CHIESA
E INDIGENI: 38 ANNI FA
CHIESA
E INDIGENI: 38 ANNI FA
ALLE
ORIGINI DEL PELLEGRINAGGIO PENITENZIALE
Il pellegrinaggio di Papa
Francesco in Canada è destinato a entrare nella storia della Chiesa: è stato,
infatti, il primo pellegrinaggio di natura eminentemente penitenziale da parte
di un pontefice. Nell’occasione, si è trattato di offrire il perdono della
Chiesa per gli abusi commessi dai cattolici ai danni dei bambini indigeni
commessi nelle scuole residenziali: molti di loro furono strappati alle proprie
famiglie e costretti ad abbandonare la propria lingua, la propria religione e
il proprio modo di vivere per conformarsi alla cultura europea. Alcuni, inoltre,
furono anche vittime di abusi fisici e sessuali. Chi contesta l’opportunità di
questo pellegrinaggio dimentica due cose: anzitutto, che per testimoniare la
sua fede, la Chiesa deve offrire esempi di perdono senza se e senza ma. In
secondo luogo, Papa Francesco, con questo particolare pellegrinaggio, si
inserisce in una scia iniziata dal suo predecessore, Giovanni Paolo II,
caratterizzata da una particolare attenzione nel mettere al centro la necessità
della Chiesa di riconoscere e chiedere, appunto, perdono per i misfatti
commessi nella storia. La svolta fu la bolla di indizione del Giubileo
dell’anno 2000: Giovanni Paolo II fece presente la necessità di una
«purificazione della memoria», chiedendo a tutti i cattolici «un atto di
coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno
portato e portano il nome di cristiani». E’ vero che «la storia della Chiesa è
una storia di santità», ma «anche noi, figli della Chiesa, abbiamo peccato».
Pertanto, «come Successore di Pietro, chiedo che la Chiesa si inginocchi
dinanzi a Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi
figli», e concluse: «I cristiani sono invitati a farsi carico delle mancanze da
loro commesse senza nulla chiedere in cambio». Benedetto XVI si è allineato: il
30 aprile 2009 incontrò proprio un gruppo di aborigeni canadesi vittime di
abusi in quelle esecrabili scuole residenziali. Benedetto XVI, ascoltando i
loro agghiaccianti racconti, espresse il proprio dolore, la propria
partecipazione e solidarietà, oltre alla «volontà della Chiesa di impegnarsi
seriamente nella riconciliazione», parola chiave usata da Papa Francesco nel
suo pellegrinaggio. Il gesto commosse tutti
i presenti. La commozione caratterizzò anche l’incontro che Benedetto XVI ebbe
con le vittime di abusi sessuali nella nunziatura di Rabat in occasione del suo
pellegrinaggio a Malta. All'inizio tutti hanno pregato in silenzio e in
ginocchio nella Cappella. Poi, il Papa ha avvicinato una per una, vicino
all'altare, le otto vittime di abusi, ascoltando le loro storie e le loro
attese. Alla fine hanno pregato tutti insieme e a voce alta e il Papa ha
impartito la sua benedizione appoggiando la sua mano sulla testa di ciascuno di
loro. Una di loro, profondamente commossa, rivelò di essersi sentita liberata
da un grande peso, e aggiunse: «Ora mi sento un cattolico convinto».
Precedentemente, Benedetto XVI, nella sua Lettera ai cattolici d’Irlanda, aveva
già espresso «vergogna e rimorso» alle vittime dei preti pedofili, accusando i
responsabili di aver «rovesciato vergona e disonore sui vostri confratelli», e
intimando loro non solo di consegnarsi ai «tribunali debitamente costituiti»,
ma anche di «fare personalmente ammenda per le vostre azioni». Altri incontri
nei quali l’allora pontefice chiese il perdono a nome di tutta la Chiesa furono
quelli con le vittime di abusi australiani e americani. Nel suo pellegrinaggio
nel Regno Unito, Benedetto XVI chiese nuovamente perdono: «E’ deplorevole che, in così marcato contrasto con
la lunga tradizione della Chiesa di cura per i ragazzi, questi abbiano sofferto
abusi e maltrattamenti ad opera di alcuni preti e religiosi»; un «vergognoso
abuso» che ha causato «profonde ferite nelle vittime ma anche nel rapporto di
fiducia che dovrebbe esserci fra sacerdoti e popolo» (18 e 19 settembre 2010).
Una pluralità di incontri e un momento nell’ambito di un pellegrinaggio papale
“classico”, per così dire. L’evoluzione più naturale l’ha, appunto, compiuta
Papa Francesco: un pellegrinaggio specificamente penitenziale, perfettamente in
linea con la scia tracciata dai suoi predecessori
R.M.
COME E’ SCATTATA LA CAMPAGNA ELETTORALE?
«SONO VENUTO PER CHIEDERE PERDONO!»
«Sono venuto in Canada
come amico per incontrarvi, per vedere, ascoltare, imparare, apprezzare come
vivono le popolazioni indigene di questo Paese. Non sono venuto come turista,
sono venuto come fratello in spirito penitenziale, per esprimervi il dolore che
portiamo nel cuore come Chiesa per il male che non pochi cattolici vi hanno
arrecato». Questo è stato, appunto, il pellegrinaggio in Canada di Papa
Francesco, il primo pellegrinaggio penitenziale di un pontefice finalizzato a
chiedere perdono e riconciliazione a causa di misfatti commessi dai cattolici, sul
quale è possibile stilare un bilancio. I temi toccati sono stati la richiesta
di perdono e di riconciliazione, le cause dei misfatti perpetrati dalla Chiesa,
la valorizzazione della cultura indigena e la necessità di tramandarla nei
legami generazionali. I primi due sono stati, ovviamente, dominanti: non c’è
stato incontro nel quale il pontefice non abbia chiesto perdono per gli abusi
perpetrati ai danni dei bambini delle scuole residenziali canadesi a opera dei
cattolici allo scopo di convertirli e imporre loro una mentalità a loro
estranea con la violenza. Le cause di questa colonizzazione ideologica di
matrice ecclesiastica sono state indicate da Papa Francesco nel
tradizionalismo. La rigidità tradizionalista porta i cattolici a imporre la
propria fede e la propria cultura, mossi «dall’idea che esista una superiorità
di una cultura» e di una fede «rispetto ad altre e che sia legittimo usare
mezzi di coercizione». Il tradizionalismo cattolico induce, secondo il Papa, a
fiancheggiare drammaticamente «quella cancel culture», abbracciata financo dalla Corte
Costituzionale americana, «che valuta il passato solo in base a certe
categorie attuali», cancellando il resto. Poiché non è possibile cancellare il
passato, la Chiesa deve ripartire offrendo, oltre al perdono, la
riconciliazione, altra parola chiave del pellegrinaggio del Papa. Riconciliarsi
significa seguire l’esempio di Gesù, cioè col dono totale di sé. «Gesù riconcilia sulla croce,
non scendendo dalla croce. Ogni persona crocifissa che incontriamo non sia per
noi un caso da risolvere, ma un fratello o una sorella da amare». Solo
testimoniando realmente la propria fede, col dono totale di sé stessi, la
riconciliazione, per i cattolici, sarà possibile. Da qui nasce l’attenzione per
l’altro che, nella testimonianza missionaria della Chiesa, si attua nella
valorizzazione delle culture diverse e nella logica della “incarnazione”
dell’annuncio di fede, che rivaluta, ma non cancella, le tradizioni indigene.
Il Papa ha valorizzato alcuni simboli della cultura dei nativi: l’acero,
presente nella bandiera del Canada, che richiama, con la sua molteplicità di
punte e di lati, il multiculturalismo canadese; le trecce di copricapi e degli
abiti dei nativi, che richiamano l’interculturalità, il desiderio, cioè, di
intrecciare reciprocamente le diversità culturali, non limitandosi a giustapporle;
i tamburi che hanno accompagnato il Papa ovunque andava, e che accompagnava
Gesù nella «Galilea delle genti», dove «confluivano svariate popolazioni,
colorando la regione di tradizioni e culti disparati. Lì, proprio lì, Gesù
predicò il Regno di Dio. Così proprio quel lago, “meticciato di diversità”,
divenne la sede di un inaudito annuncio
di fraternità». Valori preziosi, quelli dei nativi, che il Papa ha raccomandato
di tramandare di generazione in generazione: «In un mondo purtroppo così
spesso individualista, quanto è prezioso quel senso di familiarità e di
comunità che presso di voi è tanto genuino! E’ fondamentale prendersi
cura delle radici. Non offuscate “la gloria” degli antenati. Non smarrirne
la memoria, non dimenticarci della storia che ha partorito la nostra vita: è
così che cresce l’albero, è così che si costruisce il futuro. La sapienza
indigena insegna, alle sette generazioni future, ad ascoltare gli anziani, ad
abbracciare i sogni dei giovani». La Chiesa canadese è stata, perciò, invitata
a ripartire con uno «sguardo che discerne» la realtà, testimoniando la propria
fede immergendosi in quelle tradizioni «per raggiungere le persone là dove
vivono, non aspettando che siano loro a venire», nello stile della fraternità,
affinché «chiunque si avvicini alla fede trovi una comunità ospitale, che sa
ascoltare», perché, come diceva il primo vescovo canadese François de Laval, «spesso
una parola amara, un’impazienza, un volto che respinge distruggeranno in un
momento ciò che è stato costruito in molto tempo».
R.M.
CRISI
DI GOVERNO E PROPOSTE DI VOTO
A una settimana dalla
crisi di governo, a mente fredda e a bocce ferme, è possibile, credo, proporre
una sorta di pagella (discutibile, intendiamoci!) per ciascuno dei maggiori
protagonisti della caduta del governo di Mario Draghi. Lasciando da parte il
presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che deve obbligatoriamente
muoversi (e così ha fatto) entro il dettato delle procedure costituzionali,
ecco delle possibili proposte di voto:
- DRAGHI: voto 7. Coerente fino in fondo col senso del suo mandato
governativo, non ha accettato modifiche alla maggioranza che si era impegnato a
sostenerlo confermando di non essere un “uomo per tutte le stagioni”.
Difficilmente un politico sarebbe stato così coerente pur di rimanere “in
sella”. D’altra parte le evidenti difficoltà di un “uomo fuori posto”, cioè di
un tecnico in un ruolo politico, sono emerse tutte, a partire dalla sua
capacità negoziale. Inoltre, le tensioni nella maggioranza erano visibili già
da dopo la conferma di Mattarella. Forse ha aspettato troppo a “far saltare il
banco”. Quindi, il 7 è frutto di una media fra coerenza (10), scarse doti
politiche (4) e spirito di sopportazione (7).
- LETTA e RENZI: voto 7. Ci hanno messo del loro a “tirare” Draghi
dalla loro parte, ma sono stati coerenti fino in fondo appoggiandolo durante la
definitiva discussione al Senato del 20 luglio. Avranno buon gioco
nell’accusare, a torto o ragione, chi ha provocato la crisi di governo di
eventuali ritardi o inadempienze rispetto ai nodi cruciali che si stanno
affrontando (scadenza del Pnrr, crisi economica, riforme politiche e
amministrative). Inoltre, si sono candidati a credibili interpreti del voto
moderato.
- MELONI: voto 7. Coerente fino in fondo, nel suo caso come
opposizione al governo, non facendo mancare il suo voto in provvedimenti
giudicati esiziali per il bene del Paese. Assieme al Pd di Letta, il partito di
Giorgia Meloni parte, a oggi, favorito per la vittoria alle elezioni politiche.
- SALVINI: voto 6,5. Assieme al M5S è quello che ha messo più bastoni
fra le ruote al governo di unità nazionale, ma è stato molto furbo a lasciare
la “pistola fumante” in mano a Giuseppe Conte. E’ sempre stato con un piede
dentro e uno fuori dal governo: rischia di pagarne il prezzo a Fdi alle
prossime elezioni politiche rimanendo stritolato nel suo stesso partito, molto
diviso, fra chi gli rimprovera di aver tardato troppo a uscire dalla
maggioranza e chi, invece, non ha accettato la sua decisione di “staccare la
spina” al governo.
- BERLUSCONI: voto 5. La fretta di andare al voto lo ha portato,
sulla crisi di governo, a schiacciarsi troppo, lui che è un moderato, sulle
posizioni estreme di Lega, Fdi e, implicitamente, di M5S. Ponendo l’aut-aut a Draghi su un cambio di
maggioranza che escludesse il M5S ha lasciato la patente moderata nonché il
titolo di erede in quanto ideale prosecutore del governo Draghi al Pd di Letta.
Proprio perché è un moderato, a differenza di Salvini rischia di pagare un
prezzo particolarmente salato alle elezioni, a meno che non riesca a condurre
una campagna elettorale creativa e convincente.
- CONTE: voto 4. Avendo detto sempre di sé di essere un progressista
moderato, ha gettato alle ortiche questo suo DNA schiacciandosi su posizioni
estremiste e alzando troppo l’asticella dello scontro con Draghi. Seppur con la
collaborazione all’ultimo momento del centrodestra, è lui che si è esposto “uccidendo”
il governo. Ora è isolato politicamente (la possibile intesa allargata col Pd
l’ha gravemente compromessa), più disprezzato che amato. Se l’ha fatto per
fermare l’emorragia di voti del M5S, c’è, però, da chiedersi se questa
emorragia si è davvero frenata. Ne è valsa davvero la pena?
- DI MAIO: voto 2. Ha attraversato tre governi completamente diversi
tra loro rimanendo sempre ministro. E’ passato dalla minaccia di denunciare il
Presidente della Repubblica a diventare suo strenuo difensore. Da nemico della “casta”
ne è diventato l’incarnazione. Da populista è diventato organico al potere. Da
antisistema è diventato parte del sistema. In politica non basta la
flessibilità: occorre avere degli ideali. Altrimenti si rischia di passare per
cinici. Un uomo così camaleontico ha degli ideali? Si propone di far parte di
un centro moderato. La realtà è che ha tradito tutti: ha tradito gli
estremisti, potrebbe prepararsi con altrettanta spregiudicatezza a tradire i
moderati. A oggi è la quintessenza del tipo di politico trasformista odiato dagli
italiani.
R.M.
R.M.
NOTE
A MARGINE SULLA CRISI DI GOVERNO ITALIANA
Indipendentemente da chi
ha, di fatto, innescato la crisi di governo, ci sarebbe da chiedersi se questo
stesso governo non avesse già esaurito prima la sua spinta propulsiva. Mario
Draghi, nel dibattito per l’elezione del Presidente della Repubblica, aveva
dichiarato la sua disponibilità, se il Parlamento avesse avuto intenzione di
chiedere a lui di succedere a Sergio Mattarella, aggiungendo che, ormai, ciò
che rimaneva da fare poteva essere tranquillamente portato avanti da qualsiasi
altro Presidente del Consiglio. Non è forse un’implicita ammissione di
esaurimento dei compiti del governo che era stato chiamato a presiedere? A ciò
occorre non sottovalutare due particolari: a chiedere a Mattarella di rimanere
al Quirinale sono stati i partiti, ben coscienti che senza più la guida di
Draghi si sarebbe probabilmente andati a elezioni, per le quali non erano
preparati. Altro dato rilevante: i maggiori e più pesanti condizionamenti dei
partiti a Draghi sono iniziati proprio dopo la disponibilità di Mattarella a rimanere
Presidente per un secondo mandato. E’ così difficile immaginare che lo scopo
dei partiti era quello di prepararsi alla campagna elettorale e alle elezioni
politiche “sfruttando” Draghi per guadagnare tempo? In questo senso, forse
Draghi è stato fin troppo accondiscendente nel dire “basta” solo la settimana
scorsa. L’altro dato rilevante, poi, è rappresentato da chi è uscito più allo
scoperto nel rifiutarsi di riallacciare i ponti con l’ormai ex Presidente del
Consiglio: più ancora che il Movimento Cinque Stelle, il cui orientamento ormai
estremistico per non perdere ulteriori voti era evidente, è da segnalare
l’azione dell’intero centrodestra che, ponendo l’aut-aut a Draghi sull’esclusione del M5S per la prosecuzione
dell’azione governativa, ha facilitato il “gioco” estremistico del M5S. Ciò
sembra suggerire un grave problema all’interno di quell’area politica: la
prevalente linea dei partiti estremisti di Fratelli d’Italia e di Lega, che
pare aver schiacciato quella moderata di Forza Italia. A oggi sembra che per i
moderati le scelte possano essere solo due: o il Partito Democratico, o
l’astensione. A meno che il centrodestra non sia capace in questa campagna
elettorale di tirare fuori “un coniglio dal cilindro”, come si sul dire, per
riconquistarli alla loro causa.
R.M.
Il
4 marzo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato una risoluzione di
condanna dell’aggressione russa all’Ucraina intimando il ritiro immediato delle
truppe di Mosca. 141 Paesi hanno approvato la mozione, ma 40 (35 astenuti e
cinque contrari) no: questi 40 rappresentano il 55,5% della popolazione
mondiale, e includono due superpotenze, la Russia e la Cina, e altre grandi e
medie potenze come l’India, il Pakistan, il Bangladesh, il Vietnam, anch’essi
astenuti, e come Etiopia, Marocco, Turkmenistan e Venezuela che non hanno
votato. La Russia, insomma, è tutt’altro che isolata, ed è possibile
identificare un blocco di Paesi guidato, ovviamente, dalla Cina che la supporta
massicciamente, allungando e aggravando il conflitto in corso. Non basta. Scorrendo
la lista dei Paesi votanti, è possibile intravedere un dato interessante: molti
di questi fanno riferimento al gruppo dei cosiddetti BRICS, un aggregato di
Paesi che intende porsi in alternativa al blocco dei Paesi occidentali. Il
“cartello” è nato il 16 giugno 2009 a Ekaterinburg, in Russia: qui si tenne il
primo vertice al quale parteciparono i quattro Paesi fondatori (Brasile,
Russia, India e Cina). Successivamente si aggiunse il Sudafrica (da qui
l’acronimo BRICS contraddistinto dalle iniziali dei noi dei Paesi che ne fanno
parte). Il “cartello” si è dotato di una banca (la New Development Bank) con un
capitale iniziale di 50 miliardi dollari per finanziare progetti
infrastrutturali, e di un fondo di 100 miliardi di dollari (il Contingent
Reserves Arrangements) come forma di aiuto reciproco (specie in caso di
sanzioni). Lo scopo, appunto, era quello di affrancarsi dall’egemonia politica
ed economica occidentale creando un’entità multilaterale alternativa, per non
dire in contrapposizione all’Occidente. I cinque hanno subito invitato altri
Paesi insofferenti dell’”ombrello” occidentale a guida americana. I candidati a
entrarvi a oggi sono: l’Argentina,
l’Egitto, l’Indonesia, il Kazakistan, la Nigeria, gli Emirati Arabi Uniti,
l’Arabia Saudita, il Senegal, la Thailandia, l’Iran, la Cambogia, la Malesia,
l’Uzbekistan, le Isole Fiji e l’Etiopia. All’Assemblea Generale dell’ONU, dei
cinque Paesi fondatori solo il Brasile ha votato a favore della risoluzione di
condanna alla Russia, al quale si aggiungono, fra i candidati, altri 10 Paesi
(Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Thailandia, Indonesia, Argentina,
Nigeria, Cambogia, Malesia, Isole Fiji). Degli altri quattro, la Russia ha
ovviamente votato contro, gli altri tre si sono astenuti, assieme a Kazakistan,
Senegal e Iran, mentre Etiopia e Isole Fiji non hanno votato. Se si considera
che diversi Paesi che hanno votato a favore sono, tuttavia, ostili al blocco
occidentale, ecco che la Russia anche solo attraverso il “cartello” dei BRICS e
dei candidati all’adesione può contare su un appoggio politico ed economico non
indifferente. Non dimentichiamoci che già Cina e India acquistano il greggio
russo con uno sconto di circa 30 dollari rispetto ai prezzi del brent,
vanificando non poco le sanzioni petrolifere occidentali. Infine, l’ultimo
vertice del “cartello” allargato ai potenziali aderenti ha accolto una
dichiarazione di Xi Jimping che accusa gli occidentali di imporre sanzioni «per
creare divisioni e scontri». Nel corso della riunione dei ministri degli esteri
dei BRICS del 19 maggio si è dichiarato un indiscusso appoggio all’ONU, ma si è
anche difeso il ruolo guida del G20 dal quale la Russia non deve essere
esclusa. Se la Russia è tutt’altro che isolata, occorre, però, tener conto di
un particolare di una certa rilevanza: la Cina ha il ruolo guida di questo
blocco di Paesi filorussi, ed è il Paese alla quale Putin, con la sua
scriteriata invasione, sta consegnando la Russia. Ma la Cina non ha mai
alleati. Solo clienti. Il riconoscimento russo dell’indipendenza delle
repubbliche del Donbass potrebbe costituire un precedente pericoloso per
Pechino qualora una simile autonomia venisse rivendicata da Tibet e Xinjang,
che non hanno mai accettato la sovranità cinese. Se poi l’aggravamento e
l’eccessiva durata del conflitto mettesse in pericolo gli affari economici di
Pechino col mondo occidentale, per la Russia saranno guai, perché la Cina non
esiterebbe a scaricarla. Anche per questi motivi, il destino della guerra e
della pace è in mano, oltre agli Stati Uniti, anche alla Cina, e sempre meno a
Ucraina e Russia che ne stanno diventando progressivamente dei semplici “Paesi
satelliti”.
R.M.
La
disunione e la irrilevanza dell’Unione Europea si sono evidenziate col
perdurare del conflitto, come non era difficile da prevedere. Il 27 febbraio,
quattro giorni dopo l’invasione, l’Ue sfoderò l’unica “arma” che ha sempre
avuto: quella delle sanzioni. Il pacchetto prevedeva: blocco degli scambi con
Donetsk e Lugansk subito dopo il riconoscimento delle due sedicenti repubbliche
da parte russa; stop all’acquisto dei titoli del debito sovrano russo e
all’export di prodotti ad alta tecnologia; limiti ai depositi dei cittadini
russi nelle banche europee; congelamento dei beni degli oligarchi, di Vladimir Putin
e del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov; chiusura dello spazio aereo europeo
ai voli e agli aeromobili a qualsiasi titolo riconducibili a Mosca. Ma la
disunione europea comparve subito con l’annuncio da parte del cancelliere
tedesco Olaf Scholz di incrementare gli investimenti per superare il 2% della
difesa: anziché investire sull’Europa, il cancelliere ha optato per una
politica grettamente nazionalistica. Ulteriori divisioni si sono evidenziate
nel dibattito sull’estromissione della Russia dal sistema interbancario SWIFT (Society
for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), il consorzio
internazionale con sede in Belgio che svolge un ruolo centrale nel sistema
internazionale dei pagamenti connettendo più di 11.000 banche ed
altre istituzioni finanziarie (delle quali 600 cinesi) in più di 200 paesi al
mondo e permettendo così i pagamenti transfrontalieri attraverso il sistema
bancario. Germania, Austria e Italia hanno cercato di mettere i bastoni fra le
ruote a una decisione che avrebbe penalizzato le proprie imprese che
beneficiavano di questo consorzio nel loro mercato creditizio verso la Russia,
ma senza riuscirci. L’accesso, comunque, è stato ristretto a un selezionato
numero di banche russe. Le sanzioni si sono rivelate da subito non solo foriere
di divisioni, ma anche l’unica strategia dell’Ue. Sul piano politico, militare
e diplomatico le mosse importanti arrivavano da altre parti (Stati Uniti).
Intanto, l’Ungheria si è schierata, di fatto, con la Russia: le ha fatto da
contraltare la Polonia, che è diventata la capofila dei Paesi dell’est
antirussi. Dall’altra parte, si sono schierati i Paesi occidentali, guidati da
Germania e Francia (alle quali si è poi associata l’Italia, comunque più
piegata agli americani rispetto a Berlino e Parigi). L’Ungheria ha vietato il
transito di armi dirette all’Ucraina, mentre la Germania si è espressa contro
il divieto di importazione di gas, petrolio e carbone dalla Russia e contro
qualsiasi embargo energetico verso Mosca, scontrandosi con Polonia e Stati
baltici. Questo solo sette giorni dopo l’approvazione del primo pacchetto di
sanzioni. Risultato: un compromesso al ribasso raggiunto al vertice europeo di
Versailles che prevedeva un graduale affrancamento dalla dipendenza petrolifera
dalla Russia da raggiungersi entro il 2023. Le divisioni si sono accentuate nei
giorni successivi, culminando nell’accettazione del compromesso offerto da
Putin di aprire un doppio conto in Gazprom: le società energetiche dei Paesi
membri avrebbero pagato in dollari o euro sul primo conto; la somma sarebbe poi
stata convertita in rubli dalla Banca centrale russa. Insomma, l’Ue violava le
sanzioni da lei stessa decise, perché una di queste proibiva il pagamento in
rubli. Ma i Paesi più dipendenti energeticamente dalla Russia si erano imposti
sugli altri. Non basta. A Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca è stato concesso
di continuare ad acquistare gli stessi stocks petroliferi da Mosca e di pagare
in rubli. In pratica, ognuno per conto suo, specialmente per il gas sul quale
non si è arrivati a un’intesa simile a quella sul petrolio. La Russia aveva
così buon gioco nell’alimentare le divisioni in seno all’Ue bloccando le
forniture di gas a chi si era rifiutato di violare le sanzioni europee e pagare
in rubli (Polonia, Bulgaria, Olanda, Finlandia e Danimarca), limitandosi a
ridurlo ad altri, come a Italia e Germania (quest’ultima tramite la chiusura
del gasdotto Nord Stream). Ognuno per conto suo anche a livello diplomatico:
mentre i presidenti di Lituania, Lettonia, Estonia e Polonia si sono recati a
Kiev come segno di solidarietà verso l’Ucraina, il cancelliere austriaco Karl Nehammer
andava a Mosca per trattare con Putin, il presidente Emmanuel Macron ha
continuato a smarcarsi dai toni aggressivi di Joe Biden e provato a mantenere
un contatto diretto con Putin, e Mario Draghi ha tentato di smarcarsi dal
presidente americano nella sua visita a Washington dichiarandosi contrario alla
linea intransigente adottata nel vertice Nato di Ramstein, facendo così saltare
la conferenza di stampa congiunta. Dov’è l’Unione Europea? Nella sua
irrilevanza e divisione, non stupisce che le sorti della guerra e della pace
vengano decise altrove.
R.M.
R.M.
I RUGGITI DEI “LEONI” Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...