L’UNGHERIA OGGI





Papa Francesco era già stato in Ungheria per una breve sosta il 12 settembre 2021 per la conclusione del congresso eucaristico internazionale. E’ passato, perciò, poco più di un anno e mezzo da allora. Che Ungheria si troverà davanti nei prossimi giorni? 

L'Ungheria dal 12 settembre 2021 a oggi


L’Ungheria di oggi non è molto diversa da quella di allora. E’ il panorama internazionale che coinvolge l’Ungheria, semmai, a essere molto cambiato. Il Covid-19 è, ormai, un ricordo, ma la guerra russo-ucraina è una tragica realtà. Non è mutato, invece, il quadro politico ungherese guidato da Viktor Orbán. Anzi, è il caso di dire che si è rafforzato. Il 3 aprile 2022 si sono svolte le elezioni parlamentari stravinte dal suo partito nazional-conservatore, Fidesz (Unione Civica Ungherese), che ha raccolto la maggioranza assoluta dei voti, il 54,1%. Una vittoria ancora più significativa se si pensa che le opposizioni si erano presentate unite, raccogliendo, però, solo il 34,5 % dei voti: 135 seggi su 199 sono andati appannaggio del partito di Orbán, che, con una maggioranza di due terzi dei parlamentari, è stato riconfermato senza problemi Primo Ministro dalla Presidente della Repubblica Katalin Novák, anch’ella di Fidesz (è stata eletta dal parlamento ungherese il 10 marzo 2022). Orbán, dopo un primo mandato (1998-2002), governa ininterrottamente l’Ungheria dal 2010 e l’ha gradualmente trasformata in un regime la cui piattaforma può piacere a Papa Francesco in quegli ambiti affini ai valori espressi dal cattolicesimo, ma non gli potrà piacere il modo col quale la porta avanti, e cioè l’autoritarismo che contraddistingue il suo governo, a partire dalle restrizioni sulla libertà di espressione (i principali media sono stati messi sotto controllo statale tramite una fondazione), su quella accademica (la prestigiosa Central European University promossa da George Soros è stata costretta a trasferirsi a Vienna), proseguendo con la mortificazione dei diritti delle minoranze (rom ed ebrei hanno subìto diverse forme di discriminazione, né si respira un’aria tranquilla per il mondo omosessuale) per finire con le porte chiuse ai migranti e ai rifugiati, con rifiuti di accoglienza, espulsioni e messa fuori legge delle Ong. Allo stesso modo, difficilmente il pontefice gradirà lo schieramento filorusso di Orbán: la decisione del premier di non inviare truppe in Ucraina e di non comminare sanzioni in ambito energetico nei confronti della Russia ha spaccato il Gruppo di Visegrad e isolato l’Ungheria all’interno dell’Ue agganciandola a Mosca (il Cremlino ha garantito a Budapest massicce forniture di gas a prezzi convenienti). L’Ungheria non pare avere le carte in regola per vantare quella posizione libera e credibile richiesta dal pontefice (e per lui imprescindibile) per svolgere un ruolo di pacificazione fra Russia e Ucraina.

Cosa disse e cosa dirà papa Francesco

Il 12 settembre 2021 Papa Francesco aveva, in parte, preso il “toro per le corna”, come si suol dire: nell’incontro coi vescovi, per esempio, aveva sollecitato l’episcopato a professare la fede in libertà, senza imporsi in modo autoritario, e allontanando la tentazione di cercare privilegi e vantaggi; aveva fatto appello a essere testimoni di fraternità, opponendosi a chiusure preconcette, e aprendosi all’incontro con le altre etnie, minoranze, ai migranti provenienti da altri popoli per coltivare il sogno di una società fraterna; aveva invocato “nuovi ponti di dialogo”, non la costruzione di altri muri. Inviti che mal si conciliano con la natura illiberale del regime di Orbán, anche se non privo di riferimenti a valori cristiani.
Cosa dirà Papa Francesco nei prossimi giorni? Su una cosa si può essere sicuri: non mancheranno appelli a una pace giusta e duratura, e non di parte, alla speranza e ancora alla fraternità. Probabilmente, non tutto sarà di gradimento a Orbán.

 

R.M.

 SUDAN: VERSO UNA NUOVA GUERRA AFRICANA?

 


Per avere un quadro della situazione di quanto sta accadendo e di quanto potrebbe accadere in Sudan è sempre utile cercare di dipingere il quadro nel quale la situazione si è involuta. Le date da ricordare sono tre: 11 aprile 2019 (il colpo di Stato che ha deposto il dittatore Omar Hassan al-Bashir), 25 ottobre 2021 (il colpo di Stato col quale il generale Abdel Fattah al-Burhan ha ripristinato la dittatura militare escludendo i civili dal governo), 15 aprile 2023 (inizio della guerra civile fra i sostenitori di al-Burhan e quelli del suo rivale, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti).

 

11 aprile 2019: dalla speranza all’illusione

 

Il colpo di Stato dell’11 aprile 2019 che mise fuori gioco al-Bashir, al potere dal 1989, aveva acceso molte speranze per una transizione democratica del Paese: al-Bashir era stato l’autore del genocidio in Darfur, iniziato nel 2003 e perpetrato attraverso le forze paramilitari Janjaweed, i “diavolo a cavallo”, e per questo nel 2009 incriminato dalla Corte Penale Internazionale. Uno dei primi provvedimenti della giunta militare che aveva preso il potere (il Consiglio Militare di Transizione, Tfc, guidato dal generale al-Burhan) fu quello di un graduale superamento della sharia, la legge islamica imposta fin dal 1983 dall’allora presidente Jafar al-Nimeyri. Il generale al-Burhan aveva, inoltre, aperto il governo del Paese ai civili con la nomina dell’economista Abdallah Hamdok. Iniziarono, quindi, trattative fra il Tfc e i civili inquadrati nell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento. Si raggiunse un accordo che prevedeva in tre anni, cioè al 2022, il periodo di transizione a un governo civile con tanto di elezioni. Ma si capì presto che i militari ben difficilmente avrebbero accettato di disfarsi del potere e dei loro privilegi economici che li avevano arricchiti. Le resistenze emersero quando si decise di istituire un nuovo Consiglio sovrano nel quale i militari pretendevano la maggioranza in modo da “blindare” la loro posizione. La tensione esplose il 3 giugno, quando i militari spararono alla folla di dimostranti. Intanto, l’inchiesta contro al-Bashir convolse presto alcuni militari che partecipavano al governo, e che avevano condiviso il potere con l’ex dittatore, primo fra tutti Hemetti: era lui il capo dei Janjaweed che imperversavano nel Darfur. L’evolversi dell’inchiesta spaventò i militari: una transizione a un governo civile li avrebbe potuti deferire al tribunale. Si arrivò, così a un nuovo colpo di Stato.

 

25 ottobre 2021: da un regime a un altro

 

Il 25 ottobre 2021, a pochi mesi dal trasferimento del potere ai civili, i militari misero fine al governo di transizione estromettendo i civili dal governo: il premier Hamdok venne arrestato, assieme ad altri civili, poi liberati in novembre. Hamdok venne reintegrato nella sua carica ma, non avendo più margini di manovra, si dimise il 3 gennaio 2022. A capo del nuovo regime si insediò il generale al-Burhan, in qualità di capo di Stato e presidente. Vicepresidente fu il generale Hemetti. Quest’ultimo, però, non si rassegnò a rimanere il “numero due” del regime. Per tutto il 2022 si aprì un conflitto interno fra i due generali: punto di attrito principale era l’inserimento della forza paramilitare dei Janjaweed guidata da Hemetti nell’esercito regolare voluta da al-Burhan per toglierla a Hemetti e metterla sotto il suo controllo. In tal modo, al-Burhan avrebbe sottratto una pericolosissima “carta” a Hemetti, privandolo di un suo esercito personale col quale avrebbe potuto condizionare, per non dire minacciare il regime da lui guidato. Hemetti, ovviamente, si oppose. Intanto, serrò i suoi rapporti con la Russia (si incontrò con Vladimir Putin a Mosca) e col gruppo mercenario Wagner, che aveva operato al fianco dei Janjaweed nel genocidio del Darfur fin dal 2017 mettendo le mani su alcune delle più ricche risorse minerarie aurifere del Paese. Nel mese di dicembre, forse per bloccare definitivamente Hemetti, al Burhan decise di riaprire un nuovo dialogo fra il regime e i civili che portò a un’intesa per dar vita a un governo a guida civile in due fasi, il 3 e l’11 aprile 2023, nel quale ritagliarsi un posto di prestigio a spese del suo avversario. E’ a questo punto che arriviamo all’ultima data fatale per il Paese: il 15 aprile 2023, lo scoppio della guerra civile.

 

15 aprile 2023: verso una nuova guerra africana?

 

Quel giorno, Hemetti, fiutata la trappola che lo avrebbe probabilmente messo fuori gioco, ha deciso di rompere gli indugi e di dichiarare apertamente guerra ad al-Burhan lanciando contro il regime e l’esercito regolare i suoi “diavoli a cavallo”. La pericolosità della guerra civile scatenata da Hemetti non è legata solo al bagno di sangue che sta già causando nel Paese, ma anche a un possibile allargamento del conflitto ai Paesi confinanti, e non solo a questi. Il Sudan ha un contenzioso territoriale aperto con l’Etiopia e, sempre con l’Etiopia, l’irrisolta questione della grande diga che Addis Abeba vuole costruire riempiendola con le acque dell’Alto Nilo, mettendo a rischio l’approvvigionamento idrico del Paese. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non vogliono assolutamente che si formi un governo civile per non perdere l’alleanza dell’esercito sudanese nella guerra in Yemen, e a questo scopo potrebbero ingerirsi pesantemente nella guerra civile. Se lo facesse anche l’Etiopia, l’Egitto potrebbe correre in soccorso del Sudan, perché la diga dell’Alto Nilo ostacola anche il suo approvvigionamento idrico. Inoltre, in Etiopia potrebbe riaprirsi la guerra civile nel Tigrai (da lì sono sempre arrivati gli approvvigionamenti militari per i ribelli “tigrini”). Sullo sfondo, poi, potrebbero ingerirsi anche Russia e Cina: la Cina ha già in essere ingenti investimenti in Sudan, e non accetterà mai che la Russia approfitti della presenza del gruppo Wagner per impossessarsi delle risorse aurifere del Paese. Al tempo stesso, la Russia farebbe di tutto per ostacolare le ambizioni di Pechino. Se la guerra civile non verrà spenta subito, le fiamme che si sono accese rischiano di trasformarsi in un incontrollabile, estesissimo incendio.

 R.M.

 LE DUE ANIME DELL’EUROPA

C’era una volta…

C’era una volta (un anno fa) una parte dell’Unione Europea (Ue), guidata dalla Francia (presidente Emmanuel Macron) e della quale facevano parte i “pesi massimi” storicamente europeistici di Germania (cancelliere Olaf Scholz), e Italia (premier Mario Draghi) che, pur condannando giustamente l’aggressione russa all’Ucraina, cercava di smarcare l’Europa dall’intransigenza antirussa degli Stati Uniti. Di quella parte dell’Ue, già minoritaria e perdente, in autunno si è sfilata l’Italia, con l’insediarsi di uno dei governi più filoamericani e antieuropeisti della nostra storia, quello di Giorgia Meloni. Recentemente si è sfilata anche la Germania, che ha riaffermato l’indispensabilità di una comunanza d’intenti con gli Stati Uniti. Macron è rimasto solo. Nessuno lo ha appoggiato nel suo duplice tentativo in Cina e nei Paesi Bassi di riaffermare l’autonomia politica ed economica europea rispetto agli opposti intransigentismi americano e cinese. Non basta. C’era una volta un presidente americano, George Bush jr, che, proprio vent’anni fa, accusava i Paesi membri dell’Ue che non avevano appoggiato la sua dichiarazione di guerra all’Iraq di far parte di una “vecchia Europa”, egoista e nazionalista, elogiando la “nuova Europa” composta dai Paesi membri che si erano schierati con gli Stati Uniti. Di quella “vecchia Europa” erano capofila la Germania (presidente Gerhard Schröder) e ancora la Francia (presidente Charles De Gaulle). Di quella “nuova Europa” facevano, invece, parte i Paesi membri ex sovietici dell’Europa orientale, la Gran Bretagna (premier Tony Blair, laburista) e i governi euroscettici di centrodestra di Spagna (presidente Josè Maria Aznar) e Italia (premier Silvio Berlusconi). Sono passati vent’anni, ma sembra accaduto ieri. Macron, come Chirac, ha subìto la stessa etichettatura da parte del premier polacco Mateusz Morawiecki, che lo ha accusato di far parte di una “vecchia Europa” da contrapporsi a una “nuova Europa” che deve indissolubilmente legare il suo destino sempre e comunque agli Stati Uniti. Rispetto a vent’anni fa, come rispetto a un anno fa, la situazione si è, però, aggravata: Macron, stavolta, è solo.

 

… la “vecchia Europa”, libera e sovrana

 

Quando aveva annunciato il suo viaggio a Pechino per perorare non solo i suoi interessi nazionali, ma anche quelli europei, noi avevamo facilmente immaginato il rischio che correva, pur lodandone il coraggio (cf. https://twitter.com/robyfrancy94/status/1642967697347452933). E avevamo anticipato che il suo successo lo si sarebbe misurato al ritorno del suo viaggio, in base al consenso che tra gli Stati membri dell’Ue avrebbe riscosso. Purtroppo, peggio di così non poteva andare. Perfino Ursula Von Der Leyen, giunta con lui a Pechino, ha fatto di tutto per marcarne le distanze e ostacolare la sua iniziativa. Macron, rientrando da Pechino, ha rilasciato un’intervista alle testate Les Echos, France Inter e Politico nella quale ha dichiarato che l’Ue deve resistere alle pressioni di diventare vassalla degli Stati Uniti, perché ha interessi che non sempre coincidono con quelli americani; deve puntare a un’autonomia politica, militare, strategica, energetica ed economica. Su Twitter ha ribadito il concetto di sovranità economica europea, essenziale per proteggere le aziende e i lavoratori europei, combattere le distorsioni della concorrenza (fra le righe, certamente faceva un indiretto riferimento all’Inflaction Reduction Act, il pacchetto di sussidi pubblici che gli Stati Uniti offrono alle aziende che operano in territorio americano), ridurre le dipendenze energetiche e proteggere i brevetti europei. Insomma, ha fatto appello a un’Ue terzaforzista, libera da qualsiasi condizionamento ideologico e, pertanto, in grado si svolgere un credibile ruolo di pacificazione mondiale.

 

La “nuova Europa” di oggi: vassalla e inconsistente

 

Le critiche degli Stati Uniti erano scontate: Marco Rubio ha sarcasticamente proposto di abbandonare l’Europa al suo destino, guerra in Ucraina in primis, mentre l’ex presidente Donald Trump lo ha accusato di “leccaculismo” verso la Cina. Più dolorose le critiche giunta all’interno dell’Ue: se Finlandia e Svezia fanno sempre più totale affidamento sulla Nato, le bordate più micidiali sono arrivate dalla Polonia. Morawiecki, come abbiamo anticipato, ha accusato Macron di voler far rivivere la “vecchia Europa” che ha fallito, dichiarando che la “nuova Europa”, della quale la Polonia si pone come leader, deve legarsi indissolubilmente agli Stati Uniti perché condividono gli stessi obiettivi e valori, a partire dall’intransigentismo bellico antirusso (già aveva definito su Twitter la Russia un “nuovo impero del Male”, chiarendo che solo la “nuova Europa” l’aveva capito). Non dimentichiamoci che la Polonia aveva esultato il giorno della distruzione dei gasdotti Nord Stream proprio mentre inaugurava un nuovo gasdotto dalla Norvegia. Varsavia sembra diventata la nuova “testa di ponte” antieuropea di Washington dopo l’uscita dall’Ue della Gran Bretagna. Ancora più male fanno le ripetute dichiarazioni filoamericane del nostro governo, sempre più determinato a invocare l’Ue solo per difendere i propri interessi nazionali, e della Germania: Norbert Röttgen, della CDU, ha detto che il suo viaggio è stato un disastro per l’Europa (sic!). Metin Hakverdi, responsabile per la politica estera dell’Spd, il partito del cancelliere Scholz, ha fatto presente che americani ed europei hanno valori comuni inscindibili: il richiamo dei sussidi pubblici americani sembra più forte della libertà e dell’indipendenza politica, economica, militare ed energetica, ma condanna l’Ue a essere perennemente vassalla e inconsistente. La Spagna del socialista Pedro Sanchez, per parte sua, sembra voler giocare una partita tutta sua, all’insegna del più esplicito egoismo nazionale.

 

Macron, l’ultimo europeista

 

Insomma, se qualcuno ancora sperava che l’Ue potesse almeno provare a far sentire una voce alternativa e autorevole nel panorama internazionale, soprattutto a vantaggio di una cessazione delle ostilità e di un’apertura di negoziati tra Russia e Ucraina, queste speranze sembrano definitivamente svanite. Forse nemmeno Macron ci crede più: dopo la levata di scudi generale e l’isolamento politico al quale il presidente francese è stato sottoposto, l’Eliseo ha emanato una nota ufficiale nel quale sembra fare “macchina indietro”, rinnovando la partnership privilegiata con gli Stati Uniti, Paese col quale vi è sempre stata e sempre vi sarà comunanza di interessi. Ora, se è vero che Macron ha “usato” anche lui, in chiave nazionalista, l’Ue (il rifiuto alla solidarietà migratoria verso l’Italia, i progetti militari indipendenti da quelli in seno all’Ue, come l’European Intervention Initiative o la Task Force Takuba nel Sahel), è altrettanto vero che solo da lui sono venute parole e iniziative (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/09/unione-confederazione-il-nuovo-rilancio.htmlda vero europeista. Onore al merito, nonostante il suo fallimento.

R.M.

 

PASQUA E RAMADAN DI SANGUE

Dopo gli episodi della scorsa estate (cf.https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/08/accordoa-gaza-cosa-ha-e-non-ottenuto.html), torna a scatenarsi la violenza in Israele e nei Territori Santi. E’ sempre particolarmente intricato delineare lo scenario e le rispettive responsabilità in casi unici al mondo come quello di Israele, dove si intrecciano in modo altrettanto inestricabile interessi politici e religiosi. Forse mettendo in ordine i fatti avvenuti può aiutare almeno a comprendere il “filo logico” di quanto accaduto, sempre ammesso che si possa parlare di logica quando si fa violenza.
Il clima in Israele si è arroventato col tentativo da parte del governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu di far approvare una riforma della Corte Suprema di Giustizia che la metterebbe, di fatto, sotto il controllo dell’esecutivo, che potrà nominare la maggioranza dei suoi membri e invalidarne le sentenze con maggioranza esecutiva della Knesset. La riforma è stata fortemente voluta dagli estremisti religiosi ebraici al governo perché con le sue sentenze ostacola gli insediamenti ebraici nei territori palestinesi. Gli estremisti religiosi sono stati spalleggiati dallo stesso Netanyahu, interessato a “ingabbiare” i giudici per i suoi guai giudiziari. La rivolta di piazza e l’intervento americano in un momento di isolamento diplomatico di Israele (Arabia Saudita e Iran, acerrimo nemico di Israele, hanno trovato un accordo grazie alla mediazione della Cina) hanno indotto Netanyahu a rinviarla. Intanto, la Corte Suprema di Giustizia ha dato ragione a una famiglia palestinese che il Fondo Nazionale Ebraico voleva sfrattare. Il rinvio della riforma e l’ennesima sentenza a loro sfavore sono stati, per gli estremisti religiosi, la miccia che ha acceso la loro sete di vendetta. Questo è il retroscena che spiega il clima di altissima tensione che si respira da un po’ di giorni in Israele. Dopodiché ci è “scappato” il primo morto: un medico beduino proveniente da Haifa che protestava contro la polizia israeliana perché impediva l’accesso alla Spianata a una donna palestinese è stato ucciso dai poliziotti crivellato di colpi. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato Rafael Morris, estremista religioso ebraico capo del movimento Ritorno al Tempio: il 31 marzo è stato arrestato dalla polizia israeliana perché stava pianificando il rito del sacrificio della Pasqua sulla Spianata delle Moschee, area sacra ai musulmani, poi liberato grazie all’intervento del Ministro della Sicurezza, l’avvocato Ben Gvir. Dopodiché nella notte fra il 4 e il 5 aprile si sono verificati gli scontri tra i poliziotti israeliani e i musulmani palestinesi nella moschea Al Aqsa con l’arresto di oltre 350 persone: i poliziotti hanno tentato di giustificare il loro intervento sostenendo che nella moschea erano entrati uomini mascherati armati di pietre, bastoni e petardi, ma la violenza del blitz è stata sproporzionata, e i poliziotti hanno dato prova della loro incapacità di comprendere gli effetti devastanti che avrebbe avuto un gesto del genere, e che si sono verificati la notte successiva con ulteriori scontri ai quali è seguito il lancio di razzi da postazioni di Hamas ed Hezbollah in Libano. Forse era quello che gli estremisti religiosi ebrei volevano: Ben Gvir, novello Jean Marat, ha subito dichiarato: «Bisogna mozzare teste a Gaza». Detto fatto: Israele ha reagito a sua volta attaccando con l’aviazione varie postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza e distruggendo più di 10 siti di Hamas in Libano rischiando una nuova escalation mediorientale. Violenza chiama violenza: in Cisgiordania, lungo l’autostrada 57, vicino a Hamra, due sorelle ebree di 20 anni sono state uccise da un terrorista palestinese come rappresaglia per la sproporzionata reazione israeliana. Risposta degli estremisti ebrei: a Kafr Wasim, a circa 20 km da Tel-Aviv, alcune automobili sono state date alle fiamme e su un recinto di proprietà di una famiglia musulmana sono comparse delle scritte minacciose che intimavano i residenti ad andarsene. La spirale della violenza non si è arrestata, arrivando all’attacco terroristico nel quale è stato ucciso il turista italiano Alessandro Parini, e sembra non arrestarsi ancora.
Aver messo ordine ai serrati, sanguinosi avvenimenti accaduti in questi giorni aiuta, forse, a dare un giudizio equilibrato su quanto è successo: premesso che l’esecrabilità del ricorso alla violenza da tutte le parti in causa è da condannare, appare, d’altra parte, evidente come la responsabilità maggiore degli scontri e degli attentati sia, come l’estate scorsa, di Israele e, più precisamente, dell’estremismo religioso ebraico che ha fatto di tutto per alzare il livello della tensione dopo il rinvio della riforma sulla Corte Suprema di Giustizia, e cercando una rivincita nell’appropriarsi di una parte della Spianata delle Moschee, area sacra anche a cristiani e musulmani, per poter poi costruire la loro tanto sospirata sinagoga a ricordo del Tempio di Erode distrutto dai Romani (70 d.C.) offendendo le altre due religioni (attualmente gestita da un’istituzione musulmana secondo uno accordo del 1990 tra Israele, Egitto e Giordania). E’ estremamente riduttiva, perciò, la posizione del nostro governo, che si è limitato a manifestare solidarietà con Israele senza evidenziarne le responsabilità, sottovalutando, per non dire dimenticando, che israeliani e palestinesi devono trovare una modalità di convivenza reciproca politica (al momento, l’unica, seppur difficilmente praticabile, sembra la soluzione dei due Stati) e religiosa (qui, l’unica soluzione ragionevole, anch’essa, però, al momento difficilmente praticabile a causa delle scriteriate rivendicazioni dell’estremismo ebraico, è quella da tempo proposta dalla Santa Sede: uno statuto speciale internazionalmente garantito per i luoghi santi appartenenti alle tre religioni monoteiste).

 R.M.

 ELEZIONI FRIULI: VINCE FEDRIGA, NON LA LEGA

Le elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia, rispetto a quelle della Lombardia, non hanno riservato sorprese rispetto a quelle di cinque anni: se in Lombardia aveva trionfato l’astensione (58,32%!), che aveva causato il crollo di tutti i partiti (cf. https://robertomancinipv.blogspot.com/2023/02/la-sconfitta-dei-vincenti-e-il-tracollo.html), in Veneto l’affluenza si è confermata quella del 2018 (45% circa), così come i partiti all’opposizione hanno confermato le loro (minoritarie) posizioni, eccezion fatta per il Movimento 5 Stelle che dal 7% precipita al 2,4%. Inconsistente il risultato di Azione (il partito di Carlo Calenda), superato da Insieme Liberi, che ha presentato la candidata no vax Giorgia Tripoli: rispettivamente 2,75% contro il 3,98%. Stabile il Pd (16,5% contro il 18,1% del 2018) e tutti gli altri piccoli raggruppamenti di sinistra o centrosinistra. L’unica, vera novità è rappresentata da quello che è successo all’interno del centrodestra: la Lega, pur recuperando rispetto alle politiche (prese il 10,9%), rispetto alle regionali del 2018 (34,9%) vede praticamente dimezzati i suoi voti (19%). Forza Italia nemmeno recupera: dal 12,1% del 2018 scende al 6,7%, risultato simile alle politiche. Parallelamente, Fratelli d’Italia passa dal 5,8% del 2018 al 18,1%, ma perde il 13% rispetto alle politiche (31,3%), mentre fa man bassa di voti la lista di Massimiliano Fedriga, che passa dal 6,3% del 2018 al 17,8%. E' proprio la lista di Fedriga che spariglia le carte. Poiché alle politiche non era presente, è più corretto fare un raffronto con le regionali del 2018. Da chi ha preso tutti questi voti la lista del presidente della Regione? E’ da ritenere che metà degli elettori che hanno votato Lega e Forza Italia cinque anni fa, hanno premiato o Fratelli d’Italia o direttamente la lista di Fedriga. Poiché Fedriga viene dalla Lega, è possibile che il travaso sia stato, per un verso, dalla Lega alla lista di Fedriga e, per l’altro, da Forza Italia e da parte della Lega a Fratelli d’Italia.
Si potrebbero tirare due conclusioni. La prima: se è vero che il travaso di voti a favore di Fedriga è arrivato a scapito della Lega, è anche vero, però, che Fedriga non ha ripetuto il successo di Luca Zaia, che con la sua lista personale, alle regionali del Veneto superò la Lega di Salvini. La seconda: l’elettorato leghista si conferma spaccato, nel senso che una buona parte rimane ancora delusa dalla linea impressa da Matteo Salvini, ma resta… leghista, per così dire, nel senso che vota, di fatto, un altro leghista, Massimiliano Fedriga. Ma la Lega di Salvini non è evidentemente quella di Fedriga, né quella di Zaia: quella salviniana ha iniettato robuste dosi di centralismo, di populismo e perfino di nazionalismo rispetto a quella storica di Umberto Bossi (fu Salvini a far cambiare il nome del partito, da Lega Nord a Lega) quasi diventando un duplicato di Fratelli d'Italia, quella di Fedriga e di Zaia è più orientata al recupero dell'identità storica della Lega, quella autonomistica/federalista/decentrata. Se Salvini non sarà in grado di riallacciarsi alla Lega storica non potrà mai recuperare il consenso perduto dal 2018. 

R.M.

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...