CHIESA E INDIGENI: 38 ANNI FA

L’attenzione e il rispetto per la popolazione indigena non è una novità espressa da Papa Francesco nel suo pellegrinaggio penitenziale. Nel 1537 Papa Paolo III dedicò alla difesa della dignità e dei diritti degli indigeni due bolle: con la prima (Pastorale officium, 29 maggio) scomunicava tutti coloro che li riducevano in schiavitù; nella seconda (Sublimis Deus, 2 giugno) ne affermava la pari dignità con tutti gli uomini perché anch’essi figli di Dio, raccomandando ai cattolici di testimoniare la fede cristiana presso di loro rispettandone cultura e tradizioni. L’inculturazione, del resto, è sempre stata la caratteristica storica dell’azione della Chiesa. Papa Giovanni Paolo II si fece portavoce di tutto questo in alcuni momenti del suo pellegrinaggio in Canada di 38 anni fa (9-20 settembre 1984). Si trattò di un pellegrinaggio “classico” per un pontefice, e non penitenziale, come quello di Papa Francesco, totalmente dedicato all’incontro con gli indigeni. Tuttavia, Giovanni Paolo II ebbe degli incontri coi nativi e pronunciò parole non così diverse da quelle usate da Papa Francesco. Anzitutto, affermò il rispetto delle loro tradizioni in linea con la logica dell’inculturazione della Chiesa: «Il Vangelo non distrugge quello che vi è di meglio in voi. Al contrario, esso feconda dall’interno le qualità spirituali e i doni che sono propri alle vostre culture. D’altra parte, le vostre tradizioni amerinde e inuit permettono nuove espressioni del messaggio della salvezza e ci aiutano a comprendere meglio fino a che punto Gesù è salvatore e la sua salvezza cattolica, ossia universale. Con ragione, però, voi volete controllare il vostro avvenire, preservare le vostre caratteristiche culturali, attuare un sistema scolastico che rispetti le vostre lingue. Se noi crediamo veramente che Dio ci ha creato a sua immagine, noi dovremmo essere in grado di accettarci l’un l’altro con le nostre diversità» (Santuario di S. Anne de Beaupré, 10 settembre). Per questi motivi gli educatori devono essere «aperti alle nuove influenze culturali e capaci di interpretarle per i giovani alla luce della fede cristiana» (Basilica Cattedrale di St. John's, 12 settembre).  Il 18 settembre, all’aeroporto di Yellow Knife, ribadì: «la Chiesa sinceramente desidera il più grande rispetto per il vostro patrimonio, la vostra lingua e le vostre tradizioni», poiché «Cristo anima il centro stesso di ogni cultura, per cui non solo il cristianesimo interessa tutte le popolazioni indiane, ma Cristo, nei membri del suo corpo, è egli stesso indiano» (Santuario dei Martiri canadesi, 15 settembre). Pertanto, «sono venuto per assicurarvi il rispetto della Chiesa per il vostro antico patrimonio e per le vostre numerose tradizioni ancestrali». Non solo. La difesa delle loro tradizioni era vivamente raccomandata da Giovanni Paolo II: «Continuate a coltivare questi valori morali e spirituali: l’acuto senso della presenza di Dio, l’amore della vostra famiglia, il rispetto delle persone anziane, la solidarietà con il vostro popolo, la condivisione, l’ospitalità, il rispetto della natura, l’importanza data al silenzio e alla preghiera. Conservate preziosamente questa sapienza. Lasciarla impoverire significherebbe impoverire anche le persone che vi circondano». In questo modo, «la rinascita della cultura indiana sarà una rinascita di quegli autentici valori che essi hanno ereditato e custodito. Il mondo ha bisogno di vedere questi valori perseguiti nella vita della comunità e incarnati in un intero popolo». Il legame fra le generazioni indigene è stato rilanciato da Papa Francesco. Infine, sebbene lo scandalo degli abusi delle scuole residenziali sarebbe esploso solo sette anni dopo, Giovanni Paolo II disse queste parole: «Sono al corrente della gratitudine che voi, popoli Indiano e Inuit, avete nei confronti dei missionari che hanno vissuto e sono morti tra di voi. Ciò che essi hanno fatto per voi è ben noto al mondo intero. Per quante colpe e per quante imperfezioni essi abbiano avuto, per quanti errori essi abbiano commesso, per quanti danni involontariamente abbiano provocato, si danno ora pena di riparare». Pertanto, «condanno l’oppressione fisica, culturale e religiosa, e tutto ciò che in qualche modo potrebbe privare voi o un qualsiasi gruppo di quanto a giusto diritto vi appartiene», raccomandando la necessità di una «riconciliazione» possibile realmente «nel sacrificio eucaristico di Cristo». Riconciliazione nel sacrificio eucaristico: parole che anche Papa Francesco avrebbe pronunciato nel suo pellegrinaggio.

R.M.

 

ALLE ORIGINI DEL PELLEGRINAGGIO PENITENZIALE

Il pellegrinaggio di Papa Francesco in Canada è destinato a entrare nella storia della Chiesa: è stato, infatti, il primo pellegrinaggio di natura eminentemente penitenziale da parte di un pontefice. Nell’occasione, si è trattato di offrire il perdono della Chiesa per gli abusi commessi dai cattolici ai danni dei bambini indigeni commessi nelle scuole residenziali: molti di loro furono strappati alle proprie famiglie e costretti ad abbandonare la pro­pria lingua, la propria religione e il proprio modo di vivere per conformarsi alla cultu­ra europea. Alcuni, inoltre, furono anche vittime di abusi fisici e sessuali. Chi contesta l’opportunità di questo pellegrinaggio dimentica due cose: anzitutto, che per testimoniare la sua fede, la Chiesa deve offrire esempi di perdono senza se e senza ma. In secondo luogo, Papa Francesco, con questo particolare pellegrinaggio, si inserisce in una scia iniziata dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, caratterizzata da una particolare attenzione nel mettere al centro la necessità della Chiesa di riconoscere e chiedere, appunto, perdono per i misfatti commessi nella storia. La svolta fu la bolla di indizione del Giubileo dell’anno 2000: Giovanni Paolo II fece presente la necessità di una «purificazione della memoria», chiedendo a tutti i cattolici «un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani». E’ vero che «la storia della Chiesa è una storia di santità», ma «anche noi, figli della Chiesa, abbiamo peccato». Pertanto, «come Successore di Pietro, chiedo che la Chiesa si inginocchi dinanzi a Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli», e concluse: «I cristiani sono invitati a farsi carico delle mancanze da loro commesse senza nulla chiedere in cambio». Benedetto XVI si è allineato: il 30 aprile 2009 incontrò proprio un gruppo di aborigeni canadesi vittime di abusi in quelle esecrabili scuole residenziali. Benedetto XVI, ascoltando i loro agghiaccianti racconti, espresse il proprio dolore, la propria partecipazione e solidarietà, oltre alla «volontà della Chiesa di impegnarsi seriamente nella riconciliazione», parola chiave usata da Papa Francesco nel suo pellegrinaggio.  Il gesto commosse tutti i presenti. La commozione caratterizzò anche l’incontro che Benedetto XVI ebbe con le vittime di abusi sessuali nella nunziatura di Rabat in occasione del suo pellegrinaggio a Malta. All'inizio tutti hanno pregato in silenzio e in ginocchio nella Cappella. Poi, il Papa ha avvicinato una per una, vicino all'altare, le otto vittime di abusi, ascoltando le loro storie e le loro attese. Alla fine hanno pregato tutti insieme e a voce alta e il Papa ha impartito la sua benedizione appoggiando la sua mano sulla testa di ciascuno di loro. Una di loro, profondamente commossa, rivelò di essersi sentita liberata da un grande peso, e aggiunse: «Ora mi sento un cattolico convinto». Precedentemente, Benedetto XVI, nella sua Lettera ai cattolici d’Irlanda, aveva già espresso «vergogna e rimorso» alle vittime dei preti pedofili, accusando i responsabili di aver «rovesciato vergona e disonore sui vostri confratelli», e intimando loro non solo di consegnarsi ai «tribunali debitamente costituiti», ma anche di «fare personalmente ammenda per le vostre azioni». Altri incontri nei quali l’allora pontefice chiese il perdono a nome di tutta la Chiesa furono quelli con le vittime di abusi australiani e americani. Nel suo pellegrinaggio nel Regno Unito, Benedetto XVI chiese nuovamente perdono: «E’ deplorevole che, in così marcato contrasto con la lunga tradizione della Chiesa di cura per i ragazzi, questi abbiano sofferto abusi e maltrattamenti ad opera di alcuni preti e religiosi»; un «vergognoso abuso» che ha causato «profonde ferite nelle vittime ma anche nel rapporto di fiducia che dovrebbe esserci fra sacerdoti e popolo» (18 e 19 settembre 2010). Una pluralità di incontri e un momento nell’ambito di un pellegrinaggio papale “classico”, per così dire. L’evoluzione più naturale l’ha, appunto, compiuta Papa Francesco: un pellegrinaggio specificamente penitenziale, perfettamente in linea con la scia tracciata dai suoi predecessori

 

R.M.

 COME E’ SCATTATA LA CAMPAGNA ELETTORALE?

La campagna elettorale è lunga. Ma chi ha avuto lo scatto migliore? Senza dubbio, il centrodestra ha subito incassato due punti a suo favore: il duplice accordo sulla distribuzione dei collegi nominali e sul partito al quale spetterà proporre il nome del Presidente del Consiglio (quello che avrà totalizzato più voti). Così facendo, il centrodestra ha immediatamente fornito ai votanti un’immagine di compattezza. Del resto, analizzando il percorso del governo Draghi, centrodestra e centrosinistra hanno avuto evoluzioni diverse. Il primo, inizialmente diviso (con Fdi all’opposizione), si è progressivamente ricompattato, fino alla modalità unitaria con la quale, di fatto, hanno favorito l’iniziativa del M5S di farlo cadere. Il centrosinistra, inizialmente unito nel parteciparvi, si è poi spaccato con la fuoriuscita del M5S. Attenzione, però: la compattezza fornita dal centrodestra è ancora apparente. Per essere sostanziale, si deve riscontrare su una piattaforma programmatica che, al di là delle differenze relative alla specificità di ciascun partito, deve essere in buona parte condivisa. La sensazione, qui, è, infatti, un po’ diversa: i tre maggiori partiti della coalizione sembrano muoversi un po’ per conto loro, accentuando proposte politiche diverse fra loro e non convergenti. La Lega batte sulla questione sicurezza, Fi su una politica economica tendenzialmente espansiva, Fdi sulla politica estera. La Lega e Fdi sembrano ignorare che la vera emergenza è quella economica; Fi sembra ignorare che una politica economica espansiva rischia di essere controproducente in relazione all’inflazione alle stelle e al rigore al quale l’Unione Europea e la Bce ci richiameranno. Non basta. Il centrodestra dovrà risolvere la malcelata, grave spaccatura in politica estera: sia la Lega che Fdi sono due partiti euroscettici, e il loro euroscetticismo si risolve in un programma di politica estera basato su orientamenti non solo opposti, ma addirittura contrastanti, fiancheggiando pericolosamente due nemici dell’Unione Europea, Stati Uniti e Russia: la Lega è tendenzialmente filorussa, Fdi è filoamericana. Come farà Fi, con un consenso ai minimi termini, spingere per una sintesi? Inoltre, la stessa Fi, avendo fiancheggiato l’azione di Lega e, indirettamente, del M5S nel far cadere Draghi, si è appiattita su partiti estremisti, rischiando di alienarsi una fetta importante del voto moderato che, se non sarà recuperato, potrebbe astenersi o votare per il centrosinistra.
Il centrosinistra, al contrario, sembra partito peggio: non è riuscito nemmeno a mostrare un’immagine di compattezza simile a quella del centrodestra. Non solo. E’ evidente la difficoltà del maggior partito della coalizione, il Pd, di fare esplicite proposte politiche, al di là di un non meglio precisato riferimento all’ “agenda Draghi” che, però, era complessivamente condiviso con Fi e Lega. E’ comprensibile, dal momento che il Pd è isolato, stretto nella tenaglia di due partiti che lo vedono come nemico: il M5S e Italia Viva coi “cespugli” che le ruotano attorno (il partito di Calenda in primis). Con alleanze tutte da costruire, il Pd deve fare molta attenzione a esporsi per non rendere ancora più accidentato questo percorso di “pacificazione” con almeno una delle due parti della tenaglia. Perfino l’esplicito filoatlantismo del quale ha dato prova durante il governo Draghi non è condiviso all’interno del partito, per non dire dal M5S. Inoltre, la costruzione delle alleanze non deve apparire come un cedimento a dei ricatti: se così fosse, specie nel caso di un cedimento per allearsi col M5S, potrebbe perdere quella fetta di voto moderato esitante a ritrovarsi nella coalizione di centrodestra. Italia Viva e M5S, infatti, sembrano proprio intenzionate ad alzare di parecchio il prezzo di un’eventuale intesa col Pd.
Al momento, comunque, sembra che, a grandi linee, si possano individuare un’impronta maggiormente liberale e, se non federalistica, almeno impostata verso un maggior decentramento politico e amministrativo nel centrodestra (fatta eccezione per Fdi), più marcatamente centralistica e assistenzialistica nel centrosinistra. Questo per quanta riguarda la politica interna. La politica estera resta un po’ un rebus per entrambi gli schieramenti.

 

R.M.

 «SONO VENUTO PER CHIEDERE PERDONO!»

«Sono venuto in Canada come amico per incontrarvi, per vedere, ascoltare, imparare, apprezzare come vivono le popolazioni indigene di questo Paese. Non sono venuto come turista, sono venuto come fratello in spirito penitenziale, per esprimervi il dolore che portiamo nel cuore come Chiesa per il male che non pochi cattolici vi hanno arrecato». Questo è stato, appunto, il pellegrinaggio in Canada di Papa Francesco, il primo pellegrinaggio penitenziale di un pontefice finalizzato a chiedere perdono e riconciliazione a causa di misfatti commessi dai cattolici, sul quale è possibile stilare un bilancio. I temi toccati sono stati la richiesta di perdono e di riconciliazione, le cause dei misfatti perpetrati dalla Chiesa, la valorizzazione della cultura indigena e la necessità di tramandarla nei legami generazionali. I primi due sono stati, ovviamente, dominanti: non c’è stato incontro nel quale il pontefice non abbia chiesto perdono per gli abusi perpetrati ai danni dei bambini delle scuole residenziali canadesi a opera dei cattolici allo scopo di convertirli e imporre loro una mentalità a loro estranea con la violenza. Le cause di questa colonizzazione ideologica di matrice ecclesiastica sono state indicate da Papa Francesco nel tradizionalismo. La rigidità tradizionalista porta i cattolici a imporre la propria fede e la propria cultura, mossi «dall’idea che esista una superiorità di una cultura» e di una fede «rispetto ad altre e che sia legittimo usare mezzi di coercizione». Il tradizionalismo cattolico induce, secondo il Papa, a fiancheggiare drammaticamente «quella cancel culture», abbracciata financo dalla Corte Costituzionale americana, «che valuta il passato solo in base a certe categorie attuali», cancellando il resto. Poiché non è possibile cancellare il passato, la Chiesa deve ripartire offrendo, oltre al perdono, la riconciliazione, altra parola chiave del pellegrinaggio del Papa. Riconciliarsi significa seguire l’esempio di Gesù, cioè col dono totale di sé. «Gesù riconcilia sulla croce, non scendendo dalla croce. Ogni persona crocifissa che incontriamo non sia per noi un caso da risolvere, ma un fratello o una sorella da amare». Solo testimoniando realmente la propria fede, col dono totale di sé stessi, la riconciliazione, per i cattolici, sarà possibile. Da qui nasce l’attenzione per l’altro che, nella testimonianza missionaria della Chiesa, si attua nella valorizzazione delle culture diverse e nella logica della “incarnazione” dell’annuncio di fede, che rivaluta, ma non cancella, le tradizioni indigene. Il Papa ha valorizzato alcuni simboli della cultura dei nativi: l’acero, presente nella bandiera del Canada, che richiama, con la sua molteplicità di punte e di lati, il multiculturalismo canadese; le trecce di copricapi e degli abiti dei nativi, che richiamano l’interculturalità, il desiderio, cioè, di intrecciare reciprocamente le diversità culturali, non limitandosi a giustapporle; i tamburi che hanno accompagnato il Papa ovunque andava, e che accompagnava Gesù nella «Galilea delle genti», dove «confluivano svariate popolazioni, colorando la regione di tradizioni e culti disparati. Lì, proprio lì, Gesù predicò il Regno di Dio. Così proprio quel lago, “meticciato di diversità”, divenne la sede di un inaudito annuncio di fraternità». Valori preziosi, quelli dei nativi, che il Papa ha raccomandato di tramandare di generazione in generazione: «In un mondo purtroppo così spesso individualista, quanto è prezioso quel senso di familiarità e di comunità che presso di voi è tanto genuino! E’ fondamentale prendersi cura delle radici. Non offuscate “la gloria” degli antenati. Non smarrirne la memoria, non dimenticarci della storia che ha partorito la nostra vita: è così che cresce l’albero, è così che si costruisce il futuro. La sapienza indigena insegna, alle sette generazioni future, ad ascoltare gli anziani, ad abbracciare i sogni dei giovani». La Chiesa canadese è stata, perciò, invitata a ripartire con uno «sguardo che discerne» la realtà, testimoniando la propria fede immergendosi in quelle tradizioni «per raggiungere le persone là dove vivono, non aspettando che siano loro a venire», nello stile della fraternità, affinché «chiunque si avvicini alla fede trovi una comunità ospitale, che sa ascoltare», perché, come diceva il primo vescovo canadese François de Laval, «spesso una parola amara, un’impazienza, un volto che respinge distruggeranno in un momento ciò che è stato costruito in molto tempo».

 

R.M.

 

GUERRA RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/6
MA CHI CI PERDE?

 

Chi comincia una guerra e chi la prolunga pensa sempre a cosa può guadagnare, ma difficilmente è in grado di stabilire cosa perderà, proprio perché la guerra è «un’avventura senza ritorno», come disse Papa Pio XII. Premesso che non c’è perdita paragonabile alle vite umane (ma che importa poco a chi fa la guerra e la alimenta), proviamo a vedere, allora, cosa stanno perdendo belligeranti e cobelligeranti. Vladimir Putin, come abbiamo visto, non è riuscito a far rientrare l’Ucraina nella sua orbita, né a ottenere un cambio di regime in Ucraina; ha spinto, al contrario, il moderato Volodymyr Zelensky su posizioni non lontane dai partiti filonzisti e di estrema destra. Ha contratto un debito con le milizie non russe, specialmente cecene, che potrebbe in futuro pagare e si è consegnato nelle mani di Cina e Turchia: la prima ne sostiene, in pratica, lo sforzo bellico; la seconda è assurta a rango di grande potenza e potrebbe creargli grattacapi in Siria e Libia, oltre che sulla futura egemonia nel Mar Nero e nel Caucaso. L’Ucraina, nel non voler concedere l’autonomia alle regioni filorusse, rischia di perderle. Zelensky, a sua volta, rischia un doppio abbraccio mortale: quello che lo spinge verso i partiti di estrema destra, e quello americano che gli impone una linea oltranzista. Gli Stati Uniti, per alleviare l’inflazione causata dal rincaro energetico, pagano un cedimento a Israele e ai Paesi arabi: il viaggio di Joe Biden in Medio Oriente era finalizzato, fra le altre cose, a chiedere ai Paesi arabi di aumentare la produzione di petrolio. Inoltre, rinsaldando l’alleanza coi Paesi arabi, Biden rischia il suo secondo grave scacco in politica estera dopo la fuga dall’Afghanistan: l’affossamento del negoziato per regolamentare l’accesso al nucleare da parte dell’Iran, un negoziato che ha voluto far ripartire dopo che il suo predecessore Donald Trump aveva mandato a monte. Da ultimo, è evidente il suo voltafaccia rispetto alla difesa della causa del giornalista assassinato dai sauditi Jamal Khashoggi. La Cina, a lungo andare, rischia di vedersi complicare le sue relazioni economiche con l’Ucraina. La Turchia corre gli stessi rischi: la sua crisi economica può aggravarsi se la guerra, prolungandosi, farà aumentare i costi energetici e di esportazione di prodotti agricoli, continuerà a bloccare il turismo e a ostacolare lo sviluppo del mercato immobiliare. Inoltre, il suo tentativo di speculare sulla guerra ha portato la Russia ad accordarsi con l’Iran per bloccarne eventuali velleità in Siria. Gran Bretagna e Unione Europea, appiattendosi sulla linea oltranzista americana, hanno pagato prezzi altissimi fin dall’inizio: Boris Johnson è addirittura caduto, dal momento che la guerra ha aggravato la pesantissima crisi economica conseguenza della Brexit, mentre l’Unione Europea, come abbiamo già avuto modo di vedere nella terza “puntata” di questa serie di “punti della situazione”, si è da subito caratterizzata per la sua inconsistenza e divisione politica dopo essersi, per il momento, “autocondannata” con una politica di sanzioni che, seppur blanda per quanto riguarda gas e petrolio, le si sta ritorcendo contro, al punto che guarda con timore alla possibilità che Putin tagli in modo definitivo i rifornimenti energetici russi.
Ciascuno, come si vede, avrebbe interesse a mettere subito fine a questa guerra. Eppure, nessuno lo fa: la brama di quello che potrebbero guadagnare non fa veder loro ciò che, di fatto, stanno perdendo.

R.M.

 

CRISI DI GOVERNO E PROPOSTE DI VOTO

A una settimana dalla crisi di governo, a mente fredda e a bocce ferme, è possibile, credo, proporre una sorta di pagella (discutibile, intendiamoci!) per ciascuno dei maggiori protagonisti della caduta del governo di Mario Draghi. Lasciando da parte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che deve obbligatoriamente muoversi (e così ha fatto) entro il dettato delle procedure costituzionali, ecco delle possibili proposte di voto:

- DRAGHI: voto 7. Coerente fino in fondo col senso del suo mandato governativo, non ha accettato modifiche alla maggioranza che si era impegnato a sostenerlo confermando di non essere un “uomo per tutte le stagioni”. Difficilmente un politico sarebbe stato così coerente pur di rimanere “in sella”. D’altra parte le evidenti difficoltà di un “uomo fuori posto”, cioè di un tecnico in un ruolo politico, sono emerse tutte, a partire dalla sua capacità negoziale. Inoltre, le tensioni nella maggioranza erano visibili già da dopo la conferma di Mattarella. Forse ha aspettato troppo a “far saltare il banco”. Quindi, il 7 è frutto di una media fra coerenza (10), scarse doti politiche (4) e spirito di sopportazione (7).

- LETTA e RENZI: voto 7. Ci hanno messo del loro a “tirare” Draghi dalla loro parte, ma sono stati coerenti fino in fondo appoggiandolo durante la definitiva discussione al Senato del 20 luglio. Avranno buon gioco nell’accusare, a torto o ragione, chi ha provocato la crisi di governo di eventuali ritardi o inadempienze rispetto ai nodi cruciali che si stanno affrontando (scadenza del Pnrr, crisi economica, riforme politiche e amministrative). Inoltre, si sono candidati a credibili interpreti del voto moderato.

- MELONI: voto 7. Coerente fino in fondo, nel suo caso come opposizione al governo, non facendo mancare il suo voto in provvedimenti giudicati esiziali per il bene del Paese. Assieme al Pd di Letta, il partito di Giorgia Meloni parte, a oggi, favorito per la vittoria alle elezioni politiche.

- SALVINI: voto 6,5. Assieme al M5S è quello che ha messo più bastoni fra le ruote al governo di unità nazionale, ma è stato molto furbo a lasciare la “pistola fumante” in mano a Giuseppe Conte. E’ sempre stato con un piede dentro e uno fuori dal governo: rischia di pagarne il prezzo a Fdi alle prossime elezioni politiche rimanendo stritolato nel suo stesso partito, molto diviso, fra chi gli rimprovera di aver tardato troppo a uscire dalla maggioranza e chi, invece, non ha accettato la sua decisione di “staccare la spina” al governo.

- BERLUSCONI: voto 5. La fretta di andare al voto lo ha portato, sulla crisi di governo, a schiacciarsi troppo, lui che è un moderato, sulle posizioni estreme di Lega, Fdi e, implicitamente, di M5S. Ponendo l’aut-aut a Draghi su un cambio di maggioranza che escludesse il M5S ha lasciato la patente moderata nonché il titolo di erede in quanto ideale prosecutore del governo Draghi al Pd di Letta. Proprio perché è un moderato, a differenza di Salvini rischia di pagare un prezzo particolarmente salato alle elezioni, a meno che non riesca a condurre una campagna elettorale creativa e convincente.

- CONTE: voto 4. Avendo detto sempre di sé di essere un progressista moderato, ha gettato alle ortiche questo suo DNA schiacciandosi su posizioni estremiste e alzando troppo l’asticella dello scontro con Draghi. Seppur con la collaborazione all’ultimo momento del centrodestra, è lui che si è esposto “uccidendo” il governo. Ora è isolato politicamente (la possibile intesa allargata col Pd l’ha gravemente compromessa), più disprezzato che amato. Se l’ha fatto per fermare l’emorragia di voti del M5S, c’è, però, da chiedersi se questa emorragia si è davvero frenata. Ne è valsa davvero la pena?

- DI MAIO: voto 2. Ha attraversato tre governi completamente diversi tra loro rimanendo sempre ministro. E’ passato dalla minaccia di denunciare il Presidente della Repubblica a diventare suo strenuo difensore. Da nemico della “casta” ne è diventato l’incarnazione. Da populista è diventato organico al potere. Da antisistema è diventato parte del sistema. In politica non basta la flessibilità: occorre avere degli ideali. Altrimenti si rischia di passare per cinici. Un uomo così camaleontico ha degli ideali? Si propone di far parte di un centro moderato. La realtà è che ha tradito tutti: ha tradito gli estremisti, potrebbe prepararsi con altrettanta spregiudicatezza a tradire i moderati. A oggi è la quintessenza del tipo di politico trasformista odiato dagli italiani.

 

R.M.

 

GUERRA RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/5
IL “JOLLY” TURCO

 

Fra tutti i Paesi coinvolti nel conflitto russo-ucraino, la Turchia, da sola, spicca per l’attivismo di cui si è reso protagonista il presidente Recep Tayyip Erdoğan. La Turchia ha una posizione unica nella regione del Mar Nero: è a cavallo fra Russia e Cina e, più in generale, fra Europa e Asia; è un Paese membro della Nato con il secondo esercito più numeroso dell’alleanza, ma ha sviluppato collaborazione a tutto campo con la Russia, non ultima quella di dividersi alcune zone di influenza in Medio Oriente (Siria e Libia), e intende giocare un ruolo di primo piano nell’area orientale del Mediterraneo, nel Caucaso e in Asia centrale, tanto che nell’ultimo decennio ha sviluppato importanti relazioni con la Cina. La Turchia è precipitata in una gravissima crisi economica: l’inflazione ha superato il 70% e la lira turca ha dimezzato il suo valore rispetto al dollaro. Cosa più importante: l’anno prossimo ci saranno le elezioni presidenziali ed Erdoğan, ovviamente, giocherà la carta nazionalistica per “mascherare” la crisi economica e vincere le elezioni. La guerra russo-ucraina si è rivelata un’occasione d’oro per Erdogan potendo giocare, per quanto detto sopra, su “più tavoli” contemporaneamente, facendo della Turchia un potenziale “jolly” da giocare per tutti. Infatti, molto opportunamente Erdoğan non si è mai schierato aprioristicamente da una parte o dall’altra: ha condannato l’invasione russa fornendo droni agli ucraini e appoggiando la dichiarazione del Patriarca ortodosso di Costantinopoli favorevole alla decisione della chiesa ortodossa di Kiev di separarsi da Mosca, ma non ha appoggiato le sanzioni contro la Russia. Pur senza aver avuto ancora successo, si è ritagliato un ruolo di mediatore fra i contendenti: se gli riuscisse di influire sull’inizio dei negoziati, acquisterebbe prestigio internazionale e risparmierebbe ai turchi l’aggravamento della crisi economica in termini di costi energetici, di esportazione di prodotti agricoli, di crollo del turismo e del mercato immobiliare.  Attraverso la Convenzione di Montreux regola l’accesso delle navi da guerra nel Mar Nero e ha svolto un ruolo determinante nello sbloccare l’afflusso del grano ucraino dopo il blocco dei porti deciso dalla Russia. Gioca spregiudicatamente la sua situazione di appartenenza alla Nato e di partnership con Mosca: ha mercanteggiato il consenso all’ingresso di Finlandia e Svezia chiedendo la consegna di presunti terroristi curdi e ha costretto gli Stati Uniti a revocare la vendita ad Ankara di caccia F16 (decisa dopo che i turchi si erano accordati con Mosca per rifornirsi di sistemi antimissile S-400). Inoltre, sapendo che la Nato ha bisogno anche dell’appoggio turco, ha sollevato la questione della smilitarizzazione delle isole greche in prossimità delle coste turche e, probabilmente, contando proprio sull’accondiscendenza dell’alleanza, si prepara a un’altra operazione militare in Siria realizzando un duplice obiettivo: contrastare la minaccia dell’YPG (le forze curde in guerra contro il dittatore siriano Bashar el Assad), considerato dalla Turchia come una branca del PKK, e creare ulteriori “zone sicure” come cuscinetto da questa minaccia, ma anche per deportarvi un buon numero di rifugiati siriani trattenuti in Turchia in virtù anche della decisione dell’Unione Europea di pagare Ankara perché trattenga tali rifugiati. Non basta. Erdoğan ha ricattato anche Mario Draghi, costretto a recarsi da lui per chiedere grano, energia e un’ulteriore stretta sui migranti per impedire loro di raggiungere l’Italia. E non dimentichiamoci di quanto Erdoğan può lucrare dall’impegno russo in termini di influenza in Libia ancora nel caos (Erdoğan sostiene il governo di Tripoli, mentre Mosca appoggia il generale Haftar in Cirenaica). Insomma, Putin, invadendo l’Ucraina, è riuscito anche in questo: fare in modo che Erdoğan restituisse alla sua Turchia il rango di grande potenza e garantendogli ottime chances, a oggi, di rivincere le presidenziali del prossimo anno.

 

R.M.

 

NOTE A MARGINE SULLA CRISI DI GOVERNO ITALIANA

Indipendentemente da chi ha, di fatto, innescato la crisi di governo, ci sarebbe da chiedersi se questo stesso governo non avesse già esaurito prima la sua spinta propulsiva. Mario Draghi, nel dibattito per l’elezione del Presidente della Repubblica, aveva dichiarato la sua disponibilità, se il Parlamento avesse avuto intenzione di chiedere a lui di succedere a Sergio Mattarella, aggiungendo che, ormai, ciò che rimaneva da fare poteva essere tranquillamente portato avanti da qualsiasi altro Presidente del Consiglio. Non è forse un’implicita ammissione di esaurimento dei compiti del governo che era stato chiamato a presiedere? A ciò occorre non sottovalutare due particolari: a chiedere a Mattarella di rimanere al Quirinale sono stati i partiti, ben coscienti che senza più la guida di Draghi si sarebbe probabilmente andati a elezioni, per le quali non erano preparati. Altro dato rilevante: i maggiori e più pesanti condizionamenti dei partiti a Draghi sono iniziati proprio dopo la disponibilità di Mattarella a rimanere Presidente per un secondo mandato. E’ così difficile immaginare che lo scopo dei partiti era quello di prepararsi alla campagna elettorale e alle elezioni politiche “sfruttando” Draghi per guadagnare tempo? In questo senso, forse Draghi è stato fin troppo accondiscendente nel dire “basta” solo la settimana scorsa. L’altro dato rilevante, poi, è rappresentato da chi è uscito più allo scoperto nel rifiutarsi di riallacciare i ponti con l’ormai ex Presidente del Consiglio: più ancora che il Movimento Cinque Stelle, il cui orientamento ormai estremistico per non perdere ulteriori voti era evidente, è da segnalare l’azione dell’intero centrodestra che, ponendo l’aut-aut a Draghi sull’esclusione del M5S per la prosecuzione dell’azione governativa, ha facilitato il “gioco” estremistico del M5S. Ciò sembra suggerire un grave problema all’interno di quell’area politica: la prevalente linea dei partiti estremisti di Fratelli d’Italia e di Lega, che pare aver schiacciato quella moderata di Forza Italia. A oggi sembra che per i moderati le scelte possano essere solo due: o il Partito Democratico, o l’astensione. A meno che il centrodestra non sia capace in questa campagna elettorale di tirare fuori “un coniglio dal cilindro”, come si sul dire, per riconquistarli alla loro causa.

 

R.M.

 

GUERRA RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/4
CINA &CO

 

Il 4 marzo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato una risoluzione di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina intimando il ritiro immediato delle truppe di Mosca. 141 Paesi hanno approvato la mozione, ma 40 (35 astenuti e cinque contrari) no: questi 40 rappresentano il 55,5% della popolazione mondiale, e includono due superpotenze, la Russia e la Cina, e altre grandi e medie potenze come l’India, il Pakistan, il Bangladesh, il Vietnam, anch’essi astenuti, e come Etiopia, Marocco, Turkmenistan e Venezuela che non hanno votato. La Russia, insomma, è tutt’altro che isolata, ed è possibile identificare un blocco di Paesi guidato, ovviamente, dalla Cina che la supporta massicciamente, allungando e aggravando il conflitto in corso. Non basta. Scorrendo la lista dei Paesi votanti, è possibile intravedere un dato interessante: molti di questi fanno riferimento al gruppo dei cosiddetti BRICS, un aggregato di Paesi che intende porsi in alternativa al blocco dei Paesi occidentali. Il “cartello” è nato il 16 giugno 2009 a Ekaterinburg, in Russia: qui si tenne il primo vertice al quale parteciparono i quattro Paesi fondatori (Brasile, Russia, India e Cina). Successivamente si aggiunse il Sudafrica (da qui l’acronimo BRICS contraddistinto dalle iniziali dei noi dei Paesi che ne fanno parte). Il “cartello” si è dotato di una banca (la New Development Bank) con un capitale iniziale di 50 miliardi dollari per finanziare progetti infrastrutturali, e di un fondo di 100 miliardi di dollari (il Contingent Reserves Arrangements) come forma di aiuto reciproco (specie in caso di sanzioni). Lo scopo, appunto, era quello di affrancarsi dall’egemonia politica ed economica occidentale creando un’entità multilaterale alternativa, per non dire in contrapposizione all’Occidente. I cinque hanno subito invitato altri Paesi insofferenti dell’”ombrello” occidentale a guida americana. I candidati a entrarvi a oggi sono: l’Argentina, l’Egitto, l’Indonesia, il Kazakistan, la Nigeria, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Senegal, la Thailandia, l’Iran, la Cambogia, la Malesia, l’Uzbekistan, le Isole Fiji e l’Etiopia. All’Assemblea Generale dell’ONU, dei cinque Paesi fondatori solo il Brasile ha votato a favore della risoluzione di condanna alla Russia, al quale si aggiungono, fra i candidati, altri 10 Paesi (Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Thailandia, Indonesia, Argentina, Nigeria, Cambogia, Malesia, Isole Fiji). Degli altri quattro, la Russia ha ovviamente votato contro, gli altri tre si sono astenuti, assieme a Kazakistan, Senegal e Iran, mentre Etiopia e Isole Fiji non hanno votato. Se si considera che diversi Paesi che hanno votato a favore sono, tuttavia, ostili al blocco occidentale, ecco che la Russia anche solo attraverso il “cartello” dei BRICS e dei candidati all’adesione può contare su un appoggio politico ed economico non indifferente. Non dimentichiamoci che già Cina e India acquistano il greggio russo con uno sconto di circa 30 dollari rispetto ai prezzi del brent, vanificando non poco le sanzioni petrolifere occidentali. Infine, l’ultimo vertice del “cartello” allargato ai potenziali aderenti ha accolto una dichiarazione di Xi Jimping che accusa gli occidentali di imporre sanzioni «per creare divisioni e scontri». Nel corso della riunione dei ministri degli esteri dei BRICS del 19 maggio si è dichiarato un indiscusso appoggio all’ONU, ma si è anche difeso il ruolo guida del G20 dal quale la Russia non deve essere esclusa. Se la Russia è tutt’altro che isolata, occorre, però, tener conto di un particolare di una certa rilevanza: la Cina ha il ruolo guida di questo blocco di Paesi filorussi, ed è il Paese alla quale Putin, con la sua scriteriata invasione, sta consegnando la Russia. Ma la Cina non ha mai alleati. Solo clienti. Il riconoscimento russo dell’indipendenza delle repubbliche del Donbass potrebbe costituire un precedente pericoloso per Pechino qualora una simile autonomia venisse rivendicata da Tibet e Xinjang, che non hanno mai accettato la sovranità cinese. Se poi l’aggravamento e l’eccessiva durata del conflitto mettesse in pericolo gli affari economici di Pechino col mondo occidentale, per la Russia saranno guai, perché la Cina non esiterebbe a scaricarla. Anche per questi motivi, il destino della guerra e della pace è in mano, oltre agli Stati Uniti, anche alla Cina, e sempre meno a Ucraina e Russia che ne stanno diventando progressivamente dei semplici “Paesi satelliti”.

 

R.M.

 

GUERRA RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/3
LA (DIS)UNIONE E LA (IR)RILEVANZA DELL'UNIONE EUROPEA

 

La disunione e la irrilevanza dell’Unione Europea si sono evidenziate col perdurare del conflitto, come non era difficile da prevedere. Il 27 febbraio, quattro giorni dopo l’invasione, l’Ue sfoderò l’unica “arma” che ha sempre avuto: quella delle sanzioni. Il pacchetto prevedeva: blocco degli scambi con Donetsk e Lugansk subito dopo il riconoscimento delle due sedicenti repubbliche da parte russa; stop all’acquisto dei titoli del debito sovrano russo e all’export di prodotti ad alta tecnologia; limiti ai depositi dei cittadini russi nelle banche europee; congelamento dei beni degli oligarchi, di Vladimir Putin e del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov; chiusura dello spazio aereo europeo ai voli e agli aeromobili a qualsiasi titolo riconducibili a Mosca. Ma la disunione europea comparve subito con l’annuncio da parte del cancelliere tedesco Olaf Scholz di incrementare gli investimenti per superare il 2% della difesa: anziché investire sull’Europa, il cancelliere ha optato per una politica grettamente nazionalistica. Ulteriori divisioni si sono evidenziate nel dibattito sull’estromissione della Russia dal sistema interbancario SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), il consorzio internazionale con sede in Belgio che svolge un ruolo centrale nel sistema internazionale dei pagamenti connettendo più di 11.000 banche ed altre istituzioni finanziarie (delle quali 600 cinesi) in più di 200 paesi al mondo e permettendo così i pagamenti transfrontalieri attraverso il sistema bancario. Germania, Austria e Italia hanno cercato di mettere i bastoni fra le ruote a una decisione che avrebbe penalizzato le proprie imprese che beneficiavano di questo consorzio nel loro mercato creditizio verso la Russia, ma senza riuscirci. L’accesso, comunque, è stato ristretto a un selezionato numero di banche russe. Le sanzioni si sono rivelate da subito non solo foriere di divisioni, ma anche l’unica strategia dell’Ue. Sul piano politico, militare e diplomatico le mosse importanti arrivavano da altre parti (Stati Uniti). Intanto, l’Ungheria si è schierata, di fatto, con la Russia: le ha fatto da contraltare la Polonia, che è diventata la capofila dei Paesi dell’est antirussi. Dall’altra parte, si sono schierati i Paesi occidentali, guidati da Germania e Francia (alle quali si è poi associata l’Italia, comunque più piegata agli americani rispetto a Berlino e Parigi). L’Ungheria ha vietato il transito di armi dirette all’Ucraina, mentre la Germania si è espressa contro il divieto di importazione di gas, petrolio e carbone dalla Russia e contro qualsiasi embargo energetico verso Mosca, scontrandosi con Polonia e Stati baltici. Questo solo sette giorni dopo l’approvazione del primo pacchetto di sanzioni. Risultato: un compromesso al ribasso raggiunto al vertice europeo di Versailles che prevedeva un graduale affrancamento dalla dipendenza petrolifera dalla Russia da raggiungersi entro il 2023. Le divisioni si sono accentuate nei giorni successivi, culminando nell’accettazione del compromesso offerto da Putin di aprire un doppio conto in Gazprom: le società energetiche dei Paesi membri avrebbero pagato in dollari o euro sul primo conto; la somma sarebbe poi stata convertita in rubli dalla Banca centrale russa. Insomma, l’Ue violava le sanzioni da lei stessa decise, perché una di queste proibiva il pagamento in rubli. Ma i Paesi più dipendenti energeticamente dalla Russia si erano imposti sugli altri. Non basta. A Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca è stato concesso di continuare ad acquistare gli stessi stocks petroliferi da Mosca e di pagare in rubli. In pratica, ognuno per conto suo, specialmente per il gas sul quale non si è arrivati a un’intesa simile a quella sul petrolio. La Russia aveva così buon gioco nell’alimentare le divisioni in seno all’Ue bloccando le forniture di gas a chi si era rifiutato di violare le sanzioni europee e pagare in rubli (Polonia, Bulgaria, Olanda, Finlandia e Danimarca), limitandosi a ridurlo ad altri, come a Italia e Germania (quest’ultima tramite la chiusura del gasdotto Nord Stream). Ognuno per conto suo anche a livello diplomatico: mentre i presidenti di Lituania, Lettonia, Estonia e Polonia si sono recati a Kiev come segno di solidarietà verso l’Ucraina, il cancelliere austriaco Karl Nehammer andava a Mosca per trattare con Putin, il presidente Emmanuel Macron ha continuato a smarcarsi dai toni aggressivi di Joe Biden e provato a mantenere un contatto diretto con Putin, e Mario Draghi ha tentato di smarcarsi dal presidente americano nella sua visita a Washington dichiarandosi contrario alla linea intransigente adottata nel vertice Nato di Ramstein, facendo così saltare la conferenza di stampa congiunta. Dov’è l’Unione Europea? Nella sua irrilevanza e divisione, non stupisce che le sorti della guerra e della pace vengano decise altrove.

 

R.M.

 

GUERRA RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/2
GLI STATI UNITI: L’UNICO OCCIDENTE

 Tra i contendenti di questa guerra, ci sono gli Stati Uniti che rappresentano l’unico Occidente, dal momento che l’Unione Europea, debole e divisa, nella sua irrilevanza si è appiattita alla linea di Washington. Del resto non è un mistero che, storicamente, il legame fra americani ed europei era costituito più dall’esistenza di un comune nemico che da una vera, ampia convergenza di interessi. Gli Stati Uniti non hanno mai voluto che l’Unione Europea diventasse un’entità politica. Quando gli europei ci andarono vicini col dibattito sull’esercito comune europeo (la Comunità Europea di Difesa, CED) pianificando, oltre a questo, un’unione politica federale, fu la forzatura americana contro i riluttanti francesi a far saltare tutto. In Francia il dibattito si era arenato dopo la sconfitta di Dien Bien Phu, che comportava l’inizio della fine del suo impero coloniale: i francesi non vedevano di buon occhio un impegno europeo a detrimento di un rafforzamento nazionale. Il segretario di Stato americano John Foster Dulles minacciò, allora, i francesi dicendo loro che se non avessero approvato in tempi rapidi la CED gli Stati Uniti si sarebbero schierati massicciamente in termini economici e militare con l’allora Germania Federale. Un ultimatum, un intervento a gamba tesa che irrigidì i francesi che affossarono la CED e l’unione politica. Coerentemente con quanto annunciato, negli anni successivi gli americani appoggiarono la Germania Federale a scapito della Francia nazionalista di De Gaulle approfondendo la divisione europea, e si servirono degli inglesi, una volta entranti nell’allora Comunità Economica Europea (CEE), per sabotare ogni progresso verso un’unione politica. L’Europa doveva rimanere uno spazio economico favorevole al mercato americano, ma sempre sotto il controllo militare statunitense attraverso il braccio armato della Nato. La crisi degli euromissili fu risolta grazie agli americani e al loro peso politico e militare, non alla CEE. Crollata l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti forzarono la creazione di un ordine internazionale unipolare nel quale ritagliarsi il ruolo di “poliziotti del mondo”. In questa strategia non c’è mai stato spazio per un’entità politica europea che si smarcasse dalla loro dipendenza. Il progetto di Mitterand di una confederazione europea allargata ai Paesi dell’est europeo con la quale coinvolgerli da subito nella Comunità europea con un ruolo attivo prima di una loro adesione fu mandato a monte dagli americani che offrirono a quei Paesi un rapido ingresso nella NATO, in modo che non avessero bisogno di spingere verso un’unione europea politica e militare. E proprio attraverso la Nato gli americani umiliarono le ambizioni europee di integrazione e di autonomia politica e militare intervenendo in Kosovo, Afghanistan e Libia. Sia Bush jr che Obama fecero di tutto per dividere i Paesi dell’Unione Europea (ricordiamo il primo quando etichettò “vecchia Europa” quel gruppo di Paesi ostili alla seconda guerra del Golfo) promuovendone, all’occasione, politiche unilaterali (l’intervento in Libia di Francia e Inghilterra che causò la caduta di Gheddafi). Politica proseguita con Trump col suo unilateralismo (ricordiamo gli elogi a Giuseppe Conte che guidava il governo euroscettico di Lega e Movimento Cinque Stelle, e i rimbrotti ad Angela Merkel) e da Biden con la guerra in Ucraina: la forzatura intransigente antirussa della riunione Nato a Ramstein ha scavalcato, diviso e messo all’angolo gli europei. Lo scopo del suo viaggio in Medio Oriente non era quello di aiutare i Paesi dell’Unione, ma a convincere gli arabi a pompare più petrolio per abbassarne il prezzo e ridare fiato all’economia americana minata dal carovita inflattivo in previsione delle difficili elezioni di mid term. I Paesi dell’Unione Europea hanno gravi responsabilità per non essersi mai emancipati dall’ombrello egemonico americano. Ma non illudiamoci sulla reale intenzione degli Stati Uniti di perseguire i nostri interessi. Così sarà finché a rappresentare egemonicamente l’Occidente saranno loro.

 

R.M.

 GUERRA RUSSO-UCRAINA:
IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 5° MESE DI GUERRA/1
I PAESI BELLIGERANTI


Sono passati, ormai, cinque mesi da quando i carri armati russi hanno invaso l’Ucraina dando inizio alla guerra (non un’operazione militare) russo-ucraina. Come si temeva, la pace non è arrivata, e così nemmeno una tregua: il conflitto si è prolungato col bombardamento di Odessa e sembra dover continuare indefinitivamente. Quella che doveva essere una guerra breve, come è accaduto nella prima guerra mondiale (e in altre guerre) è diventata una guerra lunga. Non c’è stato un vero e proprio spartiacque che ha reso evidente questa involuzione, ma diversi accadimenti. Il primo alla fine di marzo, quando Vladimir Putin ha rinunciato all’assedio di Kiev, evento collegato al suo discordo del 12 aprile, quando ha precisato che l’obiettivo dell’invasione era la conquista del Donbass e la “liberazione” (sic!) dei suoi abitanti russi. In pratica, il fallimento dell’assedio della capitale ha mandato a monte due dei suoi obiettivi primari sui quali ci eravamo già soffermati: quello di provocare la caduta di Volodymyr Zelensky imponendo un governo filorusso e, conseguentemente, far rientrare l’Ucraina in quello che, sempre secondo Putin, era sempre stato il suo spazio storico: quello russo. Gliene è rimasto solo uno, l’ultimo: la “liberazione” della popolazione russa e filorussa del Donbass. Non è vero che l’assedio di Kiev era solo un diversivo, tanto che lo stesso Putin ha compiuto un’epurazione dei suoi collaboratori a vantaggio della corrente “minimalista” che, appunto, puntava sulla conquista del Donbass, esautorando gli esponenti “massimalisti” la cui linea era stata inizialmente sposata dal presidente russo. In realtà, Putin si è trovato di fronte una reazione ucraina dalla resistenza inaspettata unitamente a clamorosi errori dello Stato maggiore russo che si serviva di una mappa del territorio risalente al 1987 e non aggiornata (tanto che i carri armati hanno sbagliato strada ritrovandosi a Bucha dove è avvenuto il massacro di ucraini) e alla non irrilevante diserzione di non pochi militari russi impreparati a questa guerra e senza alcuna volontà di combatterla.
Sull’altro fronte, il 26 aprile si è svolto lo storico incontro dei Paesi Nato nella base aerea di Ramstein; così come Putin ha cambiato gli obiettivi della sua guerra, gli Occidentali hanno cambiato il loro obiettivo militare: non più sostegno militare all’Ucraina per una legittima difesa, ma sostegno militare per vincere la guerra. In pratica, un’implicita dichiarazione di guerra alla Russia. Una linea imposta dagli Stati Uniti agli alleati, Zelensky in primis (che sarebbe stato disposto a lasciare la Crimea alla Russia), rendendo inutili le perplessità e le riserve su questa linea intransigente e oltranzista manifestate, per esempio, da Emmanuel Macron e da Mario Draghi. La Russia ha reagito bombardando le infrastrutture e i presunti siti di stoccaggio ucraini per impedire o per rallentare l’arrivo delle nuove forniture militari e iniziando a colpire alcuni Paesi europei interrompendo o limitando l’afflusso di gas. Non basta. Se l’aggressività russa ha spinto Svezia e Finlandia, prima neutrali, ad aderire alla Nato dopo aver rimosso il veto turco concedendo a Instanbul l’estradizione di presunti terroristi politici o curdi e aver sbloccato la vendita dei caccia F16, un gruppo consistente di Paesi non europei rappresentanti di più della metà della popolazione mondiale ha deciso di schierarsi con la Russia (Cina, India, Pakistan, Iran in testa) sostenendone lo sforzo bellico, a partire dal prezzo di favore col quale ne acquistano le risorse energetiche. 
Il 9 maggio Putin avrebbe dovuto annunciare la vittoria. Non c’è stato nessun annuncio. La guerra continua nella parte sud-est dell’Ucraina nella quale militarmente gli ucraini sono messi meglio e offrono una tenace resistenza. Quando i russi avanzano, lo fanno per non più di uno/due chilometri al giorno. E non ci sarà pace fino a che non si determinerà almeno una di queste due condizioni: o Putin avrà fatto progressi tali da sbandierare una possibile vittoria, o Stati Uniti e Cina avranno deciso che si è combattuto abbastanza e, pertanto, obbligheranno i loro “protetti” a trattare. Già, perché da quanto messo in evidenza, non sembra più esserci solo una guerra russo-ucraina, ma un’altra dietro a questa ben più spietata e più cinica: quella fra Stati Uniti e Cina. Con l’Unione Europea che, come al solito, si dimostra divisa e impotente.

 

R.M.

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...