CHI HA SABOTATO NORD STREAM?

A margine della bocciatura da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu alla proposta di inchiesta avanzata da Russia e Cina sul sabotaggio ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 del settembre scorso, è forse opportuno riassumere per sommi capi le ipotesi relative alle presunte responsabilità. Finora le piste emerse sono tre: russa, americana e ucraina.

 


La pista “russa”

La pista “russa” è stata quella più immediatamente “prediletta” nel dibattito pubblico. Le esplosioni, verificatesi in prossimità dell’isola danese di Bornholm, avvennero negli stessi giorni in cui la premier danese Mette Fredriksen era in Polonia per inaugurare la Baltic Pie, un gasdotto che collega i giacimenti norvegesi alla Polonia passando per le acque territoriali danesi. Benché Nord Stream 1 fosse stato chiuso dai russi all’inizio di settembre e Nord Stream 2 non era mai entrato in funzione, la Russia avrebbe deliberatamente danneggiato i due gasdotti per inibire la politica europea di smarcamento dalla dipendenza energetica da Mosca e, al tempo stesso, avvertendo gli europei che, essendo riusciti a colpire quei gasdotti, i russi avrebbero potuto colpirne altri. Ad avallare questa pista, i prezzi del gas immediatamente schizzati verso l’alto dopo il sabotaggio.

 La pista “americana”

Nel mese di febbraio, il vincitore del Premio Pulitzer Seymour Hersh puntò il dito contro gli Stati Uniti: la decisione di danneggiare i gasdotti era stata presa dai servizi segreti americani in accordo col presidente Joe Biden. Biden, in effetti, aveva sempre visto negativamente i gasdotti perché affrancavano la Germania dal mercato energetico americano e, fornendo in abbondanza gas naturale ai tedeschi, offrivano alla Russia consistenti introiti per le sue mire espansionistiche. Era diventato virale, a questo proposito, un video relativo alla conferenza stampa finale dell’incontro al vertice fra Biden e il cancelliere Olaf Scholz avvenuto il 7 febbraio 2022 (meno di tre settimane prima dell’invasione russa all’Ucraina) nella quale il presidente americano minacciò di rendere inservibile Nord Stream 2 nel caso in cui si fosse verificata l’invasione russa dell’Ucraina. In più, lo scorso settembre il Segretario di Stato Antony Blinken, in occasione del peggioramento energetico nell’Europa occidentale, disse che la crisi energetica rappresentava una straordinaria opportunità per rimuovere una volta per tutte la dipendenza europea dall’energia russa e per dischiudere enormi opportunità strategiche per gli anni a venire, vale a dire rendere dipendente l’Europa dal mercato energetico americano.

 La pista “ucraina”

Recentemente il New York Times e Der Spiegel hanno rivelato che il sabotaggio sarebbe stato provocato da ucraini esperti sommozzatori che avevano ricevuto un addestramento militare e che si erano recati sul posto grazie a un’imbarcazione affittata da una società polacca controllata da altri cittadini ucraini e grazie alla copertura militare occidentale. Lo scopo sarebbe stato quello di destabilizzare il Cremlino e rendere ancora più “intransigente” e vitale la posizione dell’Unione Europea contro la Russia e a sostegno dell’Ucraina.

Quale delle tre?

Nessuna delle tre ha degli elementi che la renderebbero più credibile delle altre. Innanzitutto, un sabotaggio russo sarebbe stato assai difficile da attuare: anche partendo dall’enclave russa di Kaliningrad, i sommergibili avrebbero dovuto andare e tornare in un settore del Mar Baltico ipersorvegliato. Inoltre, da subito i russi hanno chiesto che si indagasse sul sabotaggio, cercando di mostrare di non avere la “coda di paglia”. La recente mozione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu garantirebbe della loro affidabilità.

Un sabotaggio americano sarebbe stato, invece, meno difficoltoso da attuare: oltretutto, la presidenza americana aveva più volte manifestato insofferenza verso i due gasdotti, e il movente economico sembra molto più solido di quello puramente intimidatorio dei russi. D’altra parte, al netto del fatto che non vi sono prove a carico degli americani, il rischio di perdere la faccia qualora la verità fosse venuta o dovesse venire a galla è grossissimo.

Benché, per stessa ammissione degli americani, gli ucraini non dicano proprio tutto ai loro alleati, il medesimo rischio l’avrebbe corso, e lo correrebbe l’Ucraina: le sue relazioni diplomatiche in un periodo così drammatico per Kiev come questo ne uscirebbero gravemente compromesse, con una grave perdita di credibilità per la Nato nell'eventualità di una sua copertura o collaborazione.

Resta, comunque, una domanda: perché tutti, a parte il Brasile, si sono astenuti al Consiglio di Sicurezza facendo decadere la proposta d’inchiesta avanzata da Russia e Cina? Non è nell’interesse di tutti scoprire quello che è accaduto, magari tramite un’inchiesta delle Nazioni Unite, organo super partes per antonomasia? Con queste astensioni, il dubbio che la “coda di paglia” ce l’abbiano altri, e non i russi, rischia di diventare più consistente.

 R.M.

Nessun commento:

Posta un commento

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...