PUTIN E BIDEN: COSI’ LONTANI, MA (FORSE) COSI’ VICINI…

 

Fermo restando che Vladimir Putin e Joe Biden sono ai lati opposti delle barricate, i loro discorsi pronunciati in occasione dell’anniversario della guerra sono molto più somiglianti di quanto non si creda, dal momento che, più che rivolti alla situazione bellica, sembrano rivolti all’interno dei loro rispettivi Paesi, a loro stessi e al loro futuro.
Putin, al di là della sua retorica fuori dalla realtà mista a blasfemia più volte ripetuta (il governo di Kiev definito nazista, l’Ucraina definita russa, l’accusa all’Occidente moralmente pervertito di aver dichiarato guerra a Mosca ecc.), ha aggiunto, come novità, l’annuncio della sospensione del trattato sugli armamenti strategici New Start da parte di Mosca, promettendo, tuttavia, di rispettarne il contenuto. Ciò che è più interessante, forse, è la dichiarata conferma che, nonostante la guerra in atto, le prossime elezioni si svolgeranno regolarmente: le governatoriali quest’anno e le presidenziali l’anno prossimo. E’ un segno che Putin si sente forte. Due fatti sembrano convergere verso questa ipotesi. Il primo è l’effetto pressocché inconsistente delle sanzioni, le quali, grazie soprattutto al sostegno cinese, non solo non hanno scalfito la Russia quanto gli occidentali credevano, ma, come quasi sempre è accaduto nella storia, hanno finito per compattare il popolo del Paese nemico attorno al suo presidente. Infatti, le sanzioni sono state sempre subite dai popoli, mai dai dittatori: una storia che documenti l’esito distorto delle sanzioni da quelle comminate a Benito Mussolini nel 1935 per l’invasione dell’Etiopia a oggi sarebbe foriera di esempi interessanti. Alla fine, per rovesciare un regime nemico, lo si è dovuto abbattere o tramite una guerra direttamente dichiarata, oppure fomentando aggressioni esterne. Il secondo fatto, è l’annuncio da parte di Putin di non prendere misure contro i russi scappati all’estero, mostrando, così, di non sentirsi affatto intrappolato dai falchi presenti nella sua nomenklatura e di esercitare un ruolo di leadership solida ed effettiva. Insomma, il suo discorso pare molto simile a un manifesto di candidatura alle elezioni per i membri del suo partito e per sé stesso, nel quale si mostra morbido e accondiscendente verso il suo popolo e, al tempo stesso, ergendosi a suo autorevole e incontrastato difensore contro chi intende puntare alla disfatta russa. E pur di evitare la disfatta, anche in questo caso la storia ci insegna che quasi sempre un popolo è pronto ad appoggiare chiunque. Per il momento, sembra che l’unica cosa che lo preoccupi è il prestigio che i mercenari stanno acquisendo a scapito dell’esercito e del ministero della Difesa. Pare di poter dire che l’unico vero, probabile rivale di Putin sia Evgeny Prigozhin, il capo del gruppo mercenario Wagner.
Il discorso pronunciato a Varsavia da Joe Biden si è incentrato in un’altra retorica più astratta e ideologica che concreta: il presidente americano si è presentato come l’alfiere delle democrazie contro gli autoritarismi. Un discorso di così largo respiro sembra andare ben oltre le concrete contingenze della guerra: libere elezioni, libertà di stampa, separazione dei poteri, indipendenza della magistratura, rispetto di minoranze e dei diritti individuali sono temi che abbiamo sentito pronunciare molte volte da Biden contro il suo più tenace avversario, Donald Trump. Biden ha accusato quest’ultimo e i suoi sostenitori di mettere in pericolo i principi democratici che sono a fondamento degli Stati Uniti. Ribadirli ora, a Varsavia, in un periodo nel quale si incrociano due avvenimenti storici, la guerra russo-ucraina e la campagna elettorale presidenziale americana, fa pensare che Biden abbia colto l’occasione per prendere “due piccioni con una fava”, come si sul dire: ciò che dall’inizio del suo mandato si è impegnato a difendere all’interno del suo Paese è pronto a farlo anche all’estero con ogni mezzo (è noto che gli Stati Uniti si avvalgono di alleati storici non democratici o non propriamente tali: i Paesi arabi, l’India, l’Ungheria, la Polonia, Israele ecc.). Il che ci porta inevitabilmente a una proiezione che va ben oltre gli ultimi due anni del suo mandato. Non sarà, allora, che anche Biden, come Putin, pensi soprattutto ai suoi problemi di politica interna? Non sarà che anche Biden, alle prese con le future elezioni presidenziali, vuole continuare a dire la sua? Non sarà che anche Biden, come Putin, abbia inteso, più che parlare della guerra, pronunciare il suo manifesto programmatico elettorale per una sua ricandidatura a un secondo mandato? Il futuro chiarirà ogni dubbio.

 

R.M.

 UN ANNO DI GUERRA

Nell’ennesima guerra che, nella storia, contrariamente alle previsioni (in questo caso, russe), da “breve” è diventata “lunga”, possiamo distinguere tre fasi. La prima inizia con l’invasione russa (24 febbraio), pretestuosamente giustificata e definita da Putin come un’”operazione militare” a difesa delle minoranze filorusse delle regioni del Donbass che gli ucraini intendevano “ucrainizzare”, per liberare l’Ucraina da un governo definito filonazista, e come risposta all’aggressività dell’imperialismo occidentale a guida Nato che stava per aprire le porte all’Ucraina che, nella sua costituzione, ne prevede l’adesione. Se è vero che negli ultimi decenni la Nato si è minacciosamente avvicinata alla Russia e che le minoranze filorusse in Ucraina sono state oggetto di vessazioni da parte di Kiev, non è vero che il governo ucraino è nazista (il presidente Volodymyr Zelenskyj aveva da subito escluso dalla sua maggioranza i partiti di estrema destra), né che si possa definire “operazione militare” un’aggressione a un Paese libero e sovrano in spregio ai trattati internazionali. Quello di Putin è stato un atto di guerra, gravemente sproporzionato rispetto alla questione delle minoranze filorusse discriminate e alle più ampie questioni geopolitiche ben diversamente affrontabili e risolvibili. L’inaspettata reazione ucraina e l’imbarazzante superficialità e impreparazione dell’esercito russo (usava, tra l’altro, mappe del 1987) hanno decretato il fallimento degli obiettivi iniziali di Putin, che li ha limitati alla sola “liberazione” del Donbass. Intanto, si evolveva la posizione della comunità internazionale, in particolare dell’Unione Europea nella quale sono emerse da subito gravi spaccature fra il nucleo storico formato da Francia, Germania e Italia, che hanno condannato l’aggressione russa, ma hanno spinto per un compromesso che salvaguardasse le buone ragioni di Kiev e di Mosca, e i Paesi baltici ed ex satelliti dell’Urss che spingevano con gli Stati Uniti per un netto schieramento filoucraino e per la sconfitta della Russia, con l’eccezione dell’Ungheria, decisamente filorussa. Il “braccio di ferro” si è svolto sull’espulsione della Russia dal sistema interbancario SWIFT: Germania, Italia e Austria erano contrarie e schierate a difesa delle proprie imprese, gli altri erano favorevoli, e hanno vinto la partita. Da quel momento, l’Unione Europea non ha più avuto alcun ruolo nella guerra: la spaccatura si è rivelata irrimediabile, fatta salva per l’erogazione delle sanzioni contro Mosca rivelatasi per lo più autolesionistica e inefficace, e l’inerzia è andata tutta a vantaggio dei Paesi membri filoamericani e antirussi. La riunione dei Paesi membri della Nato a Ramstein (26 aprile) ha certificato la nascita di un fronte antirusso e filoucraino decisamente subordinato agli Stati Uniti, che hanno imposto una linea intransigente non più limitata a fornire agli ucraini armi per una legittima difesa, ma strumenti militari sempre più sofisticati per umiliare la Russia, la cui offensiva arrancava sempre più.
La seconda fase della guerra, successiva alla riunione di Ramstein, è caratterizzata da una sua complessiva involuzione, a partire dagli attori protagonisti: non più Russia e Ucraina, ma i loro sostenitori, cioè le due superpotenze Cina e Stati Uniti coi loro subordinati (i Paesi Brics per la Cina, l’Unione Europea per gli Stati Uniti), che, col loro sostegno economico (la Cina che comprava a prezzi scontati il greggio russo vanificando le sanzioni occidentali) e militare (gli Stati Uniti con le forniture Nato), consentivano loro di proseguire la tragica guerra. Se l’appoggio economico cinese ha salvato Mosca dal tracollo, quello militare statunitense ha aiutato l’Ucraina prima a stabilizzare il fronte, e poi a riconquistare agli inizi di settembre buona parte dei territori conquistati dai russi. Il fallimento dell’iniziativa diplomatica congiunta di Italia (Mario Draghi), Francia (Emmanuel Macron) e Germania (Olaf Scholz) a Kiev presso Zelenskyj per indurlo a tentare un negoziato, e di Mario Draghi a Washington per ammorbidire la posizione oltranzista di Joe Biden (Biden non gli concesse la conferenza stampa congiunta conclusiva) confermavano che la posizione moderata dell’Ue era, ormai, fuori dai giochi. Solo la Turchia, seppur limitatamente, riusciva a giocare una sua indipendente partita strategica funzionale al prestigio e agli interessi elettorali di Recep Tayyp Erdogan, che ha sbloccato i porti ucraini chiusi dai russi, ha fornito droni agli ucraini, ma non ha votato le sanzioni contro Mosca, e ha posto il veto alla domanda di adesione alla Nato di Finlandia e Svezia spaventate dall’aggressività russa. Ma a dare le carte, con la loro superpotenza e autorevolezza, restano Cina e Stati Uniti.
Il discorso di Putin del 21 settembre rappresenta l’inizio della terza fase della guerra: il presidente russo, nel cercare una rivincita, ha annunciato la mobilitazione parziale delle riserve; parallelamente, ha organizzato e messo in atto dei referendum “farsa” coi quali ha annesso alla Russia Donbass, Kherson, Donetsk e Zaporizhzhia che, tra l’altro, controllava militarmente solo a “macchia di leopardo”, e ha avvertito che qualunque aggressione ai territori annessi avrebbe rappresentato un’aggressione alla Russia, giustificando, così, l’uso del nucleare come ritorsione. Da parte sua, Zelenskyj ha fatto approvare un decreto legge (4 ottobre) secondo il quale non avrebbe mai trattato con Putin. La conferma di Xi Jimping in Cina e la sconfitta dei repubblicani populisti di Donald Trump contrari alla prosecuzione della guerra alle elezioni di “mid term” americane non hanno scalfito la linea di Stati Uniti e Cina, che continuano a foraggiare ucraini e russi interessati a trarre profitto da questa guerra dai contorni sempre più imperialistici, secondo la definizione data da Papa Francesco: per entrambi gli imperialismi americano e  cinese, l’obiettivo non dichiarato è l’indebolimento dell’impero russo; per gli Stati Uniti anche dell’Unione Europea, nonché quello di assicurarsi prioritariamente le risorse energetiche ucraine presenti nel Donbass. Unico limite che impongono ai loro “protetti”: evitare pericolose escalations. Questo spiega le loro ammissioni circa l’impossibilità che vi sia un vincitore (la necessità di un negoziato indicata da cinesi, Pentagono e Cia), ma l’assenza di piani di pace: la guerra deve continuare finché conviene. Intanto, la Russia sembra, pur lentamente, riguadagnare parte dei territori perduti, soprattutto grazie ai gruppi mercenari Wagner e ceceni (che potrebbero in futuro presentare un conto salato a Putin), mentre Kiev attende nuovi imponenti aiuti militari occidentali. L’Ue è sempre più spaccata: l’auspicio, nell’emergenza, di attivare una politica comunitaria energetica, è venuto meno per gli interessi nazionalistici dei vari Paesi emersi particolarmente in un provvedimento di contenimento del prezzo del gas, il “price cap”, talmente pieno di condizionalità da renderlo praticamente inattuabile (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/12/lamontagna-ha-partorito-il-topolino-da.html). Intanto, l’Italia, con la vittoria di Fratelli d’Italia alle elezioni politiche di fine settembre, ha abbandonato la linea moderata franco-tedesca seguita da Draghi e inaugurato una politica antieuropeista e decisamente subordinata a quella statunitense.

 

R.M.

 LA SCONFITTA DEI VINCENTI E IL TRACOLLO DEI PERDENTI

Se si analizzassero i risultati elettorali della Regione Lombardia (a oggi quelli del Lazio non sono ancora definitivi) nella loro reale totalità, cioè tenendo conto non dei votanti, ma degli elettori, come andrebbe fatto a fini statistici, emergerebbe un quadro interessante e un giudizio forse molto diverso da quello dato. Anzitutto, non vi sarebbe alcuna vittoria netta di Attilio Fontana, ma un suo netto crollo rispetto alle regionali del 2018. Un crollo che diventa, comunque, tracollo per gli altri partiti. Nel 2018 Attilio Fontana stravinse le elezioni: col 35,44% dei voti di tutti gli elettori superò nettamente il partito dell’astensione (26,9%). Il suo avversario, il candidato di centrosinistra Giorgio Gori, perse, ma senza tracollo, col 20,72% dei voti di tutti gli elettori. Va, però, ricordato che, verosimilmente, per Gori votò gran parte dei voti ascrivili all’alleanza di centro Italia Viva-Azione, mentre il M5S si presentò da solo (candidato Dario Violi) ottenendo un ottimo risultato (12,37% dei voti di tutti gli elettori). Le elezioni del 13-14 febbraio riportano risultati ben diversi in rapporto, ancora, a una percentuali riferita al voto di tutti gli elettori, e non solo dei votanti. Anzitutto, il primo partito è quello dell’astensione, che supera la maggioranza assoluta (58,32%: non ci sarebbe nemmeno bisogno di un ballottaggio, qualora le elezioni fossero in due turni), avendo più che raddoppiato il proprio “risultato” rispetto al 2018. Attilio Fontana totalizza solo il 22,15% dei voti di tutti gli elettori, perdendo addirittura più del 13% rispetto a cinque anni fa. Al crollo di Fontana si aggiunge il tracollo degli altri partiti: il suo nuovo, principale avversario, Pierfrancesco Majorino, totalizza rispetto a cinque anni fa solamente il 13,75% dei voti di tutti gli elettori: sebbene Giorgio Gori seppe assicurarsi, come abbiamo detto, il 20,72%, il nuovo candidato di area Pd, rispetto al 2018, non aveva, è vero, l’appoggio dei partiti moderati di centrosinistra (Italia Viva e Azione, che hanno appoggiato Letizia Moratti), ma poteva contare sul sostegno del M5S, che totalizzò, da solo, il 12,37% dei voti di tutti gli elettori. Un vero e proprio tracollo, dunque, che ha colpito anche il M5S, quasi scomparso in regione (1,41% dei voti di tutti gli elettori). La “meno perdente di tutti” è proprio Letizia Moratti, che si è assicurata il 4% dei voti di tutti gli elettori, e più della metà di questi non arriva dalla lista Italia Viva-Azione, ma dalla sua lista. Insomma, ha contato molto di più il suo prestigio. Da queste elezioni, perciò, nessun candidato dovrebbe dichiararsi né soddisfatto, né vincente. Tutti, al contrario, compreso Fontana, dovrebbero farsi un serio esame di coscienza sul crollo di consensi che hanno avuto, e su una credibilità ridotta praticamente allo zero, se a stravincere è stato il partito delle astensioni. Hanno (tutti) amministrato più male che bene. Ma sul banco degli imputati va un po’ tutto l’establishment: professionisti, sindacati, associazioni ecc. dovrebbero anch’essi seriamente meditare su quello che (non) hanno fatto e che continuano a (non) fare per provocare un simile, continuo, inquietante distacco della società civile che si esprime in un’astensione, certo, non da percentuali “tunisine”, ma nemmeno degne da un Paese democratico che si dovrebbe reggere su un’amministrazione caratterizzata dalla ricerca del bene comune.
Un’ultima considerazione andrebbe dedicata alle coalizioni e ai partiti al loro interno. Posto che la grave e considerevole sfiducia quantomeno dei lombardi si rivolga a tutti indistintamente, si direbbe che almeno due fatti siano da rilevare. Il primo, la grave contraddizione del Pd, un partito che, alle elezioni lombarde, ha platealmente rinunciato al suo orientamento moderato e alla sua tradizione europeista: l’alleanza col M5S lo ha appiattito su posizioni estremiste, mentre la scelta di un candidato già deputato europeo farebbe intendere che al Pd l’Unione Europea non interessa. Il Pd si appresta a diventare anch’esso antieuropeista? Ai posteri l’ardua sentenza, mentre oggi gli elettori hanno già dato il loro giudizio, causandone una cocente sconfitta. Quanto al governo in carica, il rovesciamento dei rapporti di forza rispetto al 2018 in Lombardia tra Lega e Fratelli d’Italia, a vantaggio dei secondi, sembra realmente compattare la coalizione al governo, ma appiattendola sempre più al partito estremista e antieuropeista di Fratelli d’Italia, e creare non pochi problemi a chi è favorevole a un’agenda autonomistica e federalista: Fdi, a differenza della Lega, è un partito a fortissima vocazione centralista. Il risultato di queste elezioni, quindi, potrebbe complicare il cammino di una regione che, pochi anni fa, aveva votato un referendum a favore di una maggiore autonomia.

 

R.M.

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