ORE DI FUOCO IN GUINEA BISSAU
Le
origini della crisi
Il Paese è, purtroppo, un classico esempio di instabilità che caratterizza gran parte degli Stati africani. Indipendente dal 1974, l’ex colonia portoghese in 45 anni ha vissuto continue crisi politiche e istituzionali: tra colpi di Stato, una violenta guerra civile, l’assassinio di un presidente in carica e di un capo dell’esercito.
Presidenza
vs governo: primo round. La presidenza Vaz (2014-19).
Il primo presidente a
concludere il proprio mandato dal 1994, anno delle prime elezioni democratiche,
fu Josè Màrio Vaz, leader del più blasonato partito del Paese, il Paigc
(Partito Africano dell’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde): in carica dal
23 giugno 2014, giunse alla scadenza naturale del suo mandato (23 giugno 2019).
Ma anche il suo quinquennio fu tutt’altro che tranquillo: volendo governare da
solo senza lasciarsi imbrigliare dal suo partito, lasciò il Paigc causando fin
dall’agosto del 2015 (quindi, appena un anno dopo essere stato eletto) una
scissione fra i suoi fedelissimi, usciti dal partito, e il suo primo ministro
Domingos Simoes Pereira, storico leader del partito. Da allora si è scatenata
una lunga lotta di potere tra Vaz e Pereira: presidenza contro governo. Arroccatosi
alla presidenza dopo la sconfitta alle legislative del 10 marzo 2019, fu
necessario l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per
curare l’indizione delle elezioni presidenziali. Vaz si presentò come candidato
indipendente; i favori del pronostico, però, andavano tutti a Pereira. Vaz,
infatti, fu sconfitto al primo turno (24 novembre). Al secondo turno, il
ballottaggio (29 dicembre) si tenne fra Pereira del Paigc e Umaro Sissoco
Embalò (ex militare e già primo ministro sotto Vaz dal novembre 2016 al gennaio
2018) del Madem G-15 (Movimento di Alternanza Democratica, partito nato da una
scissione dal Paigc originata, appunto, da 15 membri del Paigc). Quando tutti
si aspettavano il trionfo di Pereira, ecco il colpo di scena: Embalò sbancò
vincendo col 53,5% dei voti.
Presidenza
vs governo: secondo round. La presidenza Embalò.
Pereira contestò i
risultati: si aprì un nuovo periodo di instabilità che culminò con il tentativo
(fallito) di colpo di Stato del febbraio 2022, a seguito del quale nel mese di
maggio Embalò sciolse il parlamento. Anch’egli, come Vaz, cercò di governare da
solo attraverso un primo ministro di “facciata”. Rinviò più volte l’indizione
delle elezioni legislative, che si tennero il 4 giugno scorso. Stavolta, i
pronostici furono rispettati: vinse il Paigc dell’immarcescibile Pereira. Per
evitare un nuovo scontro istituzionale, con un parlamento dominato dalle
opposizioni Embalò riuscì a strappare un compromesso varando un governo di
larghe intese con il Paigc cedendogli il Ministero degli Interni e, quindi, il
controllo della Guarda Nazionale. Pereira, inoltre, ottenne la presidenza del
Parlamento. L’instabilità, però, continuò a farla da padrona: quello scontro
istituzionale che si tentò di evitare, si verificò. Si è ripetuto, e ancora si
ripete, quello scontro fra presidenza e governo (e tra Guardia Presidenziale,
che fa capo al presidente, e Guardia Nazionale, che fa capo al Ministero dell’Interno)
già visto negli anni della presidenza Vaz. Il “casus belli” è stato provocato
dallo stesso Embalò, che il 30 novembre ha fatto arrestare il Ministro delle
Finanze Suleimane Seidi e il Segretario al Tesoro Antònio Montero accusandoli
di essere responsabili di un ammanco di dieci milioni di dollari nelle casse
dello Stato (ma Seidi il 27 aveva detto in parlamento che si trattava di un
prelievo a sostegno del settore privato). La sera stessa, elementi della Guardia
Nazionale hanno fatto irruzione nella stazione di polizia e liberato
momentaneamente i due uomini di governo: subito dopo, infatti, è intervenuta la
Guardia Presidenziale. Gli scontri nelle strade di Bissau fra Guardia
Presidenziale (presidenza) e Guardia Nazionale (governo) sono durati tutta la
notte provocando almeno due morti. Embalò si è trovato costretto a tornare da
Dubai lasciando la Cop25 sul clima. Embalò ha ripreso il controllo della
situazione: la Guardia Presidenziale ha prevalso e il capo della Guardia
Nazionale, il comandante Victor Tchongo, è stato arrestato. Le ore successive,
però, sono state piuttosto caotiche. Embalò ha sciolto il Parlamento come in
occasione del precedente tentativo di colpo di Stato senza indicare la data di
indizione delle nuove elezioni legislative, ma la decisione è stata respinta
come incostituzionale dal suo grande rivale Pereira.
Tentativi
di “golpe”
A rendere ancora più
caotica la situazione è stato l’annuncio da parte dell’agenzia di stampa Lusa
secondo il quale un gruppo di militari ha occupato la sede delle emittenti
radiotelevisive statali, annunciando che la stazione sarebbe stata chiusa fino
a nuovo ordine. Embalò ha poi dichiarato che “dopo questo tentativo di colpo di
Stato il normale funzionamento delle istituzioni della Repubblica è diventato
impossibile”. La dichiarazione è piuttosto inquietante e rende ancora più tesa
la situazione, dal momento che essa sembra preludere a un tentativo di colpo di
Stato del presidente in carica (e l’anno prossimo si dovrebbero tenere le
presidenziali, ma il condizionale è d’obbligo). Sono, insomma, ore di fuoco. Ricordiamo
che la Guinea Bissau è fra i dieci Paesi più poveri dell’Africa ed è contesa a
livello geopolitico: da una parte abbiamo Portogallo e Stati Uniti, con i quali
il Paese sta combattendo il narcotraffico proveniente dal Sud America (la
Guinea Bissau è un importante hub di smistamento); dall’altra la Russia che,
attraverso i mercenari della Wagner, sta allargando la propria sfera di
influenza in Africa a colpi di… colpi di Stato (Guinea, Mali, Niger) o giocando
la carta dell’instabilità politica (Senegal, Ciad, Burkina Faso). Ed è proprio
a Mosca che Embalò sembra, ormai, guardare.
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