberi, che ha presentato la candidata no vax Giorgia Tripoli: rispettivamente 2,75% contro il 3,98%. Stabile il Pd (16,5% contro il 18,1% del 2018) e tutti gli altri piccoli raggruppamenti di sinistra o centrosinistra. L’unica, vera novità è rappresentata da quello che è successo all’interno del centrodestra: la Lega, pur recuperando rispetto alle politiche (prese il 10,9%), rispetto alle regionali del 2018 (34,9%) vede praticamente dimezzati i suoi voti (19%). Forza Italia nemmeno recupera: dal 12,1% del 2018 scende al 6,7%, risultato simile alle politiche. Parallelamente, Fratelli d’Italia passa dal 5,8% del 2018 al 18,1%, ma perde il 13% rispetto alle politiche (31,3%), mentre fa man bassa di voti la lista di Massimiliano Fedriga, che passa dal 6,3% del 2018 al 17,8%. E' proprio la lista di Fedriga che spariglia le carte. Poiché alle politiche non era presente, è più corretto fare un raffronto con le regionali del 2018. Da chi ha preso tutti questi voti la lista del presidente della Regione? E’ da ritenere che metà degli elettori che hanno votato Lega e Forza Italia cinque anni fa, hanno premiato o Fratelli d’Italia o direttamente la lista di Fedriga. Poiché Fedriga viene dalla Lega, è possibile che il travaso sia stato, per un verso, dalla Lega alla lista di Fedriga e, per l’altro, da Forza Italia e da parte della Lega a Fratelli d’Italia.
Si potrebbero tirare due conclusioni. La prima: se è vero che il travaso di voti a favore di Fedriga è arrivato a scapito della Lega, è anche vero, però, che Fedriga non ha ripetuto il successo di Luca Zaia, che con la sua lista personale, alle regionali del Veneto superò la Lega di Salvini. La seconda: l’elettorato leghista si conferma spaccato, nel senso che una buona parte rimane ancora delusa dalla linea impressa da Matteo Salvini, ma resta… leghista, per così dire, nel senso che vota, di fatto, un altro leghista, Massimiliano Fedriga. Ma la Lega di Salvini non è evidentemente quella di Fedriga, né quella di Zaia: quella salviniana ha iniettato robuste dosi di centralismo, di populismo e perfino di nazionalismo rispetto a quella storica di Umberto Bossi (fu Salvini a far cambiare il nome del partito, da Lega Nord a Lega) quasi diventando un duplicato di Fratelli d'Italia, quella di Fedriga e di Zaia è più orientata al recupero dell'identità storica della Lega, quella autonomistica/federalista/decentrata. Se Salvini non sarà in grado di riallacciarsi alla Lega storica non potrà mai recuperare il consenso perduto dal 2018. 

R.M.

 LA TUNISIA SULL’ORLO DEL DEFAULT: LA COLPA? DEI MIGRANTI!

Secondo i dati del Viminale, da inizio anno 15.537 persone sono arrivate alle coste italiane dalla Tunisia: più di 180 sbarchi al giorno, con un incremento del 920% rispetto allo scorso anno. Non si tratta di tunisini, ma di subsahariani. Come mai? Cosa sta succedendo in Tunisia?

 



La democrazia in “coma”

Il Paese che era generalmente indicato come esemplare delle rivolte democratiche della cosiddetta Primavera Araba si è drammaticamente involuto in una forma di governo autoritario, per non dire dittatoriale, ed è sull’orlo del default economico. La democrazia tunisina è entrata in “coma” il 23 ottobre 2019: la crisi economica, politica e sociale seguita alla Rivoluzione dei Gelsomini che, nel 2011, aveva fatto cadere la dittatura di Zine El-Abidine Ben Ali, ha portato i tunisini a eleggere come nuovo presidente Kais Saied, che ha sconfitto al ballottaggio Nabil Karoui, peraltro impossibilitato a condurre la propria campagna elettorale perché agli arresti dal 23 agosto con l’accusa di frode fiscale e riciclaggio. Entrambi i contendenti erano estranei alla classe dirigente politica: Saied era giurista e professore di diritto costituzionale, mentre Karoui era un magnate dei media. I tunisini, con un’affluenza record per gli standard del Paese (57%), avevano deciso di segnare una rottura con la corrotta e inefficiente classe dirigente post-rivoluzionaria. Saied ha vinto addirittura col 72,7% dei voti su una piattaforma di stampo chiaramente autoritario: la sua intenzione, fin dall’inizio, era quella di trasformare la Tunisia in una democrazia senza partiti, in pratica in un regime autoritario dominato dalla figura del Capo dello Stato, cioè da lui. Quindi, i tunisini sapevano cosa volevano e chi avevano votato: loro stessi avevano rigettato la democrazia. Si è così aperto un gravissimo scontro istituzionale fra Saied e il Parlamento, estremamente frammentato (basti pensare che il partito di maggioranza relativa, i fondamentalisti di Ennahda, aveva solo 54 deputati contro 217!) e polarizzato fra i partiti islamisti, che volevano trasformare il Paese in un regime teocratico, e i partiti laici, liberali e socialdemocratici, che intendevano spingere per una laicizzazione forzata della Tunisia e difendere tenacemente il regime democratico post-rivoluzionario. Saied, in due anni e mezzo, ha nominato e licenziato due primi ministri, Elyes Fakhfakh e Hichem Mechichi: il primo per un presunto conflitto d’interessi, il secondo perché si era rifiutato di ritirare le nomine di 11 ministri invisi al presidente. Il conflitto istituzionale ha aggravato la crisi economica e sociale del Paese: nel giugno 2020 ripresero le proteste nella regione meridionale di Tataouine con pesanti scontri tra polizia e gli impiegati nell’estrazione del petrolio che manifestavano contro la mancanza di lavoro e di investimenti locali, mentre il terrorismo riprendeva quota con una pluralità di attentati (tra i più gravi, quello contro la Guardia Nazionale del 6 settembre 2020). La pandemia ha dato il colpo decisivo alla traballante democrazia tunisina, unica nel mondo arabo: alla vigilia del colpo di Stato deciso da Saied, la Tunisia registrava il più alto tasso di mortalità da Covid-19, la più forte instabilità dell’esecutivo (11 governi in 10 anni), il 36,5% di disoccupazione giovanile, l’esplosione del debito pubblico  con l’incapacità di concludere un accordo col Fondo Monetario Internazionale per un prestito di 4 miliardi di dollari per la ripartenza dopo il tracollo del Pil causato dalla pandemia.

 Il “ritorno” della dittatura

La situazione disperata offrì a Saied l’alibi per agire: il 25 luglio 2021, invocando l’articolo 80 della Costituzione post-rivoluzionaria, licenziò il primo ministro e sospese i lavori del Parlamento per 30 giorni. La sera del 26, davanti al Parlamento, scoppiarono scontri fra i sostenitori di Saied e i suoi oppositori politici, ma il popolo tunisino lasciò fare, benché Saied non avesse rispettato l’articolo 80, che prevedeva sì la sospensione dei lavori parlamentari, ma dopo una consultazione fra presidente, primo ministro, presidente del Parlamento, e dopo aver informato la Corte costituzionale che, però, non è mai stata istituita perché non si è mai trovato l’accordo in Parlamento per nominarne parte dei membri (una proposta di abbassare il quorum di maggioranza da 145 a 131 fu respinta proprio da Saied). A fianco di Saied si schierò, non a caso, il partito Destouriano Libero di Abir Moussi, nostalgico del regime di Ben Ali. Il blocco delle istituzioni durò ben oltre i 30 giorni: un anno dopo, Saied indisse un referendum per una riforma della Costituzione che realizzava il suo regime autoritario. Essa prevede la subordinazione del premier e della magistratura al presidente, la suddivisione del Parlamento in due camere, una delle quali su base regionale, con la possibilità per il Parlamento di porre il veto alle leggi del presidente solo con un quorum di due terzi. Il referendum passò con oltre il 90% delle preferenze, con un’astensione del 30% dovuta al boicottaggio delle opposizioni, benché Saied avesse incoraggiato ad andare a votare anche per il “no”. Il sistema autoritario, a livello istituzionale, era blindato, tanto più che alle elezioni parlamentari del 17 dicembre scorso andò a votare solo l’8,8% dei tunisini, un’affluenza mai così bassa in un’elezione della storia mondiale contemporanea.

 Tutta colpa dei migranti!

Ma il Paese è oggi sull’orlo del default: il Pil è al di sotto del 90% di quello che era sotto il dittatore Ben Ali, il rapporto Pil/debito pubblico è salito dal 50 all’88%, la disoccupazione giovanile è balzata al 40%, mentre il Paese dovrà rimborsare fra il 2023 e il 2027 11 miliardi di euro di debito estero e oltre 3 miliardi di euro di crediti commerciali a breve termine dovuti a enti statali e imprese pubbliche. Saied, inoltre, potrà avere il prestito dal Fmi solo se ridurrà gli stipendi pubblici e i sussidi sui beni di consumo. Ciò provocherebbe l’esplosione della rabbia dei tunisini, che hanno voluto un regime autoritario, ma a patto che ponesse fine alla crisi post-rivoluzionaria. Per evitate tutto ciò, ecco la duplice mossa di Saied: incanalare la rabbia dei tunisini contro i 21mila migranti subsahariani presenti nel Paese, in gran parte senza lavoro e ridotti alla fame per la crisi, e indurli a lasciare il Paese per “usarli” come forma di pressione contro gli europei per ottenere i soldi che gli servono senza essere obbligato a sottostare a condizioni draconiane. Insomma, un ricatto molto simile a quello imposto da Recep Tayyip Erdogan all’Ue a partire dal 2016. Così, Saied ha accusato i migranti di aver aumentato la criminalità e di voler cambiare la composizione demografica del Paese. Ha intimato loro di andarsene dalla Tunisia, stabilendo che chi di loro sarà trovato senza documenti sarà arrestato. Saied sembra essere riuscito a realizzare il suo duplice scopo. Per quanto riguarda il primo, la rabbia dei tunisini si è effettivamente scatenata contro i migranti, spesso in modo violento. Le aggressioni sono talmente aumentate che molti di loro si sono nascosti e hanno ricercato rifugio nelle ambasciate dei loro Paesi; gli irregolari che avevano trovato impieghi di fortuna sono stati licenziati dalla sera alla mattina e sono stati cacciati dalle loro case. Costa d’Avorio e Guinea hanno organizzato aerei per rimpatriare i loro migranti. Per gli altri sembra esserci solo una via di salvezza: raggiungere le nostre coste con qualsiasi mezzo. Ecco spiegato il “boom” di arrivi di cui si diceva all’inizio, mentre con la visita del Commissario europeo per gli affari economici e monetari Paolo Gentiloni Saied sembra vicino a realizzare l’altro suo scopo: quello di aprire un dialogo con l’Ue per avere i soldi di cui ha bisogno senza fare le riforme promettendo, in cambio, di mettere un freno alla “cacciata” dei migranti dalla Tunisia. L’Ue ha solo una possibilità per evitare di sottostare al ricatto: mettere in atto, finalmente, una politica migratoria unitaria e adottare la necessaria fermezza contro un regime antidemocratico. Uniti, si vince. Divisi, si perde.

 R.M.

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...