LA SCONFITTA DEI VINCENTI E IL TRACOLLO DEI PERDENTI
Se
si analizzassero i risultati elettorali della Regione Lombardia (a oggi quelli
del Lazio non sono ancora definitivi) nella loro reale totalità, cioè tenendo
conto non dei votanti, ma degli elettori, come andrebbe fatto a fini
statistici, emergerebbe un quadro interessante e un giudizio forse molto diverso
da quello dato. Anzitutto, non vi sarebbe alcuna vittoria netta di Attilio
Fontana, ma un suo netto crollo rispetto alle regionali del 2018. Un crollo che
diventa, comunque, tracollo per gli altri partiti. Nel 2018 Attilio Fontana
stravinse le elezioni: col 35,44% dei voti di tutti gli elettori superò nettamente
il partito dell’astensione (26,9%). Il suo avversario, il candidato di centrosinistra
Giorgio Gori, perse, ma senza tracollo, col 20,72% dei voti di tutti gli
elettori. Va, però, ricordato che, verosimilmente, per Gori votò gran parte dei
voti ascrivili all’alleanza di centro Italia Viva-Azione, mentre il M5S si
presentò da solo (candidato Dario Violi) ottenendo un ottimo risultato (12,37%
dei voti di tutti gli elettori). Le elezioni del 13-14 febbraio riportano risultati
ben diversi in rapporto, ancora, a una percentuali riferita al voto di tutti
gli elettori, e non solo dei votanti. Anzitutto, il primo partito è quello dell’astensione,
che supera la maggioranza assoluta (58,32%: non ci sarebbe nemmeno bisogno di
un ballottaggio, qualora le elezioni fossero in due turni), avendo più che
raddoppiato il proprio “risultato” rispetto al 2018. Attilio Fontana totalizza
solo il 22,15% dei voti di tutti gli elettori, perdendo addirittura più del 13%
rispetto a cinque anni fa. Al crollo di Fontana si aggiunge il tracollo degli
altri partiti: il suo nuovo, principale avversario, Pierfrancesco Majorino,
totalizza rispetto a cinque anni fa solamente il 13,75% dei voti di tutti gli
elettori: sebbene Giorgio Gori seppe assicurarsi, come abbiamo detto, il 20,72%,
il nuovo candidato di area Pd, rispetto al 2018, non aveva, è vero, l’appoggio
dei partiti moderati di centrosinistra (Italia Viva e Azione, che hanno
appoggiato Letizia Moratti), ma poteva contare sul sostegno del M5S, che totalizzò,
da solo, il 12,37% dei voti di tutti gli elettori. Un vero e proprio tracollo,
dunque, che ha colpito anche il M5S, quasi scomparso in regione (1,41% dei voti
di tutti gli elettori). La “meno perdente di tutti” è proprio Letizia Moratti,
che si è assicurata il 4% dei voti di tutti gli elettori, e più della metà di
questi non arriva dalla lista Italia Viva-Azione, ma dalla sua lista. Insomma,
ha contato molto di più il suo prestigio. Da queste elezioni, perciò, nessun
candidato dovrebbe dichiararsi né soddisfatto, né vincente. Tutti, al
contrario, compreso Fontana, dovrebbero farsi un serio esame di coscienza sul
crollo di consensi che hanno avuto, e su una credibilità ridotta praticamente
allo zero, se a stravincere è stato il partito delle astensioni. Hanno (tutti)
amministrato più male che bene. Ma sul banco degli imputati va un po’ tutto l’establishment:
professionisti, sindacati, associazioni ecc. dovrebbero anch’essi seriamente
meditare su quello che (non) hanno fatto e che continuano a (non) fare per
provocare un simile, continuo, inquietante distacco della società civile che si
esprime in un’astensione, certo, non da percentuali “tunisine”, ma nemmeno
degne da un Paese democratico che si dovrebbe reggere su un’amministrazione
caratterizzata dalla ricerca del bene comune.
Un’ultima considerazione andrebbe dedicata alle coalizioni e ai partiti al loro interno. Posto che la grave e considerevole sfiducia quantomeno dei lombardi si rivolga a tutti indistintamente, si direbbe che almeno due fatti siano da rilevare. Il primo, la grave contraddizione del Pd, un partito che, alle elezioni lombarde, ha platealmente rinunciato al suo orientamento moderato e alla sua tradizione europeista: l’alleanza col M5S lo ha appiattito su posizioni estremiste, mentre la scelta di un candidato già deputato europeo farebbe intendere che al Pd l’Unione Europea non interessa. Il Pd si appresta a diventare anch’esso antieuropeista? Ai posteri l’ardua sentenza, mentre oggi gli elettori hanno già dato il loro giudizio, causandone una cocente sconfitta. Quanto al governo in carica, il rovesciamento dei rapporti di forza rispetto al 2018 in Lombardia tra Lega e Fratelli d’Italia, a vantaggio dei secondi, sembra realmente compattare la coalizione al governo, ma appiattendola sempre più al partito estremista e antieuropeista di Fratelli d’Italia, e creare non pochi problemi a chi è favorevole a un’agenda autonomistica e federalista: Fdi, a differenza della Lega, è un partito a fortissima vocazione centralista. Il risultato di queste elezioni, quindi, potrebbe complicare il cammino di una regione che, pochi anni fa, aveva votato un referendum a favore di una maggiore autonomia.
Un’ultima considerazione andrebbe dedicata alle coalizioni e ai partiti al loro interno. Posto che la grave e considerevole sfiducia quantomeno dei lombardi si rivolga a tutti indistintamente, si direbbe che almeno due fatti siano da rilevare. Il primo, la grave contraddizione del Pd, un partito che, alle elezioni lombarde, ha platealmente rinunciato al suo orientamento moderato e alla sua tradizione europeista: l’alleanza col M5S lo ha appiattito su posizioni estremiste, mentre la scelta di un candidato già deputato europeo farebbe intendere che al Pd l’Unione Europea non interessa. Il Pd si appresta a diventare anch’esso antieuropeista? Ai posteri l’ardua sentenza, mentre oggi gli elettori hanno già dato il loro giudizio, causandone una cocente sconfitta. Quanto al governo in carica, il rovesciamento dei rapporti di forza rispetto al 2018 in Lombardia tra Lega e Fratelli d’Italia, a vantaggio dei secondi, sembra realmente compattare la coalizione al governo, ma appiattendola sempre più al partito estremista e antieuropeista di Fratelli d’Italia, e creare non pochi problemi a chi è favorevole a un’agenda autonomistica e federalista: Fdi, a differenza della Lega, è un partito a fortissima vocazione centralista. Il risultato di queste elezioni, quindi, potrebbe complicare il cammino di una regione che, pochi anni fa, aveva votato un referendum a favore di una maggiore autonomia.
R.M.
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