L’UNGHERIA OGGI
L'Ungheria dal 12 settembre 2021 a oggi
L’UNGHERIA OGGI
L'Ungheria dal 12 settembre 2021 a oggi
SUDAN: VERSO UNA NUOVA GUERRA AFRICANA?
Per
avere un quadro della situazione di quanto sta accadendo e di quanto potrebbe
accadere in Sudan è sempre utile cercare di dipingere il quadro nel quale la
situazione si è involuta. Le date da ricordare sono tre: 11 aprile 2019 (il
colpo di Stato che ha deposto il dittatore Omar Hassan al-Bashir), 25 ottobre
2021 (il colpo di Stato col quale il generale Abdel Fattah al-Burhan ha
ripristinato la dittatura militare escludendo i civili dal governo), 15 aprile
2023 (inizio della guerra civile fra i sostenitori di al-Burhan e quelli del
suo rivale, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti).
11
aprile 2019: dalla speranza all’illusione
Il
colpo di Stato dell’11 aprile 2019 che mise fuori gioco al-Bashir, al potere
dal 1989, aveva acceso molte speranze per una transizione democratica del
Paese: al-Bashir era stato l’autore del genocidio in Darfur, iniziato nel 2003
e perpetrato attraverso le forze paramilitari Janjaweed, i “diavolo a cavallo”,
e per questo nel 2009 incriminato dalla Corte Penale Internazionale. Uno dei
primi provvedimenti della giunta militare che aveva preso il potere (il
Consiglio Militare di Transizione, Tfc, guidato dal generale al-Burhan) fu
quello di un graduale superamento della sharia, la legge islamica imposta fin
dal 1983 dall’allora presidente Jafar al-Nimeyri. Il generale al-Burhan aveva,
inoltre, aperto il governo del Paese ai civili con la nomina dell’economista
Abdallah Hamdok. Iniziarono, quindi, trattative fra il Tfc e i civili
inquadrati nell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento. Si raggiunse un
accordo che prevedeva in tre anni, cioè al 2022, il periodo di transizione a un
governo civile con tanto di elezioni. Ma si capì presto che i militari ben
difficilmente avrebbero accettato di disfarsi del potere e dei loro privilegi
economici che li avevano arricchiti. Le resistenze emersero quando si decise di
istituire un nuovo Consiglio sovrano nel quale i militari pretendevano la
maggioranza in modo da “blindare” la loro posizione. La tensione esplose il 3
giugno, quando i militari spararono alla folla di dimostranti. Intanto,
l’inchiesta contro al-Bashir convolse presto alcuni militari che partecipavano al
governo, e che avevano condiviso il potere con l’ex dittatore, primo fra tutti
Hemetti: era lui il capo dei Janjaweed che imperversavano nel Darfur.
L’evolversi dell’inchiesta spaventò i militari: una transizione a un governo
civile li avrebbe potuti deferire al tribunale. Si arrivò, così a un nuovo
colpo di Stato.
25
ottobre 2021: da un regime a un altro
Il
25 ottobre 2021, a pochi mesi dal trasferimento del potere ai civili, i
militari misero fine al governo di transizione estromettendo i civili dal
governo: il premier Hamdok venne arrestato, assieme ad altri civili, poi
liberati in novembre. Hamdok venne reintegrato nella sua carica ma, non avendo
più margini di manovra, si dimise il 3 gennaio 2022. A capo del nuovo regime si
insediò il generale al-Burhan, in qualità di capo di Stato e presidente.
Vicepresidente fu il generale Hemetti. Quest’ultimo, però, non si rassegnò a
rimanere il “numero due” del regime. Per tutto il 2022 si aprì un conflitto
interno fra i due generali: punto di attrito principale era l’inserimento della
forza paramilitare dei Janjaweed guidata da Hemetti nell’esercito regolare
voluta da al-Burhan per toglierla a Hemetti e metterla sotto il suo controllo.
In tal modo, al-Burhan avrebbe sottratto una pericolosissima “carta” a Hemetti,
privandolo di un suo esercito personale col quale avrebbe potuto condizionare,
per non dire minacciare il regime da lui guidato. Hemetti, ovviamente, si
oppose. Intanto, serrò i suoi rapporti con la Russia (si incontrò con Vladimir
Putin a Mosca) e col gruppo mercenario Wagner, che aveva operato al fianco dei
Janjaweed nel genocidio del Darfur fin dal 2017 mettendo le mani su alcune
delle più ricche risorse minerarie aurifere del Paese. Nel mese di dicembre, forse
per bloccare definitivamente Hemetti, al Burhan decise di riaprire un nuovo dialogo
fra il regime e i civili che portò a un’intesa per dar vita a un governo a
guida civile in due fasi, il 3 e l’11 aprile 2023, nel quale ritagliarsi un
posto di prestigio a spese del suo avversario. E’ a questo punto che arriviamo
all’ultima data fatale per il Paese: il 15 aprile 2023, lo scoppio della guerra
civile.
15
aprile 2023: verso una nuova guerra africana?
Quel
giorno, Hemetti, fiutata la trappola che lo avrebbe probabilmente messo fuori
gioco, ha deciso di rompere gli indugi e di dichiarare apertamente guerra ad
al-Burhan lanciando contro il regime e l’esercito regolare i suoi “diavoli a
cavallo”. La pericolosità della guerra civile scatenata da Hemetti non è legata
solo al bagno di sangue che sta già causando nel Paese, ma anche a un possibile
allargamento del conflitto ai Paesi confinanti, e non solo a questi. Il Sudan
ha un contenzioso territoriale aperto con l’Etiopia e, sempre con l’Etiopia,
l’irrisolta questione della grande diga che Addis Abeba vuole costruire
riempiendola con le acque dell’Alto Nilo, mettendo a rischio
l’approvvigionamento idrico del Paese. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti
non vogliono assolutamente che si formi un governo civile per non perdere
l’alleanza dell’esercito sudanese nella guerra in Yemen, e a questo scopo
potrebbero ingerirsi pesantemente nella guerra civile. Se lo facesse anche
l’Etiopia, l’Egitto potrebbe correre in soccorso del Sudan, perché la diga
dell’Alto Nilo ostacola anche il suo approvvigionamento idrico. Inoltre, in
Etiopia potrebbe riaprirsi la guerra civile nel Tigrai (da lì sono sempre
arrivati gli approvvigionamenti militari per i ribelli “tigrini”). Sullo
sfondo, poi, potrebbero ingerirsi anche Russia e Cina: la Cina ha già in essere
ingenti investimenti in Sudan, e non accetterà mai che la Russia approfitti
della presenza del gruppo Wagner per impossessarsi delle risorse aurifere del
Paese. Al tempo stesso, la Russia farebbe di tutto per ostacolare le ambizioni
di Pechino. Se la guerra civile non verrà spenta subito, le fiamme che si sono
accese rischiano di trasformarsi in un incontrollabile, estesissimo incendio.
R.M.
LE DUE ANIME DELL’EUROPA
C’era
una volta…
C’era una volta (un anno
fa) una parte dell’Unione Europea (Ue), guidata dalla Francia (presidente
Emmanuel Macron) e della quale facevano parte i “pesi massimi” storicamente
europeistici di Germania (cancelliere Olaf Scholz), e Italia (premier Mario
Draghi) che, pur condannando giustamente l’aggressione russa all’Ucraina,
cercava di smarcare l’Europa dall’intransigenza antirussa degli Stati Uniti. Di
quella parte dell’Ue, già minoritaria e perdente, in autunno si è sfilata
l’Italia, con l’insediarsi di uno dei governi più filoamericani e
antieuropeisti della nostra storia, quello di Giorgia Meloni. Recentemente si è
sfilata anche la Germania, che ha riaffermato l’indispensabilità di una
comunanza d’intenti con gli Stati Uniti. Macron è rimasto solo. Nessuno lo ha
appoggiato nel suo duplice tentativo in Cina e nei Paesi Bassi di riaffermare
l’autonomia politica ed economica europea rispetto agli opposti
intransigentismi americano e cinese. Non basta. C’era una volta un presidente
americano, George Bush jr, che, proprio vent’anni fa, accusava i Paesi membri
dell’Ue che non avevano appoggiato la sua dichiarazione di guerra all’Iraq di
far parte di una “vecchia Europa”, egoista e nazionalista, elogiando la “nuova
Europa” composta dai Paesi membri che si erano schierati con gli Stati Uniti.
Di quella “vecchia Europa” erano capofila la Germania (presidente Gerhard
Schröder) e ancora la Francia (presidente Charles De Gaulle). Di quella “nuova
Europa” facevano, invece, parte i Paesi membri ex sovietici dell’Europa
orientale, la Gran Bretagna (premier Tony Blair, laburista) e i governi euroscettici
di centrodestra di Spagna (presidente Josè Maria Aznar) e Italia (premier
Silvio Berlusconi). Sono passati vent’anni, ma sembra accaduto ieri. Macron,
come Chirac, ha subìto la stessa etichettatura da parte del premier polacco
Mateusz Morawiecki, che lo ha accusato di far parte di una “vecchia Europa” da
contrapporsi a una “nuova Europa” che deve indissolubilmente legare il suo
destino sempre e comunque agli Stati Uniti. Rispetto a vent’anni fa, come
rispetto a un anno fa, la situazione si è, però, aggravata: Macron, stavolta, è
solo.
…
la “vecchia Europa”, libera e sovrana
Quando aveva annunciato
il suo viaggio a Pechino per perorare non solo i suoi interessi nazionali, ma
anche quelli europei, noi avevamo facilmente immaginato il rischio che correva,
pur lodandone il coraggio (cf. https://twitter.com/robyfrancy94/status/1642967697347452933).
E avevamo anticipato che il suo successo lo si sarebbe misurato al ritorno del
suo viaggio, in base al consenso che tra gli Stati membri dell’Ue avrebbe
riscosso. Purtroppo, peggio di così non poteva andare. Perfino Ursula Von Der
Leyen, giunta con lui a Pechino, ha fatto di tutto per marcarne le distanze e ostacolare
la sua iniziativa. Macron, rientrando da Pechino, ha rilasciato un’intervista
alle testate Les Echos, France Inter e Politico nella quale ha dichiarato che
l’Ue deve resistere alle pressioni di diventare vassalla degli Stati Uniti,
perché ha interessi che non sempre coincidono con quelli americani; deve
puntare a un’autonomia politica, militare, strategica, energetica ed economica.
Su Twitter ha ribadito il concetto di sovranità economica europea, essenziale
per proteggere le aziende e i lavoratori europei, combattere le distorsioni
della concorrenza (fra le righe, certamente faceva un indiretto riferimento
all’Inflaction Reduction Act, il pacchetto di sussidi pubblici che gli Stati
Uniti offrono alle aziende che operano in territorio americano), ridurre le
dipendenze energetiche e proteggere i brevetti europei. Insomma, ha fatto
appello a un’Ue terzaforzista, libera da qualsiasi condizionamento ideologico
e, pertanto, in grado si svolgere un credibile ruolo di pacificazione mondiale.
La
“nuova Europa” di oggi: vassalla e inconsistente
Le critiche degli Stati
Uniti erano scontate: Marco Rubio ha sarcasticamente proposto di abbandonare
l’Europa al suo destino, guerra in Ucraina in primis, mentre l’ex
presidente Donald Trump lo ha accusato di “leccaculismo” verso la Cina. Più
dolorose le critiche giunta all’interno dell’Ue: se Finlandia e Svezia fanno
sempre più totale affidamento sulla Nato, le bordate più micidiali sono
arrivate dalla Polonia. Morawiecki, come abbiamo anticipato, ha accusato Macron
di voler far rivivere la “vecchia Europa” che ha fallito, dichiarando che la
“nuova Europa”, della quale la Polonia si pone come leader, deve legarsi
indissolubilmente agli Stati Uniti perché condividono gli stessi obiettivi e
valori, a partire dall’intransigentismo bellico antirusso (già aveva definito
su Twitter la Russia un “nuovo impero del Male”, chiarendo che solo la “nuova
Europa” l’aveva capito). Non dimentichiamoci che la Polonia aveva esultato il
giorno della distruzione dei gasdotti Nord Stream proprio mentre inaugurava un
nuovo gasdotto dalla Norvegia. Varsavia sembra diventata la nuova “testa di
ponte” antieuropea di Washington dopo l’uscita dall’Ue della Gran Bretagna.
Ancora più male fanno le ripetute dichiarazioni filoamericane del nostro
governo, sempre più determinato a invocare l’Ue solo per difendere i propri
interessi nazionali, e della Germania: Norbert Röttgen, della CDU, ha detto che
il suo viaggio è stato un disastro per l’Europa (sic!). Metin Hakverdi,
responsabile per la politica estera dell’Spd, il partito del cancelliere
Scholz, ha fatto presente che americani ed europei hanno valori comuni
inscindibili: il richiamo dei sussidi pubblici americani sembra più forte della
libertà e dell’indipendenza politica, economica, militare ed energetica, ma
condanna l’Ue a essere perennemente vassalla e inconsistente. La Spagna del
socialista Pedro Sanchez, per parte sua, sembra voler giocare una partita tutta
sua, all’insegna del più esplicito egoismo nazionale.
Macron,
l’ultimo europeista
Insomma, se qualcuno ancora sperava che l’Ue potesse almeno provare a far sentire una voce alternativa e autorevole nel panorama internazionale, soprattutto a vantaggio di una cessazione delle ostilità e di un’apertura di negoziati tra Russia e Ucraina, queste speranze sembrano definitivamente svanite. Forse nemmeno Macron ci crede più: dopo la levata di scudi generale e l’isolamento politico al quale il presidente francese è stato sottoposto, l’Eliseo ha emanato una nota ufficiale nel quale sembra fare “macchina indietro”, rinnovando la partnership privilegiata con gli Stati Uniti, Paese col quale vi è sempre stata e sempre vi sarà comunanza di interessi. Ora, se è vero che Macron ha “usato” anche lui, in chiave nazionalista, l’Ue (il rifiuto alla solidarietà migratoria verso l’Italia, i progetti militari indipendenti da quelli in seno all’Ue, come l’European Intervention Initiative o la Task Force Takuba nel Sahel), è altrettanto vero che solo da lui sono venute parole e iniziative (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/unione-confederazione-il-nuovo-rilancio.html) da vero europeista. Onore al merito, nonostante il suo fallimento.
R.M.
PASQUA
E RAMADAN DI SANGUE
ELEZIONI FRIULI: VINCE FEDRIGA, NON LA LEGA
R.M.
I RUGGITI DEI “LEONI” Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...