TRIONFO E PROSPETTIVE DI XI JIMPING

E’ stata una specie di “notte dei lunghi coltelli” quella che ha preceduto il 22 ottobre la nomina nel nuovo Politburo che avrebbe circondato Xi Jimping per la durata quinquennale del suo terzo mandato. La rimozione forzata di Hu Jintao, il cui video è diventato virale, sembra mostrare quanto sia stata dura la battaglia per avere un posto nel Politburo. Xi rischiava molto, come avevamo anticipato alla vigilia del Congresso (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/10/tempestain-arrivo-per-il-navigatore-il.html). Hu Jintao ha fatto di tutto per posizionare uomini a lui fedeli per metterlo “sotto tutela”. Almeno quattro erano le figure di spicco sulle quali poteva contare per orientare il voto dei delegati: Hu Chunhua, Wang Yang, Yi Gang e Guo Shuqing. I primi due hanno fatto carriera all’ombra di Hu Jintao e nelle file della Lega della Gioventù Comunista, la fazione che Xi controlla meno. Il terzo è il governatore della Banca Centrale. Il quarto è il capo dell’authority di regolamentazione bancaria. Attraverso il carisma di questi uomini di punta del partito non allineati (o non del tutto) alla linea di Xi, Hu Jintao avrebbe potuto influire sui delegati per far promuovere una maggioranza di 4 su 7 componenti del Politburo a lui favorevoli: gli argomenti per criticare l’ultimo mandato di Xi, dai risultati per lo più negativi, non mancavano. La battaglia notturna, però, è stata vinta, anzi stravinta da Xi per 7 a 0. I componenti del Politburo eletti o confermati sono tutti suoi fedelissimi: Li Qiang, futuro premier (capo del partito a Shanghai e là odiato per la sua ferocissima politica di lockdown, ma premiato per la sua fedeltà al “navigatore”), Zhao Leji (ha guidato la campagna anticorruzione, cioè le purghe interne al partito), Wang Huning (ideologo del pensiero di Xi) sono stati confermati; a loro si sono aggiunti Cai Qi (capo del partito a Pechino e organizzatore delle ultime olimpiadi invernali), Ding Xuexiang (supervisore delle attività e delle visite di Xi) e Li Xu (segretario del partito nella provincia del Guangdong, tra le più ricche del Paese, amico di famiglia di Xi). E ora cosa succederà? Xi, nonostante le criticità dell’ultimo mandato, è più forte di prima. I mercati hanno bocciato le decisioni del congresso. Ma qualcuno pensa già di corteggiarlo: il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato per il prossimo mese un viaggio in Cina (sarà il primo leader straniero a recarsi a Pechino dopo la pandemia) con una delegazione di industriali tedeschi della quale fa parte l’amministratore delegato di Volkswagen, mentre sta accingendosi a vendere alla cinese Cosco Shipping il terminal portuale di Amburgo. Qualcun altro, invece, sembra più orientato al muro contro muro: il nostro nuovo governo. Adolfo Urso, neo Ministro dello Sviluppo Economico, pare determinato a bloccare qualsiasi collaborazione con la Cina decisa dal governo rosso-verde di Giuseppe Conte. Comunque, il nazionalismo sembra un’altra volta l’elemento che annulla le divisioni e ricompatta come non mai: l’annuncio da parte di Xi Jimping di ostacolare in qualsiasi modo l’indipendenza di Taiwan è stato accolto con un’ovazione da tutti i membri del congresso. Un annuncio che genera paura all’estero. C’è da chiedersi, però, se questa paura sia fondata: Taiwan non ha mai inteso, né intende oggi più che mai diventare indipendente. Si è sempre considerata e si considera ancora tutt’oggi parte della Cina (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/alcuneprecisazioni-non-scontate-su.html). Sono altri, Stati Uniti in testa (come l’imprudente visita di Nancy Pelosi ha dimostrato quest’estate), che intendono “giocare col fuoco”. Piuttosto, sarà interessante vedere quale sarà l’atteggiamento Xi nei confronti di Vladimir Putin e della sua guerra contro l’Ucraina: se prima, infatti, doveva stare attento a non fare mosse avventate avendo di fronte una difficile battaglia per la conquista del Politburo, ora che l’ha vinta, anzi, stravinta, ha le mani decisamente più libere.

R.M.

 TEMPESTA IN ARRIVO PER IL “NAVIGATORE”?

Il 16 ottobre si aprirà il XX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese: 2.296 delegati eleggeranno a Pechino i membri del Comitato Centrale del partito che, a loro volta, eleggeranno quelli dell’Ufficio Politico (Politburo), del suo Comitato permanente e il Segretario Generale del partito. Xi Jimping si avvia a ottenere un terzo mandato quinquennale per rimanere al vertice del Partito e dello Stato: non accadeva dai tempi di Mao Zedong, avendo Deng Xiao Ping introdotto il limite del doppio mandato per impedire il ritorno degli uomini del “Grande Timoniere” (come si faceva chiamare Mao) che lo stesso Xi, che si è fatto a sua volta chiamare “il navigatore”, ha abolito. Se non vi sono dubbi su chi rimarrà al vertice della Repubblica Popolare Cinese, ve ne sono di fondati sull’effettivo potere che Xi avrà: dipenderà, infatti, da quanti uomini a lui vicini verranno eletti al Politburo. E qui conta la credibilità che Xi è o non è riuscito a offrire sulla base dei risultati ottenuti in questi ultimi cinque anni. Da questo punto di vista, se è vero che Xi ha “rottamato” le riforme di Deng Xiao Ping reintroducendo un’economia fortemente centralizzata, una campagna ideologica e una ferrea repressione politica tipicamente maoiste, è anche vero che il resoconto dei risultati da lui ottenuti è tutt’altro che promettente. Sono almeno tre i suoi punti deboli, tra loro strettamente collegati: la crescente rivalità con gli Stati Uniti compromessa da una crescita di appena il 2,8% del Pil, la metà rispetto all’obiettivo fissato dal governo (e, peggio ancora, al di sotto della media asiatica per la prima volta da più di trent’anni), a sua volta causata dal rallentamento della Nuova Via della Seta (la Belt and Road Initiative), messa in crisi dal prolungarsi della guerra russo-ucraina nei confronti della quale Xi è stato messo in grave imbarazzo dal suo alleato Vladimir Putin, che non ha ascoltato i suoi moniti di abbreviarla. Anzi, dopo l’ultimo avvertimento di Xi al vertice di Samarcanda della Shanghai Cooperation Organisation (Sco), Putin lo ha quasi preso in giro: ha dato, certo, una svolta decisa alla guerra, ma attraverso l’atto di forza delle annessioni dei territori occupati che, lungi dal mettere fine al conflitto, lo hanno ulteriormente esacerbato. Xi potrebbe costringere Putin ad aprire negoziati smettendo di comprargli energia in rubli, ma finora non l’ha fatto. Forse temeva che un atto così risolutivo preso prima del Congresso, un atto quasi di rottura, che avrebbe provocato una grave incrinatura dell’alleanza fra i due imperialismi, quello cinese e quello russo, avrebbe potuto creargli più difficoltà che vantaggi, visti i risultati già poco brillanti che deve esibire e dei quali abbiamo già detto. La vera partita, perciò, si gioca in questo Congresso, nell’elezione dei membri del Politburo. Vedremo se Xi conserverà la maggioranza al suo interno, oppure se verrà messo “sotto tutela”. Tempesta in arrivo per “il navigatore”?

R.M.

 UNO SCONTRO FRA IMPERIALISMI

Il voto dell’Assemblea Generale dell’Onu del 12 ottobre contro le annessioni russe dei territori ucraini occupati è stato, sostanzialmente, una replica di quello che il 4 marzo condannò l’invasione russa del territorio ucraino. A difesa di Kiev, si aggiungono solamente due Paesi (143 contro i 141 del 4 marzo), ma rimangono immutati i voti di chi sostiene la Russia (sempre 40, con ancora 5 astenuti). I contrari alle mozioni in difesa dell’Ucraina il 4 marzo erano stati Bielorussia, Corea del Nord, Eritrea, Siria, oltre alla Russia. Il 12 ottobre sono stati gli stessi tranne l’Eritrea, che si è astenuta, mentre il Nicaragua, che si era astenuto il 4 marzo, stavolta ha votato contro la mozione dell’Onu. Ricordiamo che, nell’ultimo periodo, il regime nicaraguense è diventato decisamente più repressivo. Tra gli astenuti, hanno mutato la loro posizione rispetto al 4 marzo Angola, Bangladesh, Iraq, Madagascar, Senegal (che si sono schierati a favore dell’Ucraina), Nicaragua (schieratasi, come detto, contro Kiev) mentre si sono aggiunti Honduras, Thailandia (il 4 marzo favorevoli all’Ucraina) ed Eritrea (contraria a Kiev il 4 marzo). Le altre variazioni, praticamente insignificanti, riguardano Paesi che non hanno partecipato al voto. Riconfermiamo, pertanto, la nostra analisi sul voto del 4 marzo (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/07/guerrarusso-ucraina-il-punto_27.html): se è vero che contro la Russia hanno votato la stragrande maggioranza dei Paesi, dalla parte di Mosca, in sostanza, ne restano ancora 40 che rappresentano il 55,5% della popolazione mondiale e che fanno riferimento al gruppo dei BRICS (solo il Brasile, tra i Paesi fondatori del “cartello”, ha ribadito la sua vicinanza a Kiev) e, più ancora, a quello che sta diventando il suo braccio politico-militare, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco). Si consolida, pertanto, l’analisi di Papa Francesco (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/10/ese-la-guerra-di-putin-fosse-unaltra.html): più che a una guerra tra due Paesi, siamo di fronte a uno scontro fra imperialismi, quello occidentale, liberale e democratico, a guida statunitense tramite la Nato, e quello orientale, autoritario e repressivo, a guida cinese (nel quale, ormai, la Russia, col suo imperialismo, è inglobata, dato che sopravvive solo grazie al sostegno di questi Paesi), del quale la guerra russo-ucraina è solo una tappa e che quasi certamente proseguirà con altri conflitti anche qualora, come sarebbe auspicabile, questa guerra si dovesse chiudere.

R.M.

 DUE PAESI CHE EMERGONO DALLA GUERRA

Se ci sono due Paesi che molto spregiudicatamente si stanno servendo molto bene della tragica guerra russo-ucraina, quelli sono senza dubbio Turchia ed Egitto. Avevamo già analizzato la situazione della Turchia all’inizio del conflitto (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/07/guerrarusso-ucraina-il-punto_28.html): il presidente Recep Tayyip Erdogan, che l’anno prossimo dovrà affrontare le elezioni, non se la passava bene: inflazione sopra al 70%, svalutazione della lira, disoccupazione.  La guerra russo-ucraina si è rivelata, per lui, un “colpo di fortuna” che finora ha saputo ben sfruttare. Proviamo a elencarne i successi: grazie alla sua mediazione, il grano ha ricominciato a circolare dopo il blocco dei porti ucraini decisi dalla Russia; ha “ricattato” Mario Draghi promettendogli di appoggiare le sue richieste energetiche in cambio di una stretta sui migranti per impedire loro di raggiungere l’Italia; ha concluso un accordo con il governo libico di Tripoli per lo sfruttamento energetico  di acque del Mediterraneo che fanno parte della Zona Economica Esclusiva di Grecia ed Egitto. Non basta. Nella sua posizione può agire relativamente indisturbato nei territori di confine fra Siria e Turchia da lui occupati estendendone il controllo per eliminare la minaccia curda dell’YPG (le forze curde in guerra contro il dittatore siriano Bashar el Assad), considerato un “prolungamento” dell’odiato PKK; mercanteggiare il suo veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato con la consegna di presunti terroristi curdi; mercanteggiare il suo schieramento nella Nato con gli Stati Uniti con la collaborazione americana alla lotta contro il citato YPG e l’estradizione in Turchia di Fetullah Gülen minacciando Washington di aderire all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) dopo aver partecipato al vertice di Samarcanda dell’organizzazione che è espressione politico-militare di Russia e Cina (sarebbe il primo Paese Nato che vi entrerebbe). Infine, può ancora essere il regista di futuri negoziati di pace. Insomma, grazie alla guerra russo-ucraina, Erdogan ha praticamente restituito alla Turchia il ruolo di grande potenza. L’altro Paese che ha saputo sfruttare il tragico conflitto è l’Egitto. Uscito malconcio dalla crisi pandemica e dall’isolamento internazionale in ambito mediorientale, il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha anche lui messo a segno dei successi non indifferenti: ha riallacciato i rapporti col Qatar, protettore della Fratellanza Musulmana e del presidente spodestato Mohammed Morsi, coronato in primavera da un investimento in Egitto di 4 miliardi di euro; ha rilanciato i rapporti con Emirati ed Arabia Saudita facendosi protagonista della nascita di una “cabina di regia” diplomatica con loro e con altri Stati della Lega Araba per mediare fra Mosca e Kiev controbilanciando abilmente la sua continua collaborazione con Mosca (l’interscambio nel primo semestre del 2022 è aumentato del 40%, e ai russi è stata affidata la realizzazione della centrale nucleare di al-Dabaa); al tempo stesso ha saputo riconquistare l’attenzione degli Stati Uniti rilasciando 500 prigionieri politici (ma ne rimangono in carcere ancora 65.000 circa) e ottenendo aiuti militari pari a 170 milioni di dollari nonostante l’impegno bellico di Washington a sostegno di Kiev; ha sfruttato le sue riserve mondiali di gas per stringere rapporti con Germania e Serbia. Questi successi hanno rilanciato le quotazioni internazionali del Cairo, che ha contribuito a far accettare alle milizie della Jihad islamica di Gaza il “cessate il fuoco” con Israele in occasione dell’operazione militare israeliana di agosto, e prepara, ora, il terreno per provare a riaprire il negoziato israelo-palestinese sensibilizzando in tal senso Abu Mazen, che al-Sisi ha incontrato il 7 settembre. La stessa cosa sta tentando in Libia: proprio il rapporto riguadagnato col Qatar, protettore del governo di Tripoli, può offrire un “ponte” ideale per tentare una conciliazione fra i due governi rivali in Libia (l’Egitto ha sempre appoggiato quello di Tobruk). Turchia ed Egitto: due potenze emergenti in gran parte “grazie” alla guerra russo-ucraina. Fra i due, però, è ancora la guerra russo-ucraina a marcarne una differenza: la maggiore fragilità della Turchia. Se la guerra dovesse proseguire, Erdogan non potrà presentarsi alle elezioni come un politico da “Nobel per la pace”, si troverebbe anche lui investito dalla crisi energetica, il turismo non riprenderebbe, la crisi economica perdurerebbe. Al-Sisi, invece, non deve temere nessuna elezione: è un dittatore sic et simpliciter.

R.M.

 GUERRA E PACE ENERGETICA

Nell’ultima settimana si sono raggiunti due accordi energetici di estrema importanza nel Mediterraneo: uno fra Turchia e Libia (3 ottobre), e l’altro fra Israele e Libano (11 ottobre). Il primo alza la tensione internazionale. Il secondo contribuisce a una pur timida pacificazione nell’area mediorientale. Iniziamo dal primo. Turchia e Libia (governo di Tripoli) avevano già sottoscritto nel novembre 2019 un memorandum coi quali i due Paesi rivendicavano il diritto allo sfruttamento energetico di una fascia di Mediterraneo che va dalle coste sud-orientali della Turchia a quelle nord-orientali della Libia. Il memorandum è stato considerato illegale dal governo libico di Tobruk (la Libia, ricordiamocelo, è ancora oggi in preda a una guerra civile fra questi due governi che non si riconoscono), da Grecia, Cipro ed Egitto. Nel 2020 Grecia ed Egitto risposero a quella che ritenevano, non a torto, un’illegittima ingerenza in parte delle loro acque territoriali, con la proclamazione di una loro Zona Economica Esclusiva (Zee) che non teneva conto di quella turco-libica, sovrapponendosi in alcune parti. Ebbene, il 3 ottobre scorso la Turchia e il governo libico di Tripoli hanno firmato un nuovo memorandum d’intesa in quelle stesse acque che Grecia ed Egitto rivendicano dal 2020 come loro Zee. Il recente accordo energetico alza notevolmente la tensione nel Mediterraneo, che potrebbe sfociare in pericolosi incidenti con l’annunciato avvio da parte di turchi e libici delle prime trivellazioni. Va ricordato che l’Unione Europea appoggia la Grecia, e che l’Italia non ha finora avanzato alcuna pretesa nella Zee turco-libica (ma sarebbe opportuno che un autorevole Ministro degli Esteri impegnasse il nostro Paese, a oggi in grave ritardo, ad accordarsi per la delimitazione di Zee con altri Paesi del Mediterraneo per non rimanere tagliati fuori dalla “corsa energetica” più che mai vitale a causa del conflitto russo-ucraino). Ieri, invece, si è arrivati a un altro accordo energetico: quello fra Israele e Libano per lo sfruttamento di due giacimenti di gas naturale sempre nel Mediterraneo, Karish e Qana, che si trova nella Zee rivendicata da Beirut, ma non riconosciuta da Israele. Hezbollah aveva minacciato un’operazione militare contro il giacimento di Karish se Israele avesse iniziato l’estrazione di gas prima che il Libano potesse fare lo stesso col giacimento di Qana, mentre gli israeliani chiedevano un risarcimento per la concessione dell’esclusiva sul giacimento di Qana. La mediazione francese è stata decisiva: la TotalEnergies, che si incaricherà delle operazioni su Qana per conto dei libanesi, verserà al posto di Beirut l’indennità richiesta dal governo israeliano. L’intesa sarà ufficialmente siglata il 20 ottobre e rappresenterà un netto successo politico per l’attuale governo israeliano uscente, guidato da Yair Lapid, e l’attuale presidente libanese, anch’egli uscente, Michel Aoun. Per Lapid, la sigla dell’intesa a pochi giorni dalle elezioni rappresenterà un punto a suo favore (non a caso, il suo avversario Benjamin Netanyahu si è opposto all’accordo giudicandolo un cedimento a Hezbollah), che si somma alle sue dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’Onu di ripresa dei negoziati con i palestinesi per la creazione di uno Stato palestinese (con le criticità che, comunque, avevamo delineato: cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/siriapre-il-negoziato-israelo.html). Per il Libano, in pieno default di fatto, praticamente ridotto alla fame, rappresenta una vitale boccata di ossigeno.  A un accordo energetico che puzza di conflitto, quello turco-libico, se ne aggiunge un altro, quello israelo-libanese, che profuma di pace, e apre uno spiraglio concreto di negoziati nel Medio Oriente, un profumo che era da tempo che non si sentiva.

R.M.

 TORNA IL CAOS NEI BALCANI?

Per la seconda volta, domenica 9 ottobre, a Banja Luka duemila persone si sono riversate nel centro città per protestare contro i presunti brogli elettorali nella Repubblica Serba in Bosnia-Erzegovina. Già giovedì 6 ottobre si era avuta una prima manifestazione, sempre a Banja Luka, che è sfilata davanti alla sede del governo della Repubblica Serba. Non basta. Tornano a sentirsi voci di secessione tra croati e bosgnacchi, mentre la comunità internazionale, con incredibile ingenuità, getta benzina sul fuoco della distruzione dello Stato creato con gli accordi di pace di Dayton del 1995 che misero fine alle guerre civili nella ex Jugoslavia. Ma andiamo con ordine. Domenica 2 ottobre in Bosnia-Erzegovina si sono svolte le elezioni per la presidenza tripartita dello Stato (un seggio bosgnacco, uno croato e uno serbo), per i parlamenti centrali e delle due entità che compongono il Paese (Federazione di Bosnia-Erzegovina e Repubblica Serbia) e, rispettivamente, dei deputati che compongono i 10 cantoni della Federazione di Bosnia-Erzegovina e del futuro presidente della Repubblica Serba. Le elezioni sono state un disastro. Intanto, quelle della presidenza tripartita hanno riconfermato i problemi e le rivalità presenti nella vecchia presidenza: sono stati eletti Denis Becirovic (bosgnacco), Zeliko Komšić (croato) e Zeljka Cvijanovic (serbo). Benché solo l’ultima sia estremista (appartiene al partito nazionalista serbo, lo stesso di Milorad Dodik, suo predecessore), la rielezione di Komšić riproporrà la discriminazione dei croati a vantaggio dei bosgnacchi, essendo Komšić non croato e simpatizzante dei bosgnacchi, della quale avevamo parlato (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/unapolveriera-pronta-esplodere-la.html). Si torna a parlare di secessione tra croati e bosgnacchi. Non basta. Ci si è messa pure la comunità internazionale a incendiare ulteriormente le polveri. Con un intervento a gamba tesa, l’Alto Rappresentante (figura istituita dagli accordi di Dayton a garanzia del corretto funzionamento della democrazia balcanica) Christian Schmidt, proprio mentre era in corso il conto dei voti, ha cambiato la legge elettorale imponendo modifiche costituzionali all’entità della Federazione di Bosnia-Erzegovina. In particolare, ha aumentato i deputati delle tre entità nazionali alla Camera dei Popoli da 17 a 23 ciascuno. Poiché l’elezione avviene su base cantonale, essendo i bosgnacchi concentrati prevalentemente in cinque cantoni su dieci, aumenterebbe ulteriormente la loro rappresentanza a scapito dei croati, la cui rilevanza rischia realmente di essere totalmente cancellata. L’Unione Europea, tramite la sua delegazione, ha preso le distanze dall’incredibile iniziativa di Schmidt: un gesto dovuto, ma inutile. I croati sono con le spalle al muro, e se scoppieranno nuovamente le violenze tra le due etnie, anche le mani di Schmidt saranno sporche di sangue. La situazione è, però, drammatica anche a causa delle controverse elezioni nella Repubblica Serba: per la presidenza si fronteggiavano Dodik e Jelena Trivic, entrambi nazionalisti, ma il primo più estremista, la seconda più moderata. Dodik è decisamente filorusso, e non nasconde nemmeno lui il proposito di smantellare la Bosnia-Erzegovina come avevamo scritto nel nostro citato intervento del 1° agosto, è decisamente filorusso, ha appoggiato l’invasione russa dell’Ucraina e riconosciuto i referendum nelle province ucraine occupate da Mosca, e si aspetta da Vladimir Putin un appoggio per staccare la Repubblica Serba dalla Bosnia-Erzegovina e annetterla alla Serbia, realizzando il sono della Grande Serbia dei nazionalisti serbi più estremisti, con conseguenze probabilmente tragiche per il Kosovo. Entrambi i candidati, nella notte del 2-3 ottobre, si sono dichiarati vincitori, ma nei giorni successivi le opposizioni hanno portato testimonianze e prove di brogli elettorali. Da qui le proteste del 6 e del 9 ottobre, e la decisione della Commissione elettorale di procedere al riconteggio dei voti in circa mille seggi elettorali in tutta la Bosnia-Erzegovina: ben 420.000 schede elettorali non sarebbero valide. Dodik, intanto, ha presentato denuncia penale contro la Commissione per la decisione del riconteggio. Vedremo come finirà quest’ennesimo pasticcio balcanico, ma tutto sembra avviato a riconfermare la situazione preelettorale: i Balcani rimangono una polveriera pronta a esplodere.

 R.M.

 “ARROCCO” IN UCRAINA

La guerra russo-ucraina si trova in una situazione di “arrocco”, cioè di non mutamento sostanziale della situazione con la controffensiva ucraina che prosegue, nonostante due fatti che costituiscono ulteriore svolte: il discorso del 21 settembre di Vladimir Putin, nel quale annunciava le annessioni di Donbass, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, indicava come vero nemico della Russia l’imperialismo occidentale e si dichiarava disposto a negoziati di pace on Kiev, e la decisione di Volodomyr Zelensky di far approvare una legge che vieta qualsiasi trattativa con Putin. Né l’uno, né l’altro, a oggi, aprono prospettive quantomeno di negoziati. Putin perché si rifiuta di accompagnare il suo annuncio con qualche proposta concreta, a partire da ciò a cui sarebbe disposto a rinunciare. Zelensky perché, con la sua legge, chiude pregiudizialmente ogni possibilità di trattativa col premier russo. I belligeranti sono, perciò, chiusi su posizioni oltranziste. Questo sembra confermare ulteriormente quanto sostenevamo a partire dalla riunione Nato di Ramstein, e cioè che le vere prospettive di negoziato e di pace sono in mano ad altri: Stati Uniti, determinanti a fornire armi agli ucraini, e Cina, altrettanto determinante a garantire un mercato all’energia russa. Ma nemmeno queste due superpotenze sembrano pronte o ritengono giunto il momento per fare questo passo. La Cina continua a offrire il suo mercato al gas russo, e gli Stati Uniti a fornire missili a Kiev. Quanto al grave pericolo di escalation nucleare, parzialmente rassicuranti sono le risposte negative date dal Cremlino al leader ceceno Ramzan Kadirov che invocava l’uso delle armi nucleari da parte di Mosca, e le parole del direttore della Cia, Bill Burns, che ha intimato a Joe Biden di non mettere all’angolo Putin per non indurlo a decisioni “pericolose”. Anche il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg ha rassicurato che non è nell’interesse dell’alleanza alzare il livello della tensione. Tutto lascia prevedere che il conflitto continuerà nella forma e nella sostanza che lo hanno caratterizzato fino a questo momento. Probabilmente, ci potrebbero essere novità a seguito di due eventi che impegnano i leader delle due superpotenze che possono obbligare i loro “protetti” a sedersi a un negoziato: la riconferma di Xi Jimping alla Presidenza della Repubblica Cinese e, per quanto riguarda Joe Biden, il risultato delle elezioni di mid-term a novembre negli Stati Uniti. Sembra proprio che entrambi guardino soprattutto ai loro problemi interni. Una volta risolti, potrebbero essere più “liberi” di imprimere una svolta decisa e, speriamo, positiva al conflitto. Fino a quel momento, purtroppo, a meno di miracoli, non ci resterà che continuare a contare i morti.

 R.M.

 E SE LA GUERRA DI PUTIN FOSSE UN’ALTRA?

A ventiquattr’ore dal discorso col quale Vladimir Putin ha dichiarato annessi i territori di Donbass, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, potendolo analizzare più attentamente, è possibile chiedersi se quella che sta combattendo è una guerra contro l’Ucraina o contro qualcun altro. In effetti, i toni più violenti sono stati indirizzati non all’Ucraina, che è stata, al contrario, invitata a negoziare (ma ancora Putin non ha detto a cosa anzitutto lui sarebbe disposto a rinunciare…), ma contro l’Occidente. O, per meglio dire, contro l’imperialismo occidentale, a guida chiaramente americana. Vengono a mente le lucide parole con le quali Papa Francesco aveva delineato, dal suo punto di vista, il conflitto in un’intervista da lui rilasciata a “Il Corriere della Sera” il 3 maggio scorso. Il pontefice aveva detto di non ritenere che la guerra russo-ucraina fosse causata dalle rivendicazioni russe dei territori poi annessi contro i tentativi di Kiev di “ucrainizzarli”: questa, disse il papa, è una questione «di dieci anni fa», un «argomento vecchio». Perché, se questo fosse stato il vero motivo, non è scoppiata prima? No. Per il Papa «in Ucraina sono stati gli altri a creare il conflitto». I motivi, cioè, sono altri. Ed ecco che Putin nel suo discorso sull’annessione dei territori occupati sembra proprio dargli ragione quando ha detto esplicitamente che la sua guerra non è contro l’Ucraina, ma contro l’Occidente, cioè contro l’imperialismo occidentale. Se diamo un occhio al panorama internazionale, vediamo che le superpotenze, e le relative politiche imperialiste, sono tre: Cina, Stati Uniti, Russia. Queste tre superpotenze, in un modo o nell’altro, sono implicate in quasi tutte le guerre, anche civili, che dilaniano il pianeta: Siria, Libia, Ucraina, Yemen, Israele e Palestina, Afghanistan, Iraq, Myanmar ecc.. Non a caso, il Papa più volte ha parlato di una “terza guerra mondiale a pezzetti”. I tre imperialismi afferenti alle tre superpotenze non si equivalgono: la Cina, al momento, sembra prevalere, grazie soprattutto alla sua politica economica, una sorta di “testa di ponte” del suo imperialismo politico. Gli Stati Uniti, grazie soprattutto al loro apparato militare e di intelligence e alla Nato, cercano di tenerle testa contenendole spazi e alleati. La Russia è, fra le tre, nettamente la più debole, e rischia seriamente di fare la fine del “vaso di coccio” fra “vasi di ferro”: ha un apparato militare decisamente inferiore, e un’economia troppo dipendente dalle risorse energetiche. Il tipo di regime la accomuna alla Cina, ma Putin sa bene che deve diffidarne. Pechino, infatti, non aspetta altro che inglobare la Russia nel suo imperialismo (e non è affatto lontana: la Russia si tiene tuttora a galla grazie alla disponibilità cinese di comprarle energia a metà prezzo e in rubli). Molti meno aspetti, probabilmente nessuno, accomuna la Russia agli Stati Uniti, la cui minaccia è percepita maggiormente. Ora, è risaputo che, nella storia, quando una superpotenza sa di essere inferiore alle altre e sente di essere fagocitata, diventa molto aggressiva. E’ un po’ come un orso ferito, la cui pericolosità e aggressività aumenta, appunto, in virtù del fatto che, essendo ferito, si sente più debole. Ebbene, la Russia è dal 1994 che vede la Nato allargarsi sempre più a est, verso i suoi confini. E la Nato è il braccio militare e imperialista degli americani. La prospettiva di vedersela arrivare in Ucraina (è dallo scorso anno che si parla sempre più esplicitamente di ingresso ucraino nella Nato) ne ha scatenato una reazione spropositata e sproporzionata, tipica dell’orso ferito: l’invasione dell’Ucraina, cogliendo il pretesto dell’effettiva violenza e discriminazione che stava subendo la minoranza filorussa. Se così stessero le cose, però, la guerra russo-ucraina, anche qualora auspicabilmente dovesse concludersi, rappresenterebbe con ogni probabilità una “tappa” propedeutica di un’altra guerra, quella che si combatte fra gli opposti imperialismi, tra i quali il più aggressivo sarà tendenzialmente sempre il più debole, quello russo. Non a torto, forse, Svezia e Finlandia (oltre all’Ucraina) chiedono l’adesione alla Nato. A meno che le superpotenze decidano di inaugurare una distensione all’insegna di un vero multilateralismo (si è giustamente accusato Donald Trump di averlo apertamente contrastato col suo motto «America First!», ma c’è da chiedersi se non fosse già in crisi prima, e se l’attuale multilateralismo di cui si parla non sia solo, appunto, un multilateralismo solo di facciata), se Papa Francesco, come Putin stesso dimostrerebbe, avesse ragione, il pericolo di altre guerre e di ulteriori escalation anche nucleari resterebbe immutato. Ricordiamoci sempre della pericolosità dell’orso ferito.

R.M.

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...