UN ANNO DI GUERRA

Nell’ennesima guerra che, nella storia, contrariamente alle previsioni (in questo caso, russe), da “breve” è diventata “lunga”, possiamo distinguere tre fasi. La prima inizia con l’invasione russa (24 febbraio), pretestuosamente giustificata e definita da Putin come un’”operazione militare” a difesa delle minoranze filorusse delle regioni del Donbass che gli ucraini intendevano “ucrainizzare”, per liberare l’Ucraina da un governo definito filonazista, e come risposta all’aggressività dell’imperialismo occidentale a guida Nato che stava per aprire le porte all’Ucraina che, nella sua costituzione, ne prevede l’adesione. Se è vero che negli ultimi decenni la Nato si è minacciosamente avvicinata alla Russia e che le minoranze filorusse in Ucraina sono state oggetto di vessazioni da parte di Kiev, non è vero che il governo ucraino è nazista (il presidente Volodymyr Zelenskyj aveva da subito escluso dalla sua maggioranza i partiti di estrema destra), né che si possa definire “operazione militare” un’aggressione a un Paese libero e sovrano in spregio ai trattati internazionali. Quello di Putin è stato un atto di guerra, gravemente sproporzionato rispetto alla questione delle minoranze filorusse discriminate e alle più ampie questioni geopolitiche ben diversamente affrontabili e risolvibili. L’inaspettata reazione ucraina e l’imbarazzante superficialità e impreparazione dell’esercito russo (usava, tra l’altro, mappe del 1987) hanno decretato il fallimento degli obiettivi iniziali di Putin, che li ha limitati alla sola “liberazione” del Donbass. Intanto, si evolveva la posizione della comunità internazionale, in particolare dell’Unione Europea nella quale sono emerse da subito gravi spaccature fra il nucleo storico formato da Francia, Germania e Italia, che hanno condannato l’aggressione russa, ma hanno spinto per un compromesso che salvaguardasse le buone ragioni di Kiev e di Mosca, e i Paesi baltici ed ex satelliti dell’Urss che spingevano con gli Stati Uniti per un netto schieramento filoucraino e per la sconfitta della Russia, con l’eccezione dell’Ungheria, decisamente filorussa. Il “braccio di ferro” si è svolto sull’espulsione della Russia dal sistema interbancario SWIFT: Germania, Italia e Austria erano contrarie e schierate a difesa delle proprie imprese, gli altri erano favorevoli, e hanno vinto la partita. Da quel momento, l’Unione Europea non ha più avuto alcun ruolo nella guerra: la spaccatura si è rivelata irrimediabile, fatta salva per l’erogazione delle sanzioni contro Mosca rivelatasi per lo più autolesionistica e inefficace, e l’inerzia è andata tutta a vantaggio dei Paesi membri filoamericani e antirussi. La riunione dei Paesi membri della Nato a Ramstein (26 aprile) ha certificato la nascita di un fronte antirusso e filoucraino decisamente subordinato agli Stati Uniti, che hanno imposto una linea intransigente non più limitata a fornire agli ucraini armi per una legittima difesa, ma strumenti militari sempre più sofisticati per umiliare la Russia, la cui offensiva arrancava sempre più.
La seconda fase della guerra, successiva alla riunione di Ramstein, è caratterizzata da una sua complessiva involuzione, a partire dagli attori protagonisti: non più Russia e Ucraina, ma i loro sostenitori, cioè le due superpotenze Cina e Stati Uniti coi loro subordinati (i Paesi Brics per la Cina, l’Unione Europea per gli Stati Uniti), che, col loro sostegno economico (la Cina che comprava a prezzi scontati il greggio russo vanificando le sanzioni occidentali) e militare (gli Stati Uniti con le forniture Nato), consentivano loro di proseguire la tragica guerra. Se l’appoggio economico cinese ha salvato Mosca dal tracollo, quello militare statunitense ha aiutato l’Ucraina prima a stabilizzare il fronte, e poi a riconquistare agli inizi di settembre buona parte dei territori conquistati dai russi. Il fallimento dell’iniziativa diplomatica congiunta di Italia (Mario Draghi), Francia (Emmanuel Macron) e Germania (Olaf Scholz) a Kiev presso Zelenskyj per indurlo a tentare un negoziato, e di Mario Draghi a Washington per ammorbidire la posizione oltranzista di Joe Biden (Biden non gli concesse la conferenza stampa congiunta conclusiva) confermavano che la posizione moderata dell’Ue era, ormai, fuori dai giochi. Solo la Turchia, seppur limitatamente, riusciva a giocare una sua indipendente partita strategica funzionale al prestigio e agli interessi elettorali di Recep Tayyp Erdogan, che ha sbloccato i porti ucraini chiusi dai russi, ha fornito droni agli ucraini, ma non ha votato le sanzioni contro Mosca, e ha posto il veto alla domanda di adesione alla Nato di Finlandia e Svezia spaventate dall’aggressività russa. Ma a dare le carte, con la loro superpotenza e autorevolezza, restano Cina e Stati Uniti.
Il discorso di Putin del 21 settembre rappresenta l’inizio della terza fase della guerra: il presidente russo, nel cercare una rivincita, ha annunciato la mobilitazione parziale delle riserve; parallelamente, ha organizzato e messo in atto dei referendum “farsa” coi quali ha annesso alla Russia Donbass, Kherson, Donetsk e Zaporizhzhia che, tra l’altro, controllava militarmente solo a “macchia di leopardo”, e ha avvertito che qualunque aggressione ai territori annessi avrebbe rappresentato un’aggressione alla Russia, giustificando, così, l’uso del nucleare come ritorsione. Da parte sua, Zelenskyj ha fatto approvare un decreto legge (4 ottobre) secondo il quale non avrebbe mai trattato con Putin. La conferma di Xi Jimping in Cina e la sconfitta dei repubblicani populisti di Donald Trump contrari alla prosecuzione della guerra alle elezioni di “mid term” americane non hanno scalfito la linea di Stati Uniti e Cina, che continuano a foraggiare ucraini e russi interessati a trarre profitto da questa guerra dai contorni sempre più imperialistici, secondo la definizione data da Papa Francesco: per entrambi gli imperialismi americano e  cinese, l’obiettivo non dichiarato è l’indebolimento dell’impero russo; per gli Stati Uniti anche dell’Unione Europea, nonché quello di assicurarsi prioritariamente le risorse energetiche ucraine presenti nel Donbass. Unico limite che impongono ai loro “protetti”: evitare pericolose escalations. Questo spiega le loro ammissioni circa l’impossibilità che vi sia un vincitore (la necessità di un negoziato indicata da cinesi, Pentagono e Cia), ma l’assenza di piani di pace: la guerra deve continuare finché conviene. Intanto, la Russia sembra, pur lentamente, riguadagnare parte dei territori perduti, soprattutto grazie ai gruppi mercenari Wagner e ceceni (che potrebbero in futuro presentare un conto salato a Putin), mentre Kiev attende nuovi imponenti aiuti militari occidentali. L’Ue è sempre più spaccata: l’auspicio, nell’emergenza, di attivare una politica comunitaria energetica, è venuto meno per gli interessi nazionalistici dei vari Paesi emersi particolarmente in un provvedimento di contenimento del prezzo del gas, il “price cap”, talmente pieno di condizionalità da renderlo praticamente inattuabile (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/12/lamontagna-ha-partorito-il-topolino-da.html). Intanto, l’Italia, con la vittoria di Fratelli d’Italia alle elezioni politiche di fine settembre, ha abbandonato la linea moderata franco-tedesca seguita da Draghi e inaugurato una politica antieuropeista e decisamente subordinata a quella statunitense.

 

R.M.

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