LAUDATE DEUM: UN’ESORTAZIONE AMBIENTALISTA?
«Un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il
peggior pericolo per sé stesso». Così fanno le attuali classi dirigenti che, in
nome del «paradigma tecnocratico», considerano «la realtà non umana» (ma non
solo quella) come «una mera risorsa al suo servizio», da sfruttare indiscriminatamente
e senza pietà. La soluzione non arriverà da ideologie ambientaliste che
vogliono mettere al centro la natura a discapito dell’uomo, ma solo se si
recupererà la centralità della persona e della realtà come dono si potrà uscire
da un degrado che non è solo ambientale, ma anzitutto sociale. Questo, in sintesi,
quanto scritto nell’esortazione apostolica di Papa Francesco Laudate Deum,
uscita il 4 ottobre, giorno di san Francesco d’Assisi. Si tratta dell’attesa prosecuzione
della sua enciclica Laudato sì.
Un manifesto ecologista?
Emblematico il titolo scelto da Papa Francesco: significa “Lodate Dio”. A
differenza della Laudato sì, centrata su una lode a Dio per il dono del
creato, il pontefice ha scelto un titolo decisamente esortativo (del resto, è
un’esortazione apostolica) e accorato. I toni, infatti, sono completamente
diversi rispetto all’enciclica: molto più duri e severi. Molti già travisano il
senso della Laudate Deum, a partire dagli stessi cattolici: il Papa
sarebbe diventato un leader ambientalista, e l’esortazione apostolica un
manifesto ecologista. Non è affatto così. Un primo errore nel quale cadono coloro
che dipingono il pontefice come leader ecologista è quello di leggere l’esortazione
apostolica separatamente dall’enciclica Laudato sì. No. I due documenti
vanno letti assieme, perché l’esortazione apostolica ne è la continuazione e ne
tira le conclusioni rispetto alla situazione di fatto. Su 47 citazioni, 20 sono
della Laudato sì. Il secondo errore, conseguente al primo, è di non
connettere quanto Francesco ha scritto nell’esortazione con la più ampia
enciclica. Ci si accorgerebbe che le coordinate sono le medesime, anche se i
toni, come abbiamo detto, sono più accorati.
Un approccio realistico, non ideologico
Ciò è comprensibile se si riflette sul fatto che ben poco è stato fatto a
difesa dell’ambiente da quando Papa Francesco scrisse la sua enciclica (il pontefice
fa addirittura la storia delle varie conferenze per l’ambiente sottolineandone
i sostanziali fallimenti), e dai dati che presenta: «la temperatura globale
aumenta di 0,5 gradi centigradi, aumentano anche l’intensità e la frequenza di
forti piogge e inondazioni in alcune aree, di gravi siccità in altre, di caldo
estremo in alcune regioni e di forti nevicate in altre ancora». Ci sono
scienziati che imputano questi dati inoppugnabili a cause naturali, sostenendo
che «il pianeta ha sempre avuto e avrà sempre periodi di raffreddamento e
riscaldamento». Papa Francesco rigetta queste opinioni, e sposa la spiegazione
di altri scienziati che sostengono, al contrario, l’origine umana, antropica,
della crisi ambientale. Tale origine, per il Papa, «non può essere messa in
dubbio» perché, se è vero che «non tutte le catastrofi possono essere attribuite
al cambiamento climatico globale, tuttavia è verificabile che alcuni
cambiamenti climatici indotti dall’uomo aumentano significativamente la
probabilità di eventi estremi più frequenti e più intensi». Non a caso, dice il
pontefice, «oltre il 42% delle emissioni nette totali» di gas serra «dal 1850 è
avvenuto dopo il 1990», in coincidenza col massimo progresso scientifico dell’uomo.
Come si vede, non è per nulla un approccio ideologico, ma realistico al
problema.
Contro il paradigma tecnocratico liberistico-capitalista
Oltretutto, Papa Francesco “sposa” l’origine antropica della crisi
ambientale proprio a causa di quel paradigma tecnocratico, di quell’ideologia
liberistico-capitalistica, delle classi dirigenti che, in nome del profitto a
tutti i costi e della cultura dello “scarto” di ciò che non è utile, così come
sfrutta le persone a seconda dei suoi interessi e del “tutto, sempre e subito” (aborto,
eutanasia, manipolazione genetica, fecondazione assistita, disprezzo per i
migranti ecc.: tutti argomenti esplicitamente presenti nella Laudato sì),
sfrutta, per coerenza ideologica, anche l’ambiente. Infatti, Papa Francesco le
accusa esplicitamente: a loro non importa la causa ambientale perché «si
preoccupano» esclusivamente «di ottenere il massimo profitto al minor costo e
nel minor tempo possibile». Ciò che addolora il Papa è che queste classi
dirigenti sono fiancheggiate da una certa parte del mondo cattolico,
altrettanto ideologica nel difendere a spada tratta embrioni e malati
terminali, ma imbevuta di individualismo e consumismo quando si parla di
ambiente: «Sono costretto a fare queste precisazioni, che possono sembrare
ovvie, a causa di certe opinioni sprezzanti e irragionevoli che trovo anche
all’interno della Chiesa cattolica», ha scritto il Papa.
Contro l’ideologia ecologista-ambientalista
Ma Francesco non si arruola nell’ecologismo ambientalista, che rifiuta: «il
senso sociale della nostra preoccupazione va oltre un approccio meramente
ecologico, perché la nostra cura per l’altro e la nostra cura per la terra sono
intimamente legate». Contrariamente alle ideologie ecologiste e ambientaliste, la
soluzione di quella che, prima ancora di una crisi ambientale, è una crisi
sociale, «non si troverà in una negazione dell’essere umano, ma comprende
l’interazione dei sistemi naturali con i sistemi sociali». Si deve mettere al
centro la persona, non l’ambiente o il profitto.
Un necessario, duplice capovolgimento:
sussidiarietà e cambiamento culturale
Ben venga allora la transizione energetica verso energie rinnovabili (che,
anzi, «non sta procedendo abbastanza speditamente»), ma non tramite progetti di
stampo “sovietico” calati dall’alto animati solo dagli interessi capitalistici
delle classi dirigenti (il Green Deal dell’Unione Europea è da considerarsi un
triste esempio), bensì attraverso un nuovo multilateralismo che “parta dal
basso”, per così dire, che coinvolga in prima battuta la società civile: «Più
che salvare il vecchio multilateralismo, sembra che oggi la sfida sia quella di
riconfigurarlo e ricrearlo alla luce della nuova situazione globale. Vi invito
a riconoscere che tante aggregazioni e organizzazioni della società civile
aiutano a compensare le debolezze della Comunità internazionale, la sua
mancanza di coordinamento in situazioni complesse, la sua carenza di attenzione
rispetto a diritti umani. A tale riguardo, il processo di Ottawa contro l’uso,
la produzione e la fabbricazione delle mine antiuomo è un esempio che dimostra
come la società civile e le sue organizzazioni siano in grado di creare
dinamiche efficienti che l’ONU non raggiunge. In questo modo, il principio
di sussidiarietà si applica anche al rapporto globale-locale». Si
tratta, appunto, di «un multilateralismo “dal basso” e non semplicemente deciso
dalle élite del potere», che generi «necessari spazi di
conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti,
supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella
sfera globale, per esprimere e includere le diverse situazioni», in modo da favorire
più direttamente il controllo del cittadino verso il potere politico. Un nuovo
multilateralismo che, purtroppo, «la vecchia diplomazia non è ancora riuscita a
generare». D’altra parte, «non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti
culturali, e non ci sono cambiamenti culturali senza cambiamenti nelle persone».
Qualcuno sostiene ancora seriamente che Papa Francesco è diventato un ecologista?
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