L’ACCORDO SUL DEBITO USA: PROPRIO «GRANDE VITTORIA»?

 

Ogni volta che in Italia si parla di debito pubblico si scatena una specie di psicodramma collettivo: si sa benissimo che il nostro Paese balla pericolosamente sul filo della sostenibilità. Anche gli Stati Uniti hanno un debito pubblico piuttosto colossale. Qual è la differenza fra noi e gli americani? Il Prodotto Interno Lordo (Pil) che ne garantisce, appunto, la sostenibilità: quello degli Stati Uniti è il più grande del mondo, non altrettanto quello italiano. Però, lunghe ombre si addensano anche sulla sostenibilità del debito americano, non a caso oggetto, quest’anno, di una soffertissima contrattazione tra repubblicani e democratici. Perché tanta paura? Una breve cronistoria sul tetto del debito americano in rapporto al Pil ci può aiutare a capire i termini del problema. Le date chiave sono quattro: il 1° ottobre 1917 (la sua istituzione); il 16 giugno 1933 (la separazione tra banche d’affari e commerciali); il 12 novembre 1999 (il ritorno al sistema bancario antecedente al 1933); il 2 giugno 2023 (l’accordo raggiunto in extremis dal Congresso sul tetto del debito per evitare l’insolvenza).

 

1° ottobre 1917: nasce il tetto del debito pubblico americano

 

Il tetto del debito pubblico americano fu istituito il 1° ottobre 1917 col Second Liberty Bond Act: si trattava di autorizzare tramite un voto al Congresso le ingenti spese da sostenere con l’ingresso nella prima guerra mondiale. A partire dal 1917, ogni anno il Congresso avrebbe dovuto trovare un accordo per fissarne il limite, alzandolo o abbassandolo. Diciamo subito che il tetto è stato più volte innalzato, specie dopo il crollo di Wall Street del 1929 quando lo Stato decise di intervenire per uscire dalla gravissima crisi economica. Proprio a causa di questo drammatico default, il Congresso approvò una seconda legge che, sebbene riservata al sistema bancario, avrebbe avuto ripercussioni positive non solo sull’economia americana, ma anche sulla sostenibilità del debito pubblico: la Glass-Steagall Act del 16 giugno 1933.

 

16 giugno 1933: la “boccata d’ossigeno” per il tetto del debito

 

Essa prevedeva una separazione fra banche d’affari e banche commerciali che teneva distinte le banche che si occupavano di investimenti finanziari da quelle che agivano nel settore economico: in questo modo si impediva che l’economia fosse esposta a rischi finanziari. Era una tutela in più per il debito pubblico, un’autentica “boccata d’ossigeno”, perché non più vincolato a massicci interventi per salvare possibili fallimenti delle banche tradizionali. Infatti, il tetto del debito fu costantemente aumentato senza particolari preoccupazioni, garantito, inoltre, da un Pil in costante aumento. Solo nel 1945 il tetto superò la soglia del 100% del Pil: ma si trattò di un evento eccezionale legato alla partecipazione alla seconda guerra mondiale. Infatti, già dieci anni dopo era tornato a essere il 56% del Pil (ed era appena finita la guerra di Corea), per abbassarsi al 23% del Pil nel 1974. I problemi iniziarono a partire dal 12 novembre 1999.

 

12 novembre 1999: verso il disastro…

 

Quel giorno la Glass Steagall Act fu abolita. Il Gramm-Leach-Bliley Act consentì nuovamente alle banche di operare sia nel settore economico che in quello finanziario. Ben presto i soldi dei risparmiatori furono usati dalle banche per azzardate operazioni finanziarie: in pochi anni ci si ritrovò nella drammatica situazione del 1929. Fu un disastro le cui ricadute segnarono gli anni successivi. La finanza tornò a dominare sull’economia con risultati catastrofici: il fallimento di Lehman Brothers del 2008 scatenò una nuova crisi. Lo Stato decise di intervenire per salvare le cinque banche più grandi del Paese: il tetto del debito, come si vede dal grafico, iniziò la sua crescita esponenziale degli anni a venire, cominciando con l’impennarsi da 5.500 miliardi di dollari del 2000 a 12.000 miliardi del 2008, con un Pil che viaggiava sui 1.000 dollari.




 







Ma fu proprio la convinzione che lo Stato avrebbe comunque impedito i fallimenti a incoraggiare la prosecuzione dei cosiddetti “azzardi morali” finanziari. Nel 2011 il tetto del debito fu fissato a 14.000 dollari, poco sotto il 100% del Pil. Una situazione simile al 1945, ma senza che vi fosse stata una guerra mondiale. Fu proprio il presidente Barack Obama il maggior responsabile dell’aumento del tetto sul debito pubblico al punto da causare in quello stesso anno il declassamento della sua sostenibilità da parte dell’agenzia di rating Standard & Poors (poi condannata dal Dipartimento di Giustizia per manipolazione fraudolenta del rating, nonostante che i dati non potessero che andare in quella direzione). Col Covid-19 e i relativi sussidi, il tetto del debito toccò nuovamente il 100% del Pil (presidente era il repubblicano Donald Trump) per arrivare ai 31.400 miliardi di dollari di oggi dopo estenuanti trattative, sapendo che la cifra è forse troppo alta, perché il Pil è pari solo a circa 22.000 miliardi di dollari.


L’accordo del 2 giugno 2023: una «grande vittoria»?


Il presidente Joe Biden ha definito l’accordo bipartisan sul tetto del debito raggiunto la notte del 2 giugno come una «grande vittoria». Non sembra proprio così. Né i repubblicani, né i democratici, in realtà, hanno voluto passare alla storia come quelli che hanno deciso di tagliare la spesa pubblica per la prima volta dopo quarant’anni alla viglia di una difficile campagna elettorale e di una possibile, nuova grave crisi bancaria. I salvataggi della Silicon Valley Bank e di First Republic Bank potrebbero essere, infatti, i primi di una lunga serie. Né a nessuno viene in mente di mettere fine al dominio della finanza sull’economia iniziando col rovesciare quella sciagurata legge del 1999: fare affari sembra far gola a chiunque. Ma potrebbe costare molto caro. L’accordo raggiunto tra democratici e repubblicani, pertanto, non risolve nulla: è solo una strategia per prendere tempo (e per fare qualche affare in più, almeno per qualcuno). Infatti, prevede una rinegoziazione del debito pubblico fra due anni, nel 2025, l’anno dopo le presidenziali. Ma tra calo demografico e invecchiamento con aumento delle spese sanitarie senza un adeguato aumento delle tasse che non vuole decidere nessuno (lo decise nel 1992 George W. Bush e perse le elezioni) per quanto tempo ancora gli Stati Uniti potranno reggere un tetto del debito pubblico così alto?

R.M.

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