LA TUNISIA SULL’ORLO DEL DEFAULT: LA COLPA? DEI MIGRANTI!
Secondo
i dati del Viminale, da inizio anno 15.537 persone sono arrivate alle coste
italiane dalla Tunisia: più di 180 sbarchi al giorno, con un incremento del
920% rispetto allo scorso anno. Non si tratta di tunisini, ma di subsahariani.
Come mai? Cosa sta succedendo in Tunisia?
La democrazia in “coma”
Il Paese che era generalmente indicato come esemplare delle rivolte democratiche della cosiddetta Primavera Araba si è drammaticamente involuto in una forma di governo autoritario, per non dire dittatoriale, ed è sull’orlo del default economico. La democrazia tunisina è entrata in “coma” il 23 ottobre 2019: la crisi economica, politica e sociale seguita alla Rivoluzione dei Gelsomini che, nel 2011, aveva fatto cadere la dittatura di Zine El-Abidine Ben Ali, ha portato i tunisini a eleggere come nuovo presidente Kais Saied, che ha sconfitto al ballottaggio Nabil Karoui, peraltro impossibilitato a condurre la propria campagna elettorale perché agli arresti dal 23 agosto con l’accusa di frode fiscale e riciclaggio. Entrambi i contendenti erano estranei alla classe dirigente politica: Saied era giurista e professore di diritto costituzionale, mentre Karoui era un magnate dei media. I tunisini, con un’affluenza record per gli standard del Paese (57%), avevano deciso di segnare una rottura con la corrotta e inefficiente classe dirigente post-rivoluzionaria. Saied ha vinto addirittura col 72,7% dei voti su una piattaforma di stampo chiaramente autoritario: la sua intenzione, fin dall’inizio, era quella di trasformare la Tunisia in una democrazia senza partiti, in pratica in un regime autoritario dominato dalla figura del Capo dello Stato, cioè da lui. Quindi, i tunisini sapevano cosa volevano e chi avevano votato: loro stessi avevano rigettato la democrazia. Si è così aperto un gravissimo scontro istituzionale fra Saied e il Parlamento, estremamente frammentato (basti pensare che il partito di maggioranza relativa, i fondamentalisti di Ennahda, aveva solo 54 deputati contro 217!) e polarizzato fra i partiti islamisti, che volevano trasformare il Paese in un regime teocratico, e i partiti laici, liberali e socialdemocratici, che intendevano spingere per una laicizzazione forzata della Tunisia e difendere tenacemente il regime democratico post-rivoluzionario. Saied, in due anni e mezzo, ha nominato e licenziato due primi ministri, Elyes Fakhfakh e Hichem Mechichi: il primo per un presunto conflitto d’interessi, il secondo perché si era rifiutato di ritirare le nomine di 11 ministri invisi al presidente. Il conflitto istituzionale ha aggravato la crisi economica e sociale del Paese: nel giugno 2020 ripresero le proteste nella regione meridionale di Tataouine con pesanti scontri tra polizia e gli impiegati nell’estrazione del petrolio che manifestavano contro la mancanza di lavoro e di investimenti locali, mentre il terrorismo riprendeva quota con una pluralità di attentati (tra i più gravi, quello contro la Guardia Nazionale del 6 settembre 2020). La pandemia ha dato il colpo decisivo alla traballante democrazia tunisina, unica nel mondo arabo: alla vigilia del colpo di Stato deciso da Saied, la Tunisia registrava il più alto tasso di mortalità da Covid-19, la più forte instabilità dell’esecutivo (11 governi in 10 anni), il 36,5% di disoccupazione giovanile, l’esplosione del debito pubblico con l’incapacità di concludere un accordo col Fondo Monetario Internazionale per un prestito di 4 miliardi di dollari per la ripartenza dopo il tracollo del Pil causato dalla pandemia.
La situazione disperata offrì a Saied l’alibi per agire: il 25 luglio 2021, invocando l’articolo 80 della Costituzione post-rivoluzionaria, licenziò il primo ministro e sospese i lavori del Parlamento per 30 giorni. La sera del 26, davanti al Parlamento, scoppiarono scontri fra i sostenitori di Saied e i suoi oppositori politici, ma il popolo tunisino lasciò fare, benché Saied non avesse rispettato l’articolo 80, che prevedeva sì la sospensione dei lavori parlamentari, ma dopo una consultazione fra presidente, primo ministro, presidente del Parlamento, e dopo aver informato la Corte costituzionale che, però, non è mai stata istituita perché non si è mai trovato l’accordo in Parlamento per nominarne parte dei membri (una proposta di abbassare il quorum di maggioranza da 145 a 131 fu respinta proprio da Saied). A fianco di Saied si schierò, non a caso, il partito Destouriano Libero di Abir Moussi, nostalgico del regime di Ben Ali. Il blocco delle istituzioni durò ben oltre i 30 giorni: un anno dopo, Saied indisse un referendum per una riforma della Costituzione che realizzava il suo regime autoritario. Essa prevede la subordinazione del premier e della magistratura al presidente, la suddivisione del Parlamento in due camere, una delle quali su base regionale, con la possibilità per il Parlamento di porre il veto alle leggi del presidente solo con un quorum di due terzi. Il referendum passò con oltre il 90% delle preferenze, con un’astensione del 30% dovuta al boicottaggio delle opposizioni, benché Saied avesse incoraggiato ad andare a votare anche per il “no”. Il sistema autoritario, a livello istituzionale, era blindato, tanto più che alle elezioni parlamentari del 17 dicembre scorso andò a votare solo l’8,8% dei tunisini, un’affluenza mai così bassa in un’elezione della storia mondiale contemporanea.
Ma il Paese è oggi sull’orlo del default: il Pil è al di sotto del 90% di quello che era sotto il dittatore Ben Ali, il rapporto Pil/debito pubblico è salito dal 50 all’88%, la disoccupazione giovanile è balzata al 40%, mentre il Paese dovrà rimborsare fra il 2023 e il 2027 11 miliardi di euro di debito estero e oltre 3 miliardi di euro di crediti commerciali a breve termine dovuti a enti statali e imprese pubbliche. Saied, inoltre, potrà avere il prestito dal Fmi solo se ridurrà gli stipendi pubblici e i sussidi sui beni di consumo. Ciò provocherebbe l’esplosione della rabbia dei tunisini, che hanno voluto un regime autoritario, ma a patto che ponesse fine alla crisi post-rivoluzionaria. Per evitate tutto ciò, ecco la duplice mossa di Saied: incanalare la rabbia dei tunisini contro i 21mila migranti subsahariani presenti nel Paese, in gran parte senza lavoro e ridotti alla fame per la crisi, e indurli a lasciare il Paese per “usarli” come forma di pressione contro gli europei per ottenere i soldi che gli servono senza essere obbligato a sottostare a condizioni draconiane. Insomma, un ricatto molto simile a quello imposto da Recep Tayyip Erdogan all’Ue a partire dal 2016. Così, Saied ha accusato i migranti di aver aumentato la criminalità e di voler cambiare la composizione demografica del Paese. Ha intimato loro di andarsene dalla Tunisia, stabilendo che chi di loro sarà trovato senza documenti sarà arrestato. Saied sembra essere riuscito a realizzare il suo duplice scopo. Per quanto riguarda il primo, la rabbia dei tunisini si è effettivamente scatenata contro i migranti, spesso in modo violento. Le aggressioni sono talmente aumentate che molti di loro si sono nascosti e hanno ricercato rifugio nelle ambasciate dei loro Paesi; gli irregolari che avevano trovato impieghi di fortuna sono stati licenziati dalla sera alla mattina e sono stati cacciati dalle loro case. Costa d’Avorio e Guinea hanno organizzato aerei per rimpatriare i loro migranti. Per gli altri sembra esserci solo una via di salvezza: raggiungere le nostre coste con qualsiasi mezzo. Ecco spiegato il “boom” di arrivi di cui si diceva all’inizio, mentre con la visita del Commissario europeo per gli affari economici e monetari Paolo Gentiloni Saied sembra vicino a realizzare l’altro suo scopo: quello di aprire un dialogo con l’Ue per avere i soldi di cui ha bisogno senza fare le riforme promettendo, in cambio, di mettere un freno alla “cacciata” dei migranti dalla Tunisia. L’Ue ha solo una possibilità per evitare di sottostare al ricatto: mettere in atto, finalmente, una politica migratoria unitaria e adottare la necessaria fermezza contro un regime antidemocratico. Uniti, si vince. Divisi, si perde.
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