SUDAN: VERSO UNA NUOVA GUERRA AFRICANA?

 


Per avere un quadro della situazione di quanto sta accadendo e di quanto potrebbe accadere in Sudan è sempre utile cercare di dipingere il quadro nel quale la situazione si è involuta. Le date da ricordare sono tre: 11 aprile 2019 (il colpo di Stato che ha deposto il dittatore Omar Hassan al-Bashir), 25 ottobre 2021 (il colpo di Stato col quale il generale Abdel Fattah al-Burhan ha ripristinato la dittatura militare escludendo i civili dal governo), 15 aprile 2023 (inizio della guerra civile fra i sostenitori di al-Burhan e quelli del suo rivale, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti).

 

11 aprile 2019: dalla speranza all’illusione

 

Il colpo di Stato dell’11 aprile 2019 che mise fuori gioco al-Bashir, al potere dal 1989, aveva acceso molte speranze per una transizione democratica del Paese: al-Bashir era stato l’autore del genocidio in Darfur, iniziato nel 2003 e perpetrato attraverso le forze paramilitari Janjaweed, i “diavolo a cavallo”, e per questo nel 2009 incriminato dalla Corte Penale Internazionale. Uno dei primi provvedimenti della giunta militare che aveva preso il potere (il Consiglio Militare di Transizione, Tfc, guidato dal generale al-Burhan) fu quello di un graduale superamento della sharia, la legge islamica imposta fin dal 1983 dall’allora presidente Jafar al-Nimeyri. Il generale al-Burhan aveva, inoltre, aperto il governo del Paese ai civili con la nomina dell’economista Abdallah Hamdok. Iniziarono, quindi, trattative fra il Tfc e i civili inquadrati nell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento. Si raggiunse un accordo che prevedeva in tre anni, cioè al 2022, il periodo di transizione a un governo civile con tanto di elezioni. Ma si capì presto che i militari ben difficilmente avrebbero accettato di disfarsi del potere e dei loro privilegi economici che li avevano arricchiti. Le resistenze emersero quando si decise di istituire un nuovo Consiglio sovrano nel quale i militari pretendevano la maggioranza in modo da “blindare” la loro posizione. La tensione esplose il 3 giugno, quando i militari spararono alla folla di dimostranti. Intanto, l’inchiesta contro al-Bashir convolse presto alcuni militari che partecipavano al governo, e che avevano condiviso il potere con l’ex dittatore, primo fra tutti Hemetti: era lui il capo dei Janjaweed che imperversavano nel Darfur. L’evolversi dell’inchiesta spaventò i militari: una transizione a un governo civile li avrebbe potuti deferire al tribunale. Si arrivò, così a un nuovo colpo di Stato.

 

25 ottobre 2021: da un regime a un altro

 

Il 25 ottobre 2021, a pochi mesi dal trasferimento del potere ai civili, i militari misero fine al governo di transizione estromettendo i civili dal governo: il premier Hamdok venne arrestato, assieme ad altri civili, poi liberati in novembre. Hamdok venne reintegrato nella sua carica ma, non avendo più margini di manovra, si dimise il 3 gennaio 2022. A capo del nuovo regime si insediò il generale al-Burhan, in qualità di capo di Stato e presidente. Vicepresidente fu il generale Hemetti. Quest’ultimo, però, non si rassegnò a rimanere il “numero due” del regime. Per tutto il 2022 si aprì un conflitto interno fra i due generali: punto di attrito principale era l’inserimento della forza paramilitare dei Janjaweed guidata da Hemetti nell’esercito regolare voluta da al-Burhan per toglierla a Hemetti e metterla sotto il suo controllo. In tal modo, al-Burhan avrebbe sottratto una pericolosissima “carta” a Hemetti, privandolo di un suo esercito personale col quale avrebbe potuto condizionare, per non dire minacciare il regime da lui guidato. Hemetti, ovviamente, si oppose. Intanto, serrò i suoi rapporti con la Russia (si incontrò con Vladimir Putin a Mosca) e col gruppo mercenario Wagner, che aveva operato al fianco dei Janjaweed nel genocidio del Darfur fin dal 2017 mettendo le mani su alcune delle più ricche risorse minerarie aurifere del Paese. Nel mese di dicembre, forse per bloccare definitivamente Hemetti, al Burhan decise di riaprire un nuovo dialogo fra il regime e i civili che portò a un’intesa per dar vita a un governo a guida civile in due fasi, il 3 e l’11 aprile 2023, nel quale ritagliarsi un posto di prestigio a spese del suo avversario. E’ a questo punto che arriviamo all’ultima data fatale per il Paese: il 15 aprile 2023, lo scoppio della guerra civile.

 

15 aprile 2023: verso una nuova guerra africana?

 

Quel giorno, Hemetti, fiutata la trappola che lo avrebbe probabilmente messo fuori gioco, ha deciso di rompere gli indugi e di dichiarare apertamente guerra ad al-Burhan lanciando contro il regime e l’esercito regolare i suoi “diavoli a cavallo”. La pericolosità della guerra civile scatenata da Hemetti non è legata solo al bagno di sangue che sta già causando nel Paese, ma anche a un possibile allargamento del conflitto ai Paesi confinanti, e non solo a questi. Il Sudan ha un contenzioso territoriale aperto con l’Etiopia e, sempre con l’Etiopia, l’irrisolta questione della grande diga che Addis Abeba vuole costruire riempiendola con le acque dell’Alto Nilo, mettendo a rischio l’approvvigionamento idrico del Paese. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non vogliono assolutamente che si formi un governo civile per non perdere l’alleanza dell’esercito sudanese nella guerra in Yemen, e a questo scopo potrebbero ingerirsi pesantemente nella guerra civile. Se lo facesse anche l’Etiopia, l’Egitto potrebbe correre in soccorso del Sudan, perché la diga dell’Alto Nilo ostacola anche il suo approvvigionamento idrico. Inoltre, in Etiopia potrebbe riaprirsi la guerra civile nel Tigrai (da lì sono sempre arrivati gli approvvigionamenti militari per i ribelli “tigrini”). Sullo sfondo, poi, potrebbero ingerirsi anche Russia e Cina: la Cina ha già in essere ingenti investimenti in Sudan, e non accetterà mai che la Russia approfitti della presenza del gruppo Wagner per impossessarsi delle risorse aurifere del Paese. Al tempo stesso, la Russia farebbe di tutto per ostacolare le ambizioni di Pechino. Se la guerra civile non verrà spenta subito, le fiamme che si sono accese rischiano di trasformarsi in un incontrollabile, estesissimo incendio.

 R.M.

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